domenica, Aprile 11, 2021
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Cinema, Franceschini annuncia l’abolizione della censura. E allora?

Ci siamo concessi ventiquattr’ore, ché nel nostro mondo significa una settimana di reazione ritardata, prima di dire qualcosa, anche piccola, in merito all’azione di governo che a quanto pare manda in soffitta la censura al cinema in via definitiva. Eppure ieri, appresa la notizia, la prima risposta, ovviamente interiore, l’ha contemplata una semplice domanda: dunque? Domanda dalla quale a onor del vero quanto segue non soddisfa, per primo chi scrive, però da un lato la necessità di prenderne atto su queste pagine, dall’altro il tentare intanto di ridimensionare la portata di per sé marginale del decreto, su cui schematicamente si dice a breve, impongono l’occuparsene. Specie in un periodo come questo, in cui il settore soffre di e per altro; non il solito “benaltrismo”, ma proprio il fatto che una misura del genere non s’affacci nemmeno sul problema, o i problemi. Vorremmo dunque la censura? Beh, il punto è che, di fatto, la censura era già stata accantonata dall’uso, una situazione appunto di fatto, non di diritto perciò, che ora viene semmai ratificata con intervento specifico. Eppure non nascondo che, lette le dichiarazioni del ministro Franceschini, automatico è stato il rimando a quelle altre dichiarazioni, di un altro ministro, Di Maio, quando, trionfale, annunciò da Vespa: «abbiamo abolito la povertà».

Ora, non voglio necessariamente dare una svolta filosofica a questo discorso, ed è evidente che dire di avere abolito una pratica che, in concreto, è stata davvero riformata, è altro dal dire che da un dato momento in poi non solo e non tanto non ci sono più i poveri, ma non esiste proprio il male che affligge quest’ultimi. A colpire è l’altisonanza, come spesso accade in politica, autoreferenziale, con cui si annuncia un intervento conferendogli un risalto poco o molto sproporzionato. Ma per intenderci meglio, cosa prevede il nuovo assetto? Prendo a prestito quanto pubblicato dall’ufficio stampa del Ministero della Cultura e lo riporto di seguito.

Il decreto che istituisce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche presso la Direzione Generale Cinema del Ministero della Cultura con il compito di verificare la corretta classificazione delle opere cinematografiche da parte degli operatori. Un intervento ai sensi della Legge Cinema che introduce il sistema di classificazione e supera definitivamente la possibilità di censurare le opere cinematografiche: non è più previsto il divieto assoluto di uscita in sala né di uscita condizionata a tagli o modifiche.

In pratica vigerà, come spiega Nicola Borrelli, direttore della Direzione generale Cinema e audiovisivo, all’ANSA, «una sorta di autoregolamentazione […] saranno i produttori o i distributori ad autoclassificare l’opera cinematografica, alla commissione il compito di validare la congruità». Il che, va da sé, rileva ai fini dell’uscita in sala, mentre sulle piattaforme di streaming i criteri sono altri e comunque non si applicano certe disposizioni. Dopodiché, appunto, sarà questa Commissione, presieduta dal Presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, e composta da quarantanove membri, a giudicare l’idoneità della categoria che produttori e distributori hanno appioppato al proprio prodotto, il che non avrà, a quanto pare, incidenza sull’uscita o meno in sala, né, aspetto più delicato e a monte, sull’eventuale elargizione di fondi, bensì sulla sua collocazione rispetto al pubblico, che verrà “guidato” da icone e messaggi pubblicitari appositi, volti a chiarire in maniera inequivocabile i contenuti dell’opera, seppure evidentemente per sommi capi, nonché, ça va sans dire, a quale tipo di pubblico è (s)consigliata la visione. E lo si definisce un atto di responsabilizzazione degli operatori di settore: tono paternalistico tutt’altro che di rottura rispetto al deprecato (a parole) passato.

Insomma, qui si tocca la distribuzione, che, come già in altre occasioni abbiamo avuto modo di affermare, rappresenta la vera chimera per il settore tutto, non solo nel nostro Paese. Intanto tenderei a ridimensionare l’uscita del ministro a partire dalla constatazione che tale soluzione prevede comunque l’esistenza di un organo deputato ad appurare qualcosa: il che può sembrare, ed in una certa qual misura lo è, meno restrittivo rispetto al contesto precedente, ma al momento non ci è dato sapere fino a che punto. Volendo essere non particolarmente ottimisti, se non altro perché conosciamo il panorama di riferimento, ossia quello italiano, non è assurdo pensare a beghe e discussioni sterili, così come semplicemente a cantonate di vario genere proprio nell’esercizio di questo lavoro di classificazione; già a partire dalle linee guida, che ci diranno parecchio rispetto all’efficacia di questo strumento.

In seconda battuta, non è peregrino un nuovo assetto in cui i concetti di classificazione e censura appaiano a tal punto sfumati da diventare una questione di pura semantica. Sottoponiamo un’ipotesi tra le svariate. Proviamo ad immaginare cosa possa essere l’andare in sala da qui a qualche tempo (mesi? anni?): l’ingresso, per una ragione o per un’altra, soggetto a biglietto elettronico univoco, ossia da esibire attraverso il proprio dispositivo, col proprio account. Questo significa poter monitorare seriamente il pubblico pagante, non solo per fasce d’età ma anche, tra le altre cose, per abitudini, intendendo essenzialmente la presenza di uno storico rispetto a ciò che si è visto precedentemente in sala. Ebbene, che un film disponga di certi requisiti anziché altri potrebbe di fatto avere un rilievo fondamentale ai fini commerciali, per cui, nella speranza di poter contare su una classificazione giudicata consona da produttori e distributori, è facile prevedere il ricorso sistematico e più invasivo a una pratica già consolidata, cioè quella delle ricerche di mercato. Da qui la pressione su, mediatica e non, su tale organo, finendo col fare le pulci ai singoli componenti in quanto, si suppone, in combutta con quel produttore o quell’altro distributore.

Corro il rischio di suonare naif, ma tali logiche, se differiscono per tipologia rispetto a quelle di natura morale (o per meglio dire moralistica), sono assimilabili quasi del tutto a quest’ultime in relazione agli effetti. Questo perché analoghe sono le modalità, con la differenza che in regime di censura propriamente detta è un’autorità (Stato o Partito, a secondo del sistema di governo) a stabilire cosa sia adatto, o per meglio dire funzionale mostrare o meno, mentre un indirizzo di mercato presupporrebbe (il condizionale è d’obbligo) un’implicita imposizione dettata da una serie di scelte operate dalla maggioranza. Far passare un cambio di paradigma già avvenuto da chissà quanto per qualcosa non solo d’innovativo, ma persino degno di celebrazione, lascia perplessi, specie se questo comporta una resa da parte delle istituzioni, che si riservano ad ogni buon conto la facoltà di porre un sigillo proprio allorché prendono ufficialmente atto, con colpevole ritardo, di non avere alcun controllo su certe dinamiche. Lo Stato insomma dice “presente!” quando da tempo nessuno si è accorto della sua assenza – il che, per certi versi, è stato persino un bene, dato che l’eccesso di regolamentazione in alcuni ambiti, lungi dall’agevolare l’ordinario svolgimento, finisce con l’aggiungere grattacapi anziché risolvere quelli già presenti.

Senza contare che celebrare il presunto venire meno dell’attività censoria, espressione che spero a questo punto di aver già contribuito a ridimensionare, è un nonsense: non avere alcun tipo censura corrisponde a un vuoto di Potere e, come sanno i meglio informati, in natura non esiste nulla del genere, né può aversi. Nel caso specifico lo Stato riconosce, quantunque per vie traverse, di non essere più il depositario di norme che regolano la comunità, alle quali semmai dovrà uniformarsi; non a caso è lecito supporre che le linee guida sopra evocate saranno dettate da logiche à la page, basate a loro volta su criteri che condannano fattispecie di per sé non considerate illegittime da alcun ordinamento (non adesso almeno), insomma, che non costituiscono reato. Un po’ come avviene coi social, in cui vige un’etichetta non per questo meno stringente, oltre che cangiante. Stiano sereni perciò un po’ tutti: ciò che è già accettato si continuerà a poter vedere in un film, e ciò che non lo è non lo sarà certo da domani.

Come sempre, dunque, si tratterà di capire a chi risponderà una simile commissione, quali saranno i suoi principi ispiratori, e la risposta, in entrambi i casi, è che a dettare il tutto sarà semplicemente il buon senso™, concetto sovrapponibile a quello, nel caso dell’Italia, di morale cattolica, la quale non era imposta forse direttamente dalla gerarchia ecclesiastica, ma che a conti fatti ne era espressione. Quest’ultimo parallelo ci aiuta peraltro a comprendere meglio quanto la pronuncia di Franceschini lasci il tempo che trovi, alla luce del fatto che il sistema che si vorrebbe da poco mandato in soffitta si rifà ad un contesto totalmente diverso, quando l’Italia era un altro Paese, ed il riferimento al divieto di pubblicazioni oscene poté essere esteso alle opere cinematografiche già in sede di Assemblea Costituente (articolo 21 della Costituzione italiana, dove si cita testualmente una definizione evidentemente desueta, ossia «buon costume»).

Non è questione, in ultima analisi, di scagliarsi contro tale provvedimento, o peggio, contro chi lo ha emanato. Il punto è che, parafrasando Tomasi di Lampedusa, cambia tutto affinché non cambi nulla. Poco o nulla ci viene infatti detto su come concretamente s’intende agevolare la distribuzione, secondo quali misure, siano essi contributi, sgravi o proposte di alcun tipo. Siamo al punto in cui, con i Turchi alle porte di Costantinopoli, le massime cariche ci sottopongono la questione inerente al sesso degli angeli insomma. Lo stesso Giulio Andreotti, al quale fu affidata la delega per lo Spettacolo nel governo De Gasperi, alla sua attività censoria seppe unire quella di aiuto e contributo reale al rilancio dell’industria cinematografica italiana: la Legge di sostegno al cinema del 29 dicembre 1949, infatti, tra le altre cose, fu decisiva per la riapertura di Cinecittà ed il salvataggio dell’Istituto Luce, oltre a riequilibrare il rapporto tra pellicole americane ed italiane, «riservando a queste ultime un robusto supporto finanziario e giornate di programmazione settimanale nelle sale. Fu un atto fondamentale per il rilancio della produzione cinematografica nazionale» (fonte).

Mi si dirà che interventi simili Franceschini li avrebbe già non solo proposti ma attuati. D’altro canto la stessa «abolizione della censura di Stato» fa capo a una Legge la cui approvazione risale al novembre 2016, quella che, stando alla comunicazione che se ne fece, si aspettava da quarant’anni. Spiegare con la pandemia le tare strutturali del nostro sistema farà perciò presa in questa fase in cui siamo tutti immersi in questo liquido post-2020, purché però, con un minimo di lucidità, si riconosca contestualmente che tutto ciò ad oggi non si è rivelato utile anche solo quale principio di una risalita. Oggi celebriamo l’esistenza di un organo istituito cinque anni fa, così come un bambino rassicura la mamma di aver fatto i compiti solo perché si è seduto e ha aperto il libro. Poco conta che due minuti dopo si sia allontanato per andare a giocare a pallone, lasciandolo tuttavia aperto lì sulla scrivania; una volta rientrato, peraltro, la madre non ha modo di sincerarsi che il figlio abbia fatto il suo dovere, presa com’è dal medicare il ginocchio sbucciato procuratosi dal piccolo durante la partita con gli amichetti. Speriamo ci sia qualcuno che, diversamente da quella mamma, dopo aver messo il cerotto ed aver tirato un sospiro di sollievo, si ricordi ancora di chiedere al figlio a che punto è coi compiti.

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