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Daniela Scattolin: «Si chiama già Futura»

Questo articolo è pubblicato sul numero 17 di Vanity Fair in edicola fino al 27 aprile 2021

Quando, da piccola, Ernestine le faceva le trecce – Ernestine veniva dal Camerun ed era l’unica, in zona, a sapere come maneggiare i suoi capelli –, Daniela piangeva perché le faceva un male cane. «Non piangere cara, a noi donne nere Dio ha dato tutto, solo i capelli sono la nostra sfortuna», la consolava la donna. Quasi 25 anni dopo, Daniela vorrebbe ritrovare Ernestine e quella lei bambina, e dire loro che Dio, o chi per lui, alle donne nere ha dato davvero tutto, «anche bellissimi capelli di cui andare fiere», dice.

E mentre lo fa si guarda la pancia (otto mesi, femmina), lasciando intendere che l’occasione più importante per insegnare che cosa sia l’orgoglio non è lontana.
Ventisette anni, quattro esami alla laurea in Farmacia, Daniela Scattolin è una delle protagoniste di Zero, serie tv originale Netflix che a noi regala una storia magica, scritta da Antonio Dikele Distefano, che ha per protagonisti un gruppo di ragazzi afroitaliani e a lei ha regalato l’amore della sua vita. Ma prima del piacere, parliamo del dovere.

Perché non si è laureata?
«Mi manca tecnologia 2, è difficilissimo. Studiavo farmacia e intanto facevo due corsi di recitazione, avanti e indietro tra Roma e Padova. Mi sono detta che mentre potrò laurearmi in qualsiasi momento, forse per fare l’attrice bisogna cogliere l’attimo. È arrivata Zero e mi è sembrata un’occasione davvero speciale per parlare della vita normale di noi afroitaliani e anche di razzismo non nella sua accezione drammatica, ma quotidiana, che è poi quella su cui bisogna lavorare».
Il razzismo «delle piccole cose» lei lo conosce?
«Come no. Quante volte mi hanno detto: “Che bella che sei, parli così bene italiano”, una delle classiche frasi che, anche chi le subisce, tende a giustificare. Spesso mi sono chiesta come avrei vissuto se non avessi un aspetto curato, educazione e cultura , tutte cose che creano un compromesso con la mia pelle. Un compromesso che nasconde un’ingiustizia perché non essere razzisti vuol dire accettare l’altro a prescindere dal suo modo di presentarsi».
Il cinema italiano è razzista?
«Io sono agli inizi, non riesco neanche a dire che faccio l’attrice, ma le proposte che mi arrivano sono sempre per certi ruoli. Ho detto no a una fiction importante, nella quale dovevo fare la solita prostituta nera. E ho detto sì allo stesso ruolo – quello di prostituta – in un altro bellissimo progetto, perché il personaggio ha un senso nella storia e una sua complessità. È il ruolo di Nerina nella serie L’Ora, che racconta la storia del quotidiano siciliano che, sotto la direzione di Vittorio Nisticò, grazie alle sue inchieste fece luce sul fenomeno mafioso. C’è quindi questo stereotipo dei ruoli – la prostituta, l’immigrata sul barcone – e c’è quello delle richieste del casting, che vogliono sempre persone mulatte. La mia tipologia, dark skin, mai. Come se mulatto fosse l’unica sfumatura, il compromesso, accettabile. Invece in Zero il protagonista, Giuseppe Dave Seke, è un ragazzo nero quanto me. Spero che gli sceneggiatori italiani riflettano su questa cosa».
Anche se sono i primi, i suoi passi professionali hanno un carattere politico?
«Politico è un po’ troppo per i miei strumenti, ma cerco di scegliere pensando sempre che dietro di me c’è una community di donne. Se questo è politico, allora sì. Stare zitti o indignarsi sui social non ha più tanto senso se non si agisce. Voglio scegliere conoscendo i miei diritti e rivendicandoli, come mi ha insegnato mia madre Francesca. Mi ha sempre detto che nella vita avrei dovuto lottare tre volte: come essere umano, come donna, e come donna nera».
Dov’è cresciuta?
«Sono nata a Vicenza, ma i miei genitori biologici, mio padre veniva dal Ghana, mia madre dal Sudafrica, mi hanno data in adozione. Dopo un paio d’anni con un affido che non è andato bene, sono arrivati Mario e Francesca, mamma neurologa e papà ingegnere. Insieme abbiamo vissuto a Scorzè, piccolo paese del Veneto, che però tutti conoscono perché lì fanno l’acqua con la rondine sopra. C’è anche venuta Cindy Crawford a girare lo spot!».
Ha rapporti coi suoi genitori biologici?
«Conosco i loro nomi e ho molta gratitudine per loro perché prima mi hanno dato la vita, e poi me l’hanno anche salvata, dandomi in adozione. In tutti questi anni io non ho mai cercato loro, né loro hanno mai cercato me, e sono contenta che stiamo tutti rispettando una specie di patto. Tornare nelle reciproche vite vorrebbe dire in qualche modo ribaltarcele. La mia famiglia adottiva è stata la mia fortuna. So che molti bambini che vengono adottati vivono questa circostanza come un dolore; per me, invece, è stata una benedizione. Forse, chissà, un giorno mi verrà la curiosità di cercarli, ma se succederà sarà, appunto, per curiosità. Perché io una famiglia ce l’ho già».
Che si sta allargando.
«Il primo giorno di set di Zero, io e Haroun (che nella serie è Sharif) ci siamo solo detti ciao. Ma in quel ciao c’era già tutto: la litigata furiosa che avremmo fatto di lì a poco, e anche l’amore folle che sarebbe scoppiato. Quando è arrivata la pandemia ci siamo chiusi insieme in una stanza d’hotel per tutto il lockdown. Così adesso lui conosce i lati peggiori di me, e io quelli peggiori di lui. Parlavamo di fare un figlio presto, e lei è arrivata subito a rivoluzionare le nostre vite. Stiamo cercando casa a Torino, dove Haroun è cresciuto e dove vive la sua famiglia. Le nostre famiglie sono state presenti e importanti nel nostro rapporto: a due che come noi fanno scintille, hanno insegnato l’amore. La mamma di Haroun ha già ricamato un bavaglino con il nome della nostra bambina. Ma non lo dico perché fino all’ultimo spero passi la mia proposta, bocciata da tutti all’unanimità».
Almeno questo me lo dica.
«Azzurra. Mi piace tanto, ma solo a me».
Un figlio è un bell’atto di coraggio a inizio carriera.
«Non ho timore che la mia bambina sia un problema per il mio lavoro, ho piuttosto paura di un Paese che non sostiene le madri e non le mette nelle condizioni di poter lavorare con serenità e con le tutele che devono avere».
Scusi ma perché, se ama i suoi capelli afro, li porta lisci?
«I parrucchieri, sui set, non sanno da che parte prenderli, allora li stiro così non me li rovinano. Chissà che un giorno non ci sia bisogno di avere una Ernestine in ogni backstage».

FOTO: ILARIA BONCOMPAGNI

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