lunedì, Giugno 14, 2021
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Alice Pagani: #diamociunamano, basta tabù

Come fili elettrici scoperti, i lunghi capelli che Alice Pagani ha liberato per farli «allungare all’infinito» si attorcigliano alle dita e producono scintille e pensieri a velocità supersonica. Mentre sorride – molto – e si scusa – spesso – per la raffica di parole, racconta che quei fili sono cresciuti insieme a lei, durante l’anno della pandemia. «Ho passato il tempo a guardarmi bene, dentro, a cercare la mia luce», dice abbassando gli occhi. Intanto, fuori, succedevano due cose: un film, Non mi uccidere, in streaming dal 21 aprile, e un libro, Ophelia, di cui ha appena consegnato le bozze e che uscirà a maggio per Mondadori Electa.

È sera, e lei è stanca ed eccitata insieme, dopo una proiezione per la stampa del film. «Gli effetti speciali sono molto belli, la parte fisica è molto importante. Sono abituata alle cose che escono in streaming (la serie che l’ha resa famosa, Baby, è andata in onda su Netflix per tre stagioni, ndr), ma il cinema è un’esperienza. Non ci andavo da agosto, mi sono emozionata».

È un film dark, con elementi soprannaturali, già definito «il Twilight italiano»: è stato difficile interpretarlo?

«La sfida era rendere la purezza del mio personaggio, Mirta, una “sovramorta”. È stato un viaggio anche dentro di me, che è cresciuto sempre di più. E ha influenzato, perché giravo mentre lo scrivevo, anche la stesura di Ophelia, che è l’alter ego che mi sono data su Instagram».

Una volta ha detto che voleva scrivere la storia di lei e sua madre. È diventata questo libro?

«No. Il racconto di noi due forse un giorno lo trasformerò in un film, ho una forma di dislessia per cui leggere e scrivere per me è complicato, funziono meglio con le immagini. E poi da piccola ho sempre pensato di vivere in un film con mia madre. Avevo visto The Truman Show e mi chiedevo sempre se quello che vivevamo era reale o meno. Il libro invece parla di questa ragazza che viene da un paesino, come era il mio, e fa una strada simile alla mia ma diversa, ho come voluto immaginare un percorso parallelo, una mia vita alternativa, qualcosa che poteva essere. L’ho vissuta come una seconda possibilità, ho messo tutto quello che mi ispira, canzoni, atmosfere di film».

È un racconto in prima persona.

«Sì, volevo che il lettore vedesse le cose dalla prospettiva di Ophelia, c’è moltissimo di me e del mio mondo onirico, dark, fiabesco. Il personaggio parte dall’ambiente protetto del paese, dove le sole cose di cui hai paura sono il silenzio, il buio, la noia, per poi arrivare nella metropoli e aver paura degli altri, del fatto che tutto è più grande di te. Ophelia lotta per sconfiggere questa paura, e la sua è una ricerca di felicità, in un posto dove ci sono più possibilità di crescere, scoprirsi, conoscersi, trovare il proprio posto».

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La voglia di diventare adulta è anche sua?

«Assolutamente sì. Anche se l’incontro con il mondo degli adulti poi è deludente perché è fatto di etichette, menzogne, cose materiali. Lì c’è la disillusione: Ophelia non sta cercando una casa, vestiti, soldi, una bella ragazza o un bel ragazzo accanto a lei, sta cercando sé stessa e chi la fa sentire sé stessa, non avendo paura di essere quello che è».

Come ci riesce?

«Viene da un piccolo paese dove la sessualità è un tabù, non si può parlare apertamente, la chiesa è un punto di riferimento, si reprime molto, c’è una castrazione femminile. Per trovarsi, deve esplorare anche il suo corpo. Scrivo di masturbazione perché è un modo per conoscersi, e sono convinta che bisogna parlarne in modo disinvolto perché è una via per diventare consapevoli del proprio corpo. E scrivo anche di sesso; è un po’ difficile entrare nel mondo degli adulti dicendo: “Certamente sono etero”. L’esperienza la devi fare. In questo libro Ophelia si permette di studiarsi con una donna, di capire come si sente ad amare una persona del suo stesso sesso, lo vuole scoprire dopo aver provato un’esperienza con un uomo».

Anche lei è partita da Piattoni, il paese dove è cresciuta in provincia di Ascoli Piceno, per approdare a Roma.

«È un luogo dove non ci sono molte possibilità, ma solo un cinema, un centro commerciale e tre bar, che chiudono alle 20 anche se non c’è il coprifuoco. Tante case e poi i boschi, la campagna. Da bambina per giocare devi inventarti sempre qualcosa tu, perché non c’è molto da fare. Il tempo è scandito dalle fermate di un autobus che in un tempo lunghissimo ti porta nel posto più vicino, che è un capoluogo comunque lontano da tutto. Il motorino diventa la libertà, gli argomenti sono il calcio che ruota attorno al campetto dell’oratorio, quindi alla chiesa. La gente è molto devota e insieme giudicante verso chi è aperto, diverso, e per questo spaventa».

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Chi era diverso?

«Io, per cominciare. Prendiamo la mia scelta di fare il liceo artistico, per esempio: veniva visto come una scuola di freak. Eppure per me è stata una scuola importantissima perché in quel contesto chiuso, a 14 anni, vedere per la prima volta i corpi nudi dei modelli, per poterli disegnare, e capire che ne esistono di tutte le forme, perfetti, imperfetti, è stata una rivelazione. Ma il sentirmi “altra” è iniziato prima. Mi ricordo che mia madre mi spiegò cosa fossero le mestruazioni, io lo raccontai in classe e le altre mamme si lamentarono. I miei sono operai, vivevo nelle case popolari, dove la vita è più dura, la prima scuola che incontri sono le difficoltà, la gente che frequenti ha problemi di soldi, integrazione, sopravvivenza. Sono cresciuta tra cinesi, kazakistani, filippini, che erano i miei amici. Dalle villette dei benestanti sembravamo alieni, a scuola ero la capetta del gruppo degli emarginati. Ero iperattiva e dislessica, sono finita sulla sedia a rotelle per una immobilità temporanea data da una malattia rara. Eppure gli ostacoli e l’esempio di mia madre mi hanno reso una ragazza forte, senza paura, ho sempre fatto e detto quello che pensavo in un contesto chiuso e anche razzista».

(…)

L’intervista completa sul numero 16 di Vanity Fair in edicola dal 14 aprile

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