sabato, Giugno 19, 2021
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Il lato oscuro dello smart working. Uffici (e affari) ristretti possono mandare in crisi società immobiliari, banche e Pil

Voi ve ne state a lavorare da casa in pantofole e le banche saltano e l’economia precipita. Fra gli effetti a lunga scadenza della diffusione dello smart working, questo non è il primo che salta in mente, ma, se ritenete “La Fuga dall’Ufficio e il Grande Crash” solo un improbabile scenario catastrofico, sappiate che al Fondo monetario internazionale se ne stanno preoccupando seriamente. Per dire in due parole come la vedono: il mondo era già superindebitato prima del Covid, con il Covid lo è diventato due volte di più, l’ultima cosa di cui le banche erano bisogno è un torrente di nuovi debiti ballerini, questa volta dalle grandi immobiliari. Ma questo è esattamente quello che potrebbe avvenire: tutti gli ingredienti della ricetta letale sono sul tavolo.

Lo smart working ha tutta l’aria di esser qui per durare. Negli Usa, ormai, vaccinano 3 milioni di persone al giorno, ma solo un quarto dei lavoratori, nelle maggiori aree urbane, è tornato a lavorare in ufficio. In Italia, al picco della scorsa primavera, i lavoratori in smart working erano 4,4 milioni, ma in Germania calcolano che più di un lavoratore su due potrebbe lavorare da casa. Per l’Italia significherebbe 12 milioni di persone lontane dall’ufficio. Queste modifiche del costume quotidiano non sono solo materia di articoli di giornale, hanno ricadute concrete. A Londra, una grande banca come Hsbc ha annunciato una riduzione del suo spazio per ufficio del 40 per cento. Idem JPMorgan Chase a New York. In tutti gli Stati Uniti, la riduzione media supera il 16 per cento. Il risultato è che il mercato è fermo: a Manhattan le transazioni (contratti di vendita o di affitto) nell’edilizia non residenziale sono scese del 25 per cento. In Europa il colpo è stato anche più forte. Nell’ultimo trimestre del 2020, le transazioni per uffici, in Europa, risultano inferiori del 60 per cento, rispetto ad un anno prima e anche per l’altro grande comparto – i negozi – la discesa è del 40 per cento.

Girano, insomma, sempre meno soldi. A Londra, i redditi da edilizia non residenziale risultano ridotti del 15 per cento, a Roma dell’8 per cento, riferiscono gli addetti del settore. I profeti meno sfegatati dello smart working valutano che, alla fine, si andrà in ufficio, in media, tre giorni a settimana. Ma anche una smart week così ridotta, hanno calcolato gli analisti di Fitch, una delle grandi agenzie di rating, comporta una riduzione dei profitti delle grandi società immobiliari del 30 per cento. Il mercato ha preso nota: le quotazioni in borsa delle grandi immobiliari americane, in un momento di grande effervescenza a Wall Street, sono in calo del 25-30 per cento.

Notizie bruttissime per chi ha loro prestato i soldi da investire. Come una famiglia, abitualmente, fa un mutuo per comprare casa, così le immobiliari fanno debiti – alla grande – per costruire i loro palazzi per uffici o negozi. E questi debiti sono parte cospicua del portafoglio crediti di banche, assicurazioni, fondi pensione. Che già si muovevano, da dieci anni a questa parte, su un terreno scivoloso. A livello globale, i debiti delle aziende erano cresciuti, negli anni dalla crisi finanziaria del 2010 fino al 2019, fino ad arrrivare ad un livello pari al 91 per cento del Pil mondiale. Un anno di pandemia e di lockdown ha aggiunto altri 11 punti, portandoli oltre il 100 per cento del Pil. Una crisi del settore, tradizionalmente assai esposto, dell’edilizia non residenziale potrebbe porre, dunque, seri problemi di stabilità finanziaria a istituti di credito già alle prese, via pandemia, con volumi crescenti di sofferenze e prestiti inesigibili.

Al Fondo monetario hanno provato a calcolare l’effetto complessivo sull’economia di una caduta in Borsa delle grandi immobiliari. Una discesa anche solo di mezzo punto dei loro valori di borsa, rispetto al trend storico e a quanto suggerirebbero i fondamentali, mette a rischio, nel giro di qualche anno, fino a due punti di Pil. E la loro capitalizzazione di Borsa è direttamente legata alla quantità di spazio che non riescono ad affittare. In cinque anni, quel valore può scendere anche del 15 per cento, rispetto al trend atteso, se la quantità di metri quadri inoccupati aumenta del 5 per cento.

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