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È morto Gianni Colajemma: l’attore e regista di Bari aveva 62 anni

Quanto l’amava Bari Gianni Colajemma, visceralmente, con rabbia e tenerezza, dalla radice più profonda di se stesso all’ultimo sbuffo dei suoi ricci. Adesso la città avrà tutto il tempo per restituirglielo quell’amore, con il tempo lungo, senza più cadenza né scadenze, che viene dopo la morte. Finalmente con la gratitudine e l’attenzione che ha sempre meritato, ma non sempre ricevuto, purtroppo.

Fa male sapere che se n’è andato così presto, a 62 anni appena, nato sotto il segno dell’Acquario e chi lo conosceva sa bene quanto fossero fondamentali per lui i segni, che venissero dal suo veneratissimo San Nicola, il taumaturgo che avrà pregato in questi anni di malattia, un tumore del sangue, anni non semplici, ma portati addosso con forza, silenzio e straordinaria dignità, o che venissero dalla gente comune, da un bambino come da un anziano, che lo fermava per strada per dirglielo una volta ancora: “Gianni, sei grande”.

Fa male sapere che se l’è portato via il Covid, da malato oncologico non vaccinato, come tanti che sono stati messi nel limbo dell’attesa per dare la precedenza a troppi, in un piano vaccinale partito con una strategia schizofrenica e colpevole. Ha contratto il virus ad aprile, si è addormentato in un coma farmacologico con la Pasqua, non si è più risvegliato. Poco prima, a marzo, aveva avuto la forza di calcare per l’ultima volta – ma chi poteva prevederlo – le tavole del teatro Piccinni per la rassegna del Comune, ‘Palcoscenico’. E anche questo era stato un segno, perché proprio da lì aveva cominciato, dal Piccinni.

Un debutto come attore nel 1977, anni di moti e rivoluzioni, e lui invece – cosa che di qui in poi sempre farà – lo sguardo preferiva volgerlo all’indietro, al passato di Bari, dove sentiva profumo di autenticità, e infatti lo spettacolo era Quei giorni del ’43 regia di Gianni Pesola. Ma è l’incontro con Vito Maurogiovanni a determinare quello che non si fa fatica a definire un sodalizio fecondo, che permette l’incrocio di una penna e di un cuore; negli anni vanno in scena spettacoli indimenticabili come Aminuamare e Chidde dì, e anche uno sceneggiato radiofonico Rai Nicolaus venne dal mare. Nel frattempo, Gianni con l’entusiasmo e l’energia incoercibile di un bambino che costruisce un castello e la volontà di ferro inscalfibile, fonda nel 1986 il suo teatro che, per forza di monumentale amore, chiama Barium, come la sua città.

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Rimarrà il suo avamposto artistico, ne dividerà una parte iniziale di esperienza con Mino Barbarese, lo costruirà con le sue mani, lo forgerà sempre di più a immagine di se stesso, del suo gusto retro, con i velluti rossi, le canzoni degli anni Trenta, il vagheggiato passato. Sarà la sua casa, quella dei suoi fedeli attori, della sua compagnia che anche qui, in omaggio a un luogo identitario della città, chiamerà Manifattura Tabacchi. Porterà in scena tantissimi spettacoli, commedie in vernacolo, lavori più d’esperimento, talora di sfida, come le riscritture: il Taratuffe da Moliere, o con l’Abeliano, La storia di ruzzulane, riscrittura di Vito Carofiglio da Il reduce di Ruzzante. Sarà sempre in cerca di novità, di nuove collaborazioni, mettendo in scena testi di diversi autori: Rocco Servodio, Bartolomeo Sciacovelli, Mino de Bartolomeo, Rosaria Barracano e Nicola Gemma. Ma non sarà mai uomo di un solo amore Colajemma: al fianco del teatro troveremo la televisione che gli darà la grande popolarità, soprattutto grazie ad Antennasud con la sit-commedy “Tutti a casa”, cui seguirà “E.R. Medici al capolinea”, per il quale forgia l’esilarante boss Picciafuoco.

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Innamorato anche del cinema, da interprete per Nico Cirasola (Odore di pioggia, Da do da, Albania Blues e Bell’Epoker), e poi da regista: il suo cortometraggio L’amore è una cozza meravigliosa, apologo di cui è anche straordinario protagonista, è da recuperare, al più presto, vi è racchiusa la sua poesia. Perché Gianni non era solo l’attore comico che tutti conoscevano e che tutti piangono in queste ore, anche il sindaco di Bari Antonio Decaro dal suo profilo Fb (“Oggi questo maledetto virus si è portato via un altro pezzo della nostra città. Bari perde la risata calda e profonda di Gianni Colajemma, perde uno degli attori che hanno fatto la storia della comicità e del teatro popolare barese. Grazie di tutto quello che hai fatto per questa città, grazie per la tua arte e per la tua trascinante comicità. Grazie anche dei rimproveri che mi riservavi durante le nostre telefonate”). No, quella era solo una parte, la più istintiva (i suoi tempi comici erano meravigliosi, irresistibili, è vero). C’era poi il grande sognatore, quello che confidava, prima o poi, di realizzare un film su San Nicola, anelato per un quarto di secolo, e che mai farà. “Si farà solo se San Nicola lo vorrà”, ripeteva.

Non è accaduto, ma il suo Santo ha voluto che lui fosse direttore di diverse edizioni del corteo storico di maggio, appuntamento al quale ha dedicato molta parte delle sue forze e della sua creatività. Tra le sue instancabili avventure, questa volta insieme a suo figlio Gianmarco, la creazione di una piattaforma Teatrobarium.com per rivedere i suoi spettacoli, e di un singolo E ci jè l’estate, tormentone che celebra l’arrivo della bella stagione anzitempo, stagione che non si impiglierà più nella sua testa riccia, piena di idee, contagiosi sorrisi a occhi strizzati e nitide profezie di futuro.

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