lunedì, Giugno 21, 2021
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Musica, il vinile supera il Cd dopo 30 anni

«Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?» Non è alla celeberrima «lei» della canzone di Lucio Battisti che qui ci rivolgiamo, quanto piuttosto a un oggetto che poco più di 20 anni fa davamo per spacciato e invece si sta prendendo le sue belle rivincite: il caro vecchio disco in vinile, longevo supporto di diffusione musicale che esce di produzione nel ’93 e qui in Italia, dopo 30 anni, torna a sorpassare il Cd tra i segmenti di vendita. Lo rivelano i dati elaborati da Deloitte per Fimi, l’associazione confindustriale della major discografiche: nei primi tre mesi del 2021, per la prima volta dal 1991 gli Lp valgono più dei compact disc.

Un segmento in crescita del 121%

Il sorpasso era atteso. Talvolta era stato anche comunicato a dispetto dei numeri reali. Nello specifico, il vinile ha offerto un contributo al mercato discografico di casa nostra da 4,7 milioni di ricavi a fronte dei 4,4 milioni del Cd. Il vinile è cresciuto del 121% rispetto allo stesso periodo del 2020, mentre il Cd segna un calo del 6%. In un mercato dominato dallo streaming, che copre ormai circa l’80% del fatturato italiano, il vinile rappresenta oggi l’11% di tutte le vendite di musica nel Paese. Complessivamente nel primo trimestre il mercato italiano è cresciuto del 18,8%, in cui ancora forte è l’evidente affermazione dei ricavi da abbonamenti ai servizi streaming, saliti del 37 per cento.

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L’ascesa continua dal 2010

L’ultimo Global Report di Ifpi, la federazione mondiale della discografia, lasciava intravedere questa dinamica, per quanto i due segmenti restassero abbastanza distanti: il Cd nel 2020 valeva 24 milioni, per un calo di addirittura il 35% sull’anno precedente, mentre il vinile si attestava a 15 milioni, all’insegna di una crescita del 2,5 per cento. Una ascesa continua dal 2010 a questa parte, sia da noi che a livello globale. In Italia, infatti, tra il 2019 e il 2020 il segmento ha incrementato il proprio giro d’affari del 2,5 per cento. Balzo che, nel confronto col 2010, diventa addirittura del 758 per cento. A livello mondiale il 2020 si è chiuso con un valore del vinile pari a 889 milioni di dollari. Nel 2010 gli Lp muovevano appena 82 milioni di dollari. L’Italia è l’ottava «potenza» mondiale del mercato fisico, in una particolarissima classifica di amanti dell’hi-fi dominata dagli irriducibili giapponesi.

Nicchia di mercato frequentata da big spender

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il fisico e, ancora di più, il vinile rappresentano una nicchia in un mercato mondiale dominato dallo streming premium. Cosa sono, infatti, 889 milioni di dollari rispetto ai 21,6 miliardi del giro d’affari globale della discografia? E cosa sono 15 milioni rispetto ai 254,8 che la musica incisa muove in Italia? Verissimo, per carità: ma si tratta di una nicchia di big spender che le case discografiche hanno imparato a coccolare. Basta vedere cosa finisce nella classifica dei vinili più venduti: il 2020 in Italia ha avuto al comando la copia ad alta grammatura di The Dark Side of the Moon, longseller dei Pink Floyd uscito nel 1973. Al secondo posto, Famoso di Sfera Ebbasta, performance su cui, secondo Fimi, ha avuto un peso anche il bonus 18App. Perché i ragazzi, con i 500 euro di consumi culturali assicurati per il loro 18esimo dallo Stato, comprano serie limitate. Proprio come fanno i loro papà nostalgici dell’epoca d’oro del microsolco.

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La rinascita del feticcio

Insomma: se la musica diventa liquida, il «feticcio» si fa più solido che mai. Ma trent’anni fa o giù di lì non ci avevano spiegato che il supporto analogico è meno «fedele» e più usurabile rispetto a quello digitale del cd? Se sul secondo assunto non si può che convenire, sul primo si può invece intavolare una disputa filosofica: un cd o un file caricato in streaming non contempleranno mai il dettaglio sonoro e il «colore» di un vecchio long playing ascoltato in condizioni ottimali. E l’inconfondibile fruscio di sottofondo, se si avverte, è tollerabile. Dopo tutto fa atmosfera.

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