giovedì, Luglio 29, 2021
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Il gin made in Italy protagonista del mercato nel 2020: le vendite aumentano del 24,8%

Gin, sempre gin, fortissimamente gin. Il distillato trasparente, ma non sempre, al profumo di ginepro è diventato ormai da qualche anno il principale protagonista del mercato degli spirits. Da qualche tempo esperti, bartender e influencer avvertono che la bolla sta per scoppiare ma poi, a conti fatti, i numeri ribadiscono il suo, almeno per ora inarrestabile successo. I dati IRI, limitati al canale off trade, non lasciano adito a molti dubbi: anche un anno così particolare come questo 2020 marchiato dal Covid-19, ha fatto segnare una crescita a doppia cifra (+33,5% in valore e +24,8% in volume). E se appare indicativo un aumento degli acquisti per il consumo casalingo di Gintonic e Negroni, segno che la “ moda ” del gin ha sfondato anche tra il pubblico di non frequentatori di cocktail bar e affini è in quest’ultimo canale che i destini dei vari gin si forgiano.

Le distillerie nostrane fanno concorrenza alle multinazionali

Già perché in un mercato florido come non mai ma pure estremamente competitivo e affollatissimo, le etichette in circolo nel mondo superano le parecchie migliaia, affermarsi nel canale horeca può far decidere le sorti future delle numerosissime piccole distillerie artigianali che si sono recentemente buttate nella mischia. Il mercato del gin è effettivamente molto variegato: da un lato le multinazionali come Campari, Bacardi Martini, Diageo e Pernod Ricard, solo per citare le più grosse, che possiedono brand storici e consolidati come Tanqueray, Bombay Sapphire, Gordon’s e Beefeater e budget conformi hanno capacità di penetrazione sul mercato pressoché totali, dall’altro le piccole e medie aziende che cercano di guadagnarsi un posto al sole. Tra queste, le aziende che si stanno assicurando le migliori performance sono distillerie italiane sia esse di nascita recente oppure di lunga tradizione “grappaiola”. «Che il trend del gin sia ancora in crescita non ci sono dubbi», conferma Gabriele Rondani, direttore marketing della bolognese Rinaldi 1957, storica azienda di importazione e distribuzione, che nel portafogli di gin ne ha più di uno. «Nel 2020 abbiamo deciso di inserire in catalogo altri due gin italiani, il lombardo Rivo e il siciliano Insulae, affiancandolo al toscano Ginepraio e al trentino GinPilz. Solo Ginepraio è cresciuto del 12% quest’anno, con un successo superiore rispetto a marchi inglesi che distribuiamo sempre noi». E se una società di distribuzione raddoppia la sua gamma di gin italiani, i produttori “raddoppiano” le etichette.

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Etichette raddoppiate con tocco local

Quest’anno la vicentina Distillerie Poli, una delle famiglie storiche della grappa italiana, ha ad esempio affiancato al suo eccellente Marconi 46 il “fratello” Marconi 42. Botaniche diverse per aromi e gusto differenti. Il gin amalfitano Malfy si è addirittura fatto in quattro aggiungendo alla ricetta classica le tre varianti al limone, al pompelmo rosa e all’arancia. E chi non aggiunge o diversifica, punta le sue carte sulle peculiarità territoriali. Gli esempi sono numerosi: dal toscano Ginarte che sfrutta la migliore qualità di ginepro al mondo, per stessa ammissione di un guru del settore come l’inglese Desmond Payne, ovvero quella toscana allo stesso Ginepraio, dai gin del marchigiano Collesi che agli ingredienti classici aggiunge sempre un tocco “local” ai vari Rivo e Selvatiq, che ricorrono al foraging quale approvvigionamento delle botaniche, al gin pugliese Evo che, come lascia intendere il nome, prevede anche l’aggiunta di olio extravergine d’oliva.

«Il gin italiano ha spesso questo legame con il territorio che affascina il consumatore e gli regala una marcia in più sul mercato», conferma Rondani e con lui sembra essere d’accordo Diego Cesarato, trentatreenne titolare de “La Gineria” a Santa Maria di Sala, nel veneziano. Il suo locale, cocktail bar e ristorante, vanta l’incredibile numero di 1028 etichette di gin diversi. «Praticamente tutti quelli che sono distribuiti sul mercato italiano e ovviamente tutti quelli Made in Italy», ci spiega. «I gin italiani, tutti fatti molto bene con alcune vere e proprie eccellenze, hanno un fascino in più, una storia da raccontare e la clientela li sta premiando. Io stesso poi, quando qualcuno mi lascia libera la scelta del gin da utilizzare cerco di spingere maggiormente i prodotti nazionali».

Il caso di successo: il cocktail gin che ha venduto 30mila bottiglie

Cesarato, nonostante un anno non proprio da incorniciare come per la quasi totalità dei suoi colleghi, «tra un lockdown e l’altro praticamente abbiamo lavorato sei mesi», non si è perso d’animo. Il suo “Ginetto”, un cocktail aperitivo a base di gin, infusione di spezie e botaniche, cordiale al limone se lo fa preparare anche imbottigliato da un liquorificio triestino. «Finora ne sono state vendute 29 mila bottiglie e da poco siamo partiti anche con le lattine. Dieci varianti, di cui cinque preparate in esclusiva nel locale caratterizzate da rabarbaro e zenzero oppure da fiori di sambuco e orchidea». Gradazione alcolica da aperitivo, ma pur sempre con il gin di mezzo. A ulteriore dimostrazione della forza di questo distillato, fatta di versatilità e tradizione. Una tradizione che oggi è tornata in Italia, dove il primo uso del ginepro in soluzione alcolica è stato registrato alla Scuola Medica Salernitana nel Medioevo, e da dove sta già oggi ripartendo destinazione mercati esteri. Come ad esempio sta facendo la friulana Fred Jerbis, start up nata nel 2016 a Polcenigo, in Friuli, che ha chiuso il 2020 con un fatturato di 238 mila euro (+30% sul 2019), dodici mercati esteri già raggiunti e una campagna di crowdfunding per sostenere la crescita appena lanciata sulla piattaforma Crowdfund.me.

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