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Ponte Morandi, verso il processo in 69. I consulenti della Procura: “Nei ritardi sulla sicurezza, incosciente dilatazione dei tempi”

“Non abbiamo perso un giorno”, dice il procuratore capo Francesco Cozzi. Due anni e otto mesi dopo il crollo di ponte Morandi, i pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno hanno chiuso le indagini sulla tragedia che è costata la vita a 43 persone.

Nelle prossime ore verranno notificati a 69 persone, più le società Autostrade per l’Italia e Spea, gli “Acip” (avviso di conclusione delle indagini preliminari). L’atto che precede le richieste di rinvio a giudizio: “Se ci sono stati dei rallentamenti, non sono mai dipesi da noi”, rivendica Cozzi.

Oltre al documento che sarà recapitato a tutti gli indagati – i pm per il momento non hanno archiviato alcuna posizione – c ‘è una mole impressionante di atti a disposizioni delle difese. Tra questi, la consulenza tecnica della Procura, finora rimasta segreta. Che mette in evidenza la “incosciente dilatazione” dei tempi rispetto alle decisioni da prendere sulla sicurezza da parte di Aspi e Spea. Oltre alle “comunicazioni incomplete ed equivoche” sui report sullo stato di salute del viadotto. Analisi in parte condivise dai periti del Gip al termine dei due incidenti probatori. Così come è condivisa da accusa e periti del giudice la causa del crollo: la rottura di uno degli stralli della pila 9, quello verso Sud-Est.

Oltre alle accuse di omicidio colposo plurimo, disastro, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso, le contestazioni della Procura dovrebbero riguardare anche l’omicidio stradale. Un reato valutato fin dall’inizio delle indagini dai pm Terrile e Cotugno, e che ora dovrebbe comparire nero su bianco.

Oltre ai 68 nomi già noti, c’è un nuovo indagato, le cui responsabilità sono emerse soltanto negli uitimi mesi. Una posizione, a quanto filtra, comunque marginale. Procura e finanzieri del Primo Gruppo e del Nucleo Operativo Metropolitano, diretti dal colonnello Ivan Bixio e dal tenente colonnello Giampaolo Lo Turco, hanno fin da subito in tre direzioni.

In primis Autostrade per l’Italia, a partire dall’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci e ai dirigenti allora subito sotto di lui, Michele Donferri Mitelli e Sergio Berti. Gli stessi manager poi arrestati nell’ambito dell’indagine parallela sulle barriere antirumore pericolose e fuori norma.

Ma fin da subito sono emerse le responsabilità di Spea, la società “gemella” di Aspi delegata al monitoraggio e al controllo della rete in tutta Italia. Anche il suo ex amminsitratore delegato, Antonino Galatà, è stato colpito da una misura cautelare, la sospensione dai pubblici uffici per dodici mesi, e stavolta nell’ambito dell’inchiesta sui report truccati sugli altri viadotti.

Infine, la Procura ha messo sotto indagine anche alcuni uomini chiave del ministero delle Infrastrutture. Perché se è vero che, secondo i pm, dirigenti e tecnici di Autostrade e Spea hanno fatto il bello e il cattivo tempo sulla pelle degli automobilisti, è altrettanto vero che l’unico organo deputato a controllare la concessionaria era il ministero. Quel lavoro di controllo, però, per gli inquirenti non è stato fatto.

Se la pandemia ha giocoforza rallentato i tempi dell’indagine – basti pensare alle riunioni fra i tecnici durante l’incidente probatorio, alcune rimandate più volte, altre svolte a distanza – nelle ultime settimane si è tornati a correre: “Anche le udienze dello stesso incidente probatorio in tutto sono durate soltanto sette giorni, andando oltre le nostre aspettative”, confida Cozzi.

Fin dalle prossime ore nella tensostruttura “anti-Covid” allestita nell’atrio del tribunale di Genova inizierà il via vai degli avvocati degli indagati, che potranno accedere agli atti attraverso il “cervellone”, il software usato anche dall’Fbi che permette di indicizzare e collegare elementi (per la Procura indizi) provenienti da diverse fonti. Soltanto di materiale informatico agli atti ci sono 55 terabyte, che per capirsi corrispondono a oltre 82 mila cd-rom, o più di 7 milioni di foto.

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