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Caterina Balivo: «Chiediamolo ai figli»

Questo articolo è pubblicato sul numero 15 di Vanity Fair in edicola fino al 13 aprile 2021

Lasciare spazio intorno ai gesti ordinari, dargli una stanza, li fa brillare, permette che aprano un varco nell’oscurità in cui di solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora, piano piano, si ricevono le visite della consapevolezza: sono i miracoli del noto. 

Il silenzio è cosa viva per la poetessa Chandra Livia Candiani, ma lo è stato tanto anche per Caterina Balivo. Quando la pandemia ha fermato gli emisferi, lei, 41enne di Napoli, si è guardata dentro e, un giorno di quelli che si ripetevano uguali a loro stessi, ha scelto.

«Spengo la lucina rossa della telecamera puntata su di me, i riflettori della televisione. È successo che ho cominciato a interrogarmi, e quando cominci a interrogarti cominci pure a capire come sei fatta. E sei fatta di cose che ti piacciono e di cose che ti piacciono meno. Inizi a parlare con i tuoi figli come prima non riuscivi, perché non ti restava che la notte per potertici dedicare. A me, fino allo scorso maggio in cui mi sono fermata, accadevano storie belle, bellissime, e non me le godevo, non riuscivo a viverle intensamente. Sembrava sempre mancarmi il tempo, era tutto un riempire buchi, il che mi mandava fuori di testa. Quando mi sono sposata, per esempio, stavo con il pensiero che, due giorni dopo, dovevo registrare. Ma quanto mi sarebbe piaciuto restarmene nel letto con mio marito in quell’emozione? O, quando sono nati i miei figli, quanto avrei potuto stare lì ad allattarli godendomeli, senza angosciarmi se si sarebbero svegliati di notte? Invece ero una macchina. “Avanti il prossimo”. Ecco, non ne potevo più di “Avanti il prossimo”». 

Ora com’è? 

«La luce è fuori, devi imparare a puntartela addosso da sola». 

Il buio lo sente?

«Nessun buio. Non posso pensare di caderci, quando io sono sana, come i miei cari, mio papà sta per fare il vaccino e c’è gente che ha pianto davvero. Semmai il vuoto, un po’. La tv è stata la mia casa così a lungo che a volte di soprassalto mi viene da chiedermi: “Oddio, ma la redazione? Le riunioni?”. Dura un attimo, perché sono sempre positiva e questo mi tiene con la barra dritta. È così che il vuoto non diventa buio».

In che età è?

«Proprio la mia: del cambiamento, delle responsabilità. Quella in cui i figli iniziano a dipendere da te molto più dei primi tempi, perché ora ripetono le tue parole e azioni, dunque anche i tuoi errori. E le rughe si affacciano: sul naso, di lato, ai bordi delle labbra, ai margini dello sguardo. Rifarsi? Non avrebbe senso, perché la vita, gli anni tanto non li arresti, meglio accettarli».

Come lo cura il suo tempo?

«Rispettandolo il più possibile. Dentro la mia potenza di donna, che quando non è autrice è madre, quando non è moglie è figlia, quando non è conduttrice si mette a fare un dolce. Mio padre mi ha passato il valore della terra, mio marito il: “Date a un bambino un trattore, e se volete regalargli pure un futuro, insegnategli a guidarlo”».

Nel quotidiano cosa fa?

«L’orto. Semino il basilico o la menta, o il cavolo riccio, con cui sto in fissa adesso. Mangio le uova delle nostre galline, raccolgo gli agrumi: il benessere, familiare e del pianeta, parte dalla tavola, dall’educazione alimentare. Penso: “Per un approccio davvero eco dovremmo essere vegani”, ma, lo ammetto, non ci riesco, magari in un futuro. Vado in bicicletta, cerco di non prendere sempre la macchina, e spero che lo Stato aiuti perché i mezzi siano efficienti. Mi faccio spiegare dai miei bambini la raccolta differenziata». 

Lei è anche madrina dell’oceano per l’Unesco. Dunque blu, oltre che green.

«Per me che sono cresciuta a “mangia la fetta di carne che fa bene”, senza avere cognizione di che cosa significasse, è invece importante non comprare i polpi né pescarli, e passeggiare sulla spiaggia con i miei figli senza mai raccogliere conchiglie, ma chinandoci per pulirla dalle plastiche e dai pezzi di Fad, i Fishing Aggregating Devices, che sono un inganno letale per i pesci: lo racconta in modo perfetto Seaspiracy, il documentario Netflix che si chiede se può esistere una pesca sostenibile. Fatelo vedere ai vostri figli, che se noi abbiamo fatto schifo, loro potranno aiutarci».

In attesa di tornare forse in tv, tiene un podcast sulla piattaforma Chora dal titolo imperioso: Ricomincio dal no. Che viaggio umano è?

«Mi piaceva l’idea dei “no” fertili, di cosa ci succede di positivo quando invertiamo la loro tendenza negativa. A Bebe Vio hanno detto: “Non camminerai”, e ha al collo una medaglia d’oro olimpica. Stefano Domenicali se l’è detto da solo: “No a essere ancora il capo della Ferrari”, ed è arrivata la responsabilità di tutta la Formula Uno. Ersilia Vaudo, manager dell’Energia Spaziale Europea, cercarono di scoraggiarla: “Ma dove vai che non sai neanche il francese?”. Nessuno poteva però immaginare che, al colloquio, se la sarebbe giocata bene grazie a un libro di Schopenhauer».

E quelli che hanno detto a lei, di no?

«Racconto anche loro, uno in ogni puntata. C’è stato quello di Tornatore nel 2001, mi chiamò e mi gelò: “Mi dispiace, non sei più tu”. E restò la Bellucci, in quello spot di Dolce&Gabbana. Accusai il colpo, ma mi servì per focalizzare meglio che dovevo concentrarmi su quello che volevo veramente, e non era diventare attrice. Di mio padre fu categorico il no sulla danza, con l’imposizione del nuoto, ma non era cattivo. Lo capisco adesso che mio figlio preme per il padel, e io insisto: comincia con il tennis. Ma insisto con giuste cause: il cielo aperto, il campo più grande, rimandare l’escamotage del vetro. È un dirgli: “Punta alla luna, che a raggiungere il tetto fai sempre in tempo”».

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