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Fisco, la pistola di Biden rischia di sparare a salve senza un accordo sui tax rulings

Come qualsiasi fiscalista non si stanca di ripetere, in materia di tasse le cose decisive sono quelle scritte in piccolo, magari in qualche addendum. Rischia di essere così anche con le rivoluzionarie proposte dell’amministrazione Biden per mettere la fiscalità internazionale al passo della globalizzazione. C’è infatti un tarlo nell’architettura della proposta e, se si fa finta di non vederlo, si rischia anche di svuotare la rivoluzione.

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Il piano abbozzato dalla Casa Bianca si compone di due pilastri. Il primo consiste nel superamento delle digital tax spuntate un po’ dovunque, soprattutto, in Europa. In buona sostanza, si applicherebbe una sorta di digital tax (come quelle che già stanno entrando in vigore in Italia, in Francia, in Gran Bretagna) ma in un quadro internazionale: le multinazionali pagherebbero le tasse al fisco locale, in base al fatturato che realizzano nel paese relativo. Qual è la differenza rispetto alle digital tax italiana o francese? Che il sistema si applicherebbe non solo a Big Tech, ma a qualche decina di grandi multinazionali, quale che sia il loro settore. Quindi l’americana Facebook, ma anche, ad esempio, l’italiana Prada, la francese Vuitton, la tedesca Volkswagen. Con questo allargamento, Biden pensa si possa superare l’opposizione del Congresso ad una tassazione che sembrerebbe altrimenti colpire solo aziende americane.

Il secondo pilastro è una tassazione minima globale per i profitti aziendali che fermi il dumping fiscale che spinge i diversi paesi a farsi concorrenza offrendo alle multinazionali trattamenti sempre più favorevoli: dal 1980, quando in media, nel mondo, erano appena superiori al 40 per cento, le tasse sui profitti sono scese ad una media inferiore al 24 per cento. Ma si può pagare molto meno. Zero, ad esempio, negli Emirati arabi o alle Bahamas o nelle isole della Manica. O aliquote stracciate un po’ ovunque. Secondo l’ultimo conteggio, nel 2016 le multinazionali hanno trasferito 467 miliardi di dollari in profitti aziendali nei paradisi fiscali, risparmiando 117 miliardi di dollari di imposte. Biden, ora, propone una tassa minima del 21 per cento. Nella situazione attuale, è un obiettivo ambizioso: le bozze di riforma su cui lavorava l’Ocse, l’organizzazione dei paesi ricchi, ruotavano intorno all’ipotesi di una tassazione al 12,5 per cento, il livello a cui sono oggi paesi come l’Irlanda, Cipro e la Repubblica Ceca, vicino al 10 per cento di Bulgaria o ai livelli dell’Ungheria e del Montenegro. Nella stessa America, i profitti realizzati all’estero sono, di fatto, tassati al 10,5 per cento. Gli addetti ai lavori scommettono su un accordo finale al 17 per cento.

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Raffaele Ricciardi

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Il problema è che gli scaltri uffici tributari delle grandi aziende sono da tempo preparati ad una offensiva come questa e hanno già trovato il modo anche di aggirarla. La parola chiave è “tax rulings”, ovvero gli accordi specifici, sistematicamente assai generosi, che le singole aziende stipulano con i governi. Il tarlo anti-Biden sono, infatti, i regimi fiscali che, con i tax rulings, le aziende si ritagliano. Questi regimi possono avere effetti miracolosi sulle singole bollette fiscali: al riparo di sistemi tributari, apparentemente esigenti e di aliquote anche severissime, proliferano trattamenti da paradiso fiscale. E’ la forma più raffinata di dumping tributario, che può rendere una barzelletta quell’aliquota del 21 per cento. E’ proprio in Europa che proliferano questi esempi. L’Irlanda, ad esempio, ha un’aliquota del 12,5 per cento che sembrerebbe assai accomodante con le imprese. Ma la Apple pagava a Dublino, grazie al suo tax ruling, solo lo 0,005 per cento. Lussemburgo, Olanda e Belgio hanno tasse sui profitti ad un normale 25 per cento, ma c’è chi si è accordato per arrivare allo 0,.3 per cento nel primo caso, al 2,44 per cento nel secondo, al 2,9 per  cento nel terzo. Malta ha una aliquota severissima al 35 per cento, ma è disponibile ad arrivare ad un compiacente 5 per cento. Se non si mette la museruola ai tax rulings la riforma Biden rischia di diventare una scatola vuota.

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