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Licenziamenti, cosa succede con la fine del blocco durato un anno

Da oltre un anno, alle aziende italiane non è permesso licenziare i propri dipendenti per ragioni economiche, né in forma collettiva né in forma individuale.

Una misura voluta dal governo Conte per impedire che la crisi economica che segue a quella sanitaria privasse del lavoro un gran numero di persone. Alle aziende in difficoltà, dall’altro lato, è stato fornito uno strumento, cioè la cassa integrazione (CIG), «che copre il costo del lavoro dei dipendenti di cui le imprese non hanno avuto bisogno a causa del calo della domanda di alcuni beni o servizi, soprattutto nei settori maggiormente colpiti dalla crisi pandemica, come quelli turistico e della ristorazione» ci spiega Giovanni Gaudio, avvocato esperto di diritto del lavoro e assegnista di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ma il cosiddetto blocco dei licenziamenti per ragioni economiche non poteva continuare a oltranza e nell’ultimo Decreto Sostegni ne è stato ufficializzato il termine.

Una decisione che comprensibilmente mette in apprensione molti lavoratori: le stime sui posti a rischio oscillano fra mezzo e un milione di unità secondo il Sole 24 Ore. Noi abbiamo provato a capirci qualcosa in più grazie all’aiuto di Gaudio.

UNO SBLOCCO SCAGLIONATO, LE DATE DA RICORDARE
«La scelta del Governo è stata quella di scaglionare la fine del blocco per cercare di arginare il rischio che uno tsunami di licenziamenti si abbattesse, nello stesso momento, sul mercato del lavoro italiano». Il Decreto prevede quindi due date per la fine del blocco, che cambiano a seconda del datore di lavoro in questione e, più nello specifico, a seconda della tipologia di ammortizzatore sociale di cui questo può beneficiare.

La prima è il 30 giugno 2021. Infatti, a partire dal giorno successivo, alcune imprese potranno iniziare a licenziare: si tratta di «quelle rientranti nel campo d’applicazione della cassa integrazione ordinaria (CIGO), che sono per lo più quelle del settore industriale. Queste imprese potranno, dal 1° aprile al 30 giugno, fruire di ulteriori 13 settimane gratuite di CIGO con causale Covid19 e, al termine di questo periodo, potranno poi lasciare a casa i propri dipendenti che ritengano in esubero».

La seconda data da tenere a mente è il 31 ottobre 2021. «Il divieto di licenziamento si può invece estendere fino a questa data per tutti gli altri datori di lavoro, a cui comunque è stato garantito di poter beneficiare, dal 1° aprile al 31 dicembre 2021, di 28 settimane di assegno ordinario a carico del fondo di integrazione salariale (FIS) o di cassa integrazione in deroga (CIGD). Solo i datori di lavoro fuori dal campo di applicazione della CIGO, dunque, sono destinatari di una ulteriore proroga del divieto di licenziamento, che si spingerà fino ad autunno inoltrato».

LE ECCEZIONI AL BLOCCO
Queste due date non valgono, invece, in una serie di ipotesi eccezionali. In particolare, «il blocco non si applica, tra gli altri, nel caso in cui il licenziamento sia motivato dalla cessazione definitiva dell’attività di impresa o dal fallimento oppure qualora vi sia un accordo tra datore di lavoro e sindacati. In queste ipotesi, a prescindere dal settore in cui opera l’azienda, i lavoratori potranno andare incontro alla perdita del posto di lavoro anche prima del 30 giugno o del 31 ottobre, a seconda dei casi».

DALLO SBLOCCO AL LICENZIAMENTO EFFETTIVO QUANTO TEMPO PASSA?
Una volta venuto meno il blocco, il tempo necessario affinché il licenziamento si concretizzi dipende da una serie di fattori.

Per quanto riguarda i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo, tuttavia, potrebbe non volerci molto, non essendoci, in generale, particolari formalità. «Tempi leggermente più lunghi sono però da mettere in conto per i lavoratori assunti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act (7 marzo 2015) nelle imprese più grandi, per cui è obbligatorio un tentativo di conciliazione davanti all’Ispettorato del lavoro prima di poter procedere con il licenziamento che, almeno nel periodo pre-pandemico, rallentava tutto di circa un mesetto».

Tempi più ampi, normalmente nell’ordine di due o tre mesi, interessano invece i licenziamenti collettivi, perché è necessario che il datore di lavoro intavoli una trattativa con i sindacati prima di procedere con i licenziamenti. «I tempi si potrebbero accorciare per le procedure di licenziamento collettivo già avviate dopo il 23 febbraio 2020 e fino al 17 marzo 2020, che sono state solo sospese a seguito dell’introduzione del primo blocco dei licenziamenti. Tuttavia, in quest’ultima ipotesi, è necessario verificare che i dati e le informazioni comunicati all’inizio della procedura siano ancora attuali perché, in caso contrario, sarebbe necessario rinnovare la procedura».

(Foto: unsplash.com).

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