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Patrimoniale e tassa globale sulle multinazionali. “Ma per combattere le diseguaglianze servono riforme più profonde”

MILANO – La necessità di combattere le crescenti diseguaglianze, eredità della pandemia, anche imponendo una patrimoniale per finanziare le misure per la ripresa; e una maggiore equità fiscale attraverso la costituzione di una tassa minima globale da imporre alle multinazionali. Sono i temi forti emersi nelle giornate primaverili del Fondo monetario internazionale, che si sono intrecciate con l’appuntamento a presidenza italiana del G20 finanziario. Abbiamo chiesto ad alcuni economisti cosa pensano dei temi al centro del dibattito internazionale. Ecco le loro posizioni.

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di

Raffaele Ricciardi

09 Aprile 2021

Massimo Bordigon, docente di Scienza delle finanze, Università Cattolica del Sacro Cuore

Il Fondo monetario ha rilanciato la proposta di tassare redditi alti e grandi patrimoni per finanziare la ripresa dalla crisi del Covid. E’ una buona idea?

Non è una proposta nuova da parte del Fondo. Per rispondere, si dovrebbe distinguere tra due aspetti. La scelta di quanto tassare redditi alti e patrimoni è una scelta strutturale dei diversi paesi ed è bene che la decidano da soli. Inoltre, saranno comunque questi redditi/patrimoni che finanzieranno in buona parte i disavanzi fiscali generati per affrontare la pandemia. Altro è l’ipotesi di un prelievo eccezionale, temporaneo, su imprese o anche redditi/ patrimoni che hanno particolarmente beneficiato della pandemia per sostenere la ripresa. Questa mi pare accettabile, anche se dipende dai dettagli. 

Durante una crisi senza precedenti in tempi di pace, dopo un primo scossone i listini azionari globali sono volati a nuovi massimi. Forbes non ha mai aggiunto così tanti nuovi miliardari alla sua lista di Paperoni. Eppure, dice ancora il Fmi, ci sono 95 milioni di persone in estrema povertà in più rispetto alle previsioni ante-pandemia e le divergenze della ripresa (dentro e tra Paesi) sono la prima preoccupazione. Come evitare questa forbice?

Torno alla risposta precedente. Per restare al breve periodo, alla risposta alla pandemia, con un prelievo temporaneo. In prospettiva, affrontando il tema generale della tassazione dei redditi da capitale.

L’amministrazione Usa spinge ora forte per una tassa minima globale sulle multinazionali. L’Italia guida il G20 e punta a un primo accordo internazionale per l’estate. Crede sia la volta buona?

Sarebbe sicuramente la volta di provarci sul serio; è inaccettabile che i meccanismi attuali consentano alla maggior parte delle multinazionali di sfuggire interamente alla tassazione. La disponibilità americana apre nuovi spazi che bisognerebbe cercare di sfruttare, lavorando sulle proposte già avanzate in questo senso dall’OCSE. Purtroppo, nell’Unione Europea, proposte legislative sulle imposte dirette richiedono ancora l’unanimità dei paesi per essere approvate, ragione per cui non si sono mai fatto progressi. Forse il G20 aprirebbe migliori prospettive.

La Corte dei Conti ha calcolato che, ogni anno, di 160/170 miliardi di crediti dello Stato considerati a bilancio come di riscossione certa, ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi. I condoni delle cartelle sono una soluzione equa?

Ovvio che no, è segnale pessimo. Ma è anche il segnale che i meccanismi attuali di riscossione non funzionano e vanno rivisti. 

 

Giuseppe di Taranto. Professore emerito di Storia dell’economia, Luiss Guido Carli

Il Fondo monetario ha rilanciato la proposta di tassare redditi alti e grandi patrimoni per finanziare la ripresa dalla crisi del Covid. E’ una buona idea?

Visto che il Fmi guarda al mondo intero, il suo progetto non può eludere le forti differenze che ci sono tra Paesi: negli Stati Uniti, il 15% della popolazione è scivolato dalla middle alla working class. In Cina, 400 milioni di persone sono saliti dalla povertà alla classe media. Una ‘patrimoniale’ dovrebbe tenere conto di queste differenze. E anche del fatto che i grandi patrimoni sono anche quelli che generano occupazione. Se restiamo all’Italia – dove alcune patrimoniali (Imu, bollo auto, imposizione sui c/c) già ci sono – prima che a un simile progetto lavorerei sui 215 miliardi di elusione e 110 miliardi di evasione che registriamo ogni anno. Bisogna riordinare le oltre 500 detrazioni e deduzioni che costano 60 miliardi l’anno e riformare complessivamente il Fisco per eliminare i salti che ci sono tra scaglioni di reddito e il peso che grava – come ha certificato la Corte dei Conti – soprattutto sui ceti medi. Il principio del Fmi è corretto, ma se non è un progetto ben strutturato si rischia di far scappare i grandi patrimoni dall’Italia.

Durante una crisi senza precedenti in tempi di pace, dopo un primo scossone i listini azionari globali sono volati a nuovi massimi. Forbes non ha mai aggiunto così tanti nuovi miliardari alla sua lista di Paperoni. Eppure, dice ancora il Fmi, ci sono 95 milioni di persone in estrema povertà in più rispetto alle previsioni ante-pandemia e le divergenze della ripresa (dentro e tra Paesi) sono la prima preoccupazione. Come evitare questa forbice?

La Borsa non è più il tempio dell’economia reale, ma della speculazione: movimento iniziato negli anni Novanta e ora giunto alle estreme conseguenze. Bisognerebbe ricondurre la finanza verso la concretezza, verso l’industrializzazione – ovviamente quella moderna, di un capitalismo digitale – perché altrimenti avremo sempre più disoccupazione al fianco di una ricchezza finanziaria crescente.

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di

Federico Rampini

07 Aprile 2021

L’amministrazione Usa spinge ora forte per una tassa minima globale sulle multinazionali. L’Italia guida il G20 e punta a un primo accordo internazionale per l’estate. Crede sia la volta buona?

In Europa, già prima del Covid avevamo milioni di persone in povertà. Ma il mondo è come un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: accanto alla deprivazione ci sono i paradisi fiscali in cui va a finire il 40% dei profitti delle multinazionali, per non esser tassato. E non è giusto che i nostri imprenditori paghino oltre il 60% di total tax rate, perché significa lavorare per la maggior parte dell’anno per il Fisco.

La Corte dei Conti ha calcolato che, ogni anno, di 160/170 miliardi di crediti dello Stato considerati a bilancio come di riscossione certa, ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi. I condoni delle cartelle sono una soluzione equa?

La risposta è “no”, con un “però”. Fare i condoni significa, in senso assoluto, legalizzare l’evasione. Ma in questo periodo dobbiamo tenere conto che, se diamo al condono una veste di sollievo per le categorie (turismo, commercio, piccoli debitori) che sono in sofferenza per la pandemia, allora assume una forma di ristoro e diventa un aiuto comprensibile

 

Tommaso Monacelli. Direttore del dipartimento di Economia, Università Bocconi di Milano

Il Fondo monetario ha rilanciato la proposta di tassare redditi alti e grandi patrimoni per finanziare la ripresa dalla crisi del Covid. E’ una buona idea?

Dipende dal design con cui si realizza un progetto del genere. Bisogna distinguere tra obiettivi di breve termine (gestire il forte incremento del debito che si sta accumulando in diversi Paesi) e di più lungo periodo (governare il trend delle diseguaglianze che sarà esacerbato dalla crisi del Covid). Da trent’anni lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione hanno creato convergenza tra Paesi e migliorato le condizioni di quelli che erano in via di sviluppo. Ma, soprattutto nei sistemi avanzati, sono aumentate le diseguaglianze interne, a vari livelli: tra settori, individui e generi. Questo problema va affrontato in modo sistematico, perché la crisi lo aggrava: è il momento giusto. Diversamente, la patrimoniale suona come una tantum simbolica e punitiva.

Multinazionali, il 40% degli utili va nei paradisi fiscali e all’Italia mancano 26 miliardi

di

Ettore Livini

07 Aprile 2021

Durante una crisi senza precedenti in tempi di pace, dopo un primo scossone i listini azionari globali sono volati a nuovi massimi. Forbes non ha mai aggiunto così tanti nuovi miliardari alla sua lista di Paperoni. Eppure, dice ancora il Fmi, ci sono 95 milioni di persone in estrema povertà in più rispetto alle previsioni ante-pandemia e le divergenze della ripresa (dentro e tra Paesi) sono la prima preoccupazione. Come evitare questa forbice?

Questi sono effetti collaterali di breve periodo di una crisi economica senza precedenti, per altro derivanti dalle politiche monetarie ultra-espansive delle Banche centrali che offrono grandi benefici (tenere sotto controllo il costo del debito), ma anche costi redistributivi. Per stringere la forbice è necessario un intervento a tre livelli. Il primo è quello della “pre-produzione”, vale a dire tutti quei meccanismi che generano diseguaglianza alla nascita e pre-determinano le prospettive degli individui: riguarda la tassazione della ricchezza ereditaria (molto disomogenea, anche dentro la Ue) e la formazione. Poi c’è lo stadio della produzione, ovvero l’intervento sui meccanismi di mercato: l’innovazione tecnologica sta distruggendo quei “buoni lavori” che davano stabilità alla classe media, polarizzando le condizioni con una voragine nel mezzo. E’ necessario dare un maggior ruolo al salario minimo, e incentivi fiscali alle imprese non solo per gli investimenti ma per la creazione di lavoro in aree depresse. Infine, lo stadio della post-produzione, che riguarda i trasferimenti sociali e interviene ex-post sui meccanismi di mercato: si concretizza nei trasferimenti per la disoccupazione e nella tassazione re-distributiva dei redditi alti. Su quest’ultimo punto c’è spazio per incrementare le aliquote marginali, ma serve coordinamento internazionale e non solo tassare maggiormente i ricchi: un intervento distorsivo sarebbe una toppa peggiore del buco.

L’amministrazione Usa spinge ora forte per una tassa minima globale sulle multinazionali. L’Italia guida il G20 e punta a un primo accordo internazionale per l’estate. Crede sia la volta buona?

E’ necessario innanzitutto respingere la retorica per cui va “punito” chi “approfitta” di una crisi. Ci sono settori e aziende che si sono arricchiti con la pandemia perché erano capaci di stare sulla frontiera digitale, avevano capacità logistica e flessibilità nella gestione della crisi tali da permettere loro di reagire prontamente. Ci sono quindi due temi. Uno è quello di facilitare la riallocazione del lavoro verso i settori in crescita (IT e logistica). Il secondo è molto tecnico: certamente su alcune multinazionali, quelle del cloud, c’è un margine per una migliore definizione della base imponibile e perché contribuiscano di più al gettito collettivo. E’ un tema che si può solo affrontare con la cooperazione internazionale: finora è stato tabù, ma proprio le grandi crisi sono i punti di svolta della storia in cui si possono riconsiderare questi tabù.

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07 Aprile 2021

La Corte dei Conti ha calcolato che, ogni anno, di 160/170 miliardi di crediti dello Stato considerati a bilancio come di riscossione certa, ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi. I condoni delle cartelle sono una soluzione equa?

No, in Italia c’è chiaramente un problema strutturale e di organizzazione dello Stato. La riscossione ricorda il problema della distribuzione idrica: sprechiamo il 40% delle risorse per l’inefficienza del sistema di distribuzione. E’ un tema infrastrutturale anche la riscossione: all’amministrazione pubblica manca un incentivo a operare in modo efficiente. Eppure i costi economici dell’intervento sarebbero molto bassi, le riforme più importanti di cui la macchina pubblica italiana avrebbe bisogno sarebbero quasi a costo zero. Evidentemente finora non sono state realizzate perché il loro costo politico era troppo elevato e questo vale anche per la macchina della riscossione.

 

Riccardo Realfonzo. Ordinario di economia politica, Università del Sannio, e direttore di economiaepolitica.it

Il Fondo monetario ha rilanciato la proposta di tassare redditi alti e grandi patrimoni per finanziare la ripresa dalla crisi del Covid. E’ una buona idea?

La pandemia ha accentuato il perverso processo redistributivo già in atto da tempo negli USA, in Europa e anche in Italia. Mi riferisco alla progressiva riduzione della quota del pil che va a remunerare i redditi da lavoro e allo speculare aumento della quota che va ai redditi da capitale. La crescita esponenziale dei patrimoni dei super ricchi è solo la punta dell’iceberg. Per le economie trainate dai salari, come l’Italia, questo processo redistributivo non solo è eticamente inaccettabile, ma determina anche una riduzione del tasso di crescita e degli spazi occupazionali. Per queste ragioni è necessario redistribuire il carico fiscale dai redditi da lavoro ai redditi da capitale, e tassare i patrimoni.

Durante una crisi senza precedenti in tempi di pace, dopo un primo scossone i listini azionari globali sono volati a nuovi massimi. Forbes non ha mai aggiunto così tanti nuovi miliardari alla sua lista di Paperoni. Eppure, dice ancora il Fmi, ci sono 95 milioni di persone in estrema povertà in più rispetto alle previsioni ante-pandemia e le divergenze della ripresa (dentro e tra Paesi) sono la prima preoccupazione. Come evitare questa forbice?

Gli squilibri distributivi sono connessi tra loro. Alla crescita dei patrimoni dei super ricchi fa da contraltare l’esplosione della povertà. Alla veloce ripresa di alcuni Paesi fa da contraltare la stagnazione di altri, con conseguente aumento della divergenza territoriale, anche su scena europea. Non è una novità che i meccanismi di mercato e la globalizzazione tendono ad accentrare la ricchezza in poche mani e lo sviluppo in pochi territori. Sono meccanismi che vanno contrastati con politiche fiscali più incisive e coordinate rispetto a quelle cui siamo abituati, e ponendo uno stop alla libera circolazione dei capitali su scena internazionale. Occorrerebbe cominciare con il tassare i movimenti speculativi di capitale di brevissimo periodo e utilizzare le risorse raccolte per ampliare il perimetro dello stato sociale.

L’amministrazione Usa spinge ora forte per una tassa minima globale sulle multinazionali. L’Italia guida il G20 e punta a un primo accordo internazionale per l’estate. Crede sia la volta buona?

Mi auguro proprio di sì. I vecchi teorici del laissez-faire ritenevano che la concorrenza perfetta fosse l’esito del mercato. Viceversa, sappiamo da molto tempo che le economie di scala e di concentrazione portano alla creazione di grandi imperi economico-finanziari. Le multinazionali, i grandi oligopolisti che si spartiscono il mercato mondiale in settori come le grandi produzioni meccaniche, l’ICT, la farmaceutica, la chimica macinano profitti astronomici. Stanno diventando più potenti degli Stati e si profila un mondo a scarsissima democrazia economica. Speriamo che finalmente venga uno stop a livello internazionale. Se non ora, quando?

La Corte dei Conti ha calcolato che, ogni anno, di 160/170 miliardi di crediti dello Stato considerati a bilancio come di riscossione certa, ne vengono effettivamente riscossi 7/8 miliardi. I condoni delle cartelle sono una soluzione equa?

Non vedo come si possa ritenere che si tratti di misure eque. È ovvio che non lo siano ed è altrettanto ovvio che questi espedienti per fare facilmente cassa destano grande malessere nei cittadini abituati ad onorare sempre il loro debito con lo Stato. Li allontano dalla politica e dallo Stato. Bisognerebbe chiudere per sempre con i condoni e piuttosto rafforzare i potere di controllo e riscossione dello Stato, anche sul piano locale.

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