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Che cosa è il victim blaming, quando la vittima diventa colpevole

Si chiama victim blaming, è la colpevolizzazione della presunta vittima. «Immaginate, per un solo minuto, di essere lei. Di accendere la tv, i social, qualsiasi sito, qualsiasi tg. E scoprire che tutta Italia, tutta Italia, sta ascoltando il potente padre di uno dei tuoi presunti stupratori, che parla del tuo stupro. Che parla di te. Di te circondata da suo figlio e i suoi amici “col pisello di fuori”. Tu al centro. E decine di milioni di italiani, amici, famigliari, colleghi, tutti, lì ad ascoltare».

L’avvocata Cathy LaTorre prende il punto di vista della presunta vittima per raccontare la vicenda del video di Beppe Grillo che vuole difendere il figlio e i suoi compagni, ma lo fa attaccando la ragazza che era con loro e che ha denunciato lo stupro.

Il victim blaming è la tendenza a biasimare le vittime, considerandole, anche solo parzialmente, responsabili per la violenza subita. Il video postato da Grillo insiste sul fatto che la ragazza non ha denunciato subito la violenza, sul fatto che sono ragazzi che si divertono, che le immagini dimostrano che lei è consenziente.

Sono solo alcune delle posizioni che ritornano in casi di violenza. «Come mai era lì?». «Perché era vestita in quel modo?», «Sembra proprio che se la sia andata a cercare». Sono diverse le «colpe» attribuite alla vittima. È screditata attraverso frasi del genere. L’obiettivo è arrivare a scagionare il responsabile del reato.

Non è solo questione giudiziaria, anche se questa è arma usata in tribunale. Il victim blaming è prima di tutto retaggio culturale. Laura Rivolta, psicoterapeuta e sessuologa di Milano, lo ha spiegato a Vanity Fair: «Un primo potente fattore che confonde e porta a puntare il dito contro la donna sono gli antichi retaggi culturali, di stampo maschilista. Ossia l’idea che certe libertà (per esempio, quella di fare tardi la sera, bere alcolici o vivere la sessualità senza inibizioni), siano normali per un uomo e non per una donna. E quindi, per esempio, di fronte a donne vittime di Revenge Porn, molte persone tendono a pensare che, in fondo, se la donna fosse stata più prudente e si fosse tenuta alla larga da certe situazioni, non sarebbe successo nulla».

Fra le «prove» a difesa del figlio portate da Grillo c’è anche la mancata denuncia immediata. Nel caso del 2019 in cui è coinvolto Ciro Grillo risale a 8 giorni dopo i fatti, ma può andare anche oltre. Ci sono sei mesi di tempo per fare la denuncia. Il perché lo spiega Maria Silvana Patti che fa parte del servizio di psicotraumatologia di Arp, Studio Associato Di Psicologia Clinica, del capoluogo lombardo. «C’è una parte clinica e una sociale. Per la prima quando noi siamo sottoposti all’orrore ci possiamo bloccare e non siamo in grado di capire quello che ci sta succedendo, a maggior ragione se siamo sotto effetto di sostanze. Il blocco è una reazione fisiologica ai traumi. Questo ce lo portiamo a lungo come ottundimento cognitivo, è una funzione protettiva».

Quando si riesce ad affrontare quanto successo è il momento della denuncia. «Siamo a un bivio perché scatta il problema della sicurezza. È sicuro denunciare? Mi espongo a una nuova traumatizzazione? Ci si trova di fronte ad accuse, giudizi e commenti. È questione culturale».

Così lo racconta anche Cathy LaTorre. «Quella paura che ti blocca. La paura di non essere creduta. La paura di essere tu colpevolizzata. Di essere definita tu la carnefice e i tuoi stupratori le vittime. E che ti spinge ad attendere giorni, settimane, mesi, anni. Quella paura che Grillo, con quel delirio, non ha fatto altro che confermare. Ecco perché, Beppe Grillo, una ragazza ci mette 8 giorni a denunciare. Perché teme che il papà potente di uno dei suoi presunti stupratori possa usare quel suo potere contro di lei. E devastarla di nuovo. E ancora. E ancora».

La psicoterapeuta Laura Rivolta indica nella gallery in alto possibili antidoti al victim blaming.

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