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il vincitore e migliori giochi di marzo 2021

Questo 2021 videoludico sta finalmente entrando nel vivo e ce lo dicono i giochi che hanno debuttato nel mese di marzo. Dalle produzioni più piccine ma degne di nota – una su tutte Narita Boy – alla nuova ed esplosiva follia targata Hazelight e Josef Fares, quell’It Takes Two che ci ha lasciati di stucco, le ultime settimane non ci hanno dato un attimo di tregua, merito anche di alcuni illustri arrivi sulle console di nuova generazione. Parliamo ad esempio di Tony Hawk’s Pro Skater 1+2 ma anche del sorprendente Disco Elysium, che a quasi sei mesi di distanza dall’uscita su PC ha finalmente raggiunto i lidi di PS5. Insomma, siamo pronti a incoronare il gioco del mese di marzo 2021, quindi bando alle ciance e cominciamo subito.

Loop Hero

Gli amanti dei roguelike hanno avuto pane per i loro denti con l’uscita di Loop Hero, una particolarissima avventura targata Four Quarters e Devolver Digital, che di fatto è riuscita a trovare un’altra interpretazione al genere di riferimento. Il viaggio dell’eroe pronto a ricostituire l’esistenza stessa della Terra si basa su di una trovata di design semplice e geniale: il loop. Difatti il protagonista affronta autonomamente le creature che gli si parano dinanzi lungo un percorso circolare, che al completamento di ogni giro viene popolato da avversari sempre più potenti e coriacei. A ogni creatura sconfitta si ricevono delle carte di vario tipo, dalle ambientazioni (che danno vari boost alle statistiche), come montagne e prati, alle creature che l’eroe dovrà affrontare.

Non soltanto quindi il loop cambia volto in continuazione ma garantisce al giocatore nuove carte ed equipaggiamenti per approntare una build e raggiungere gli scontri coi boss nel migliore dei modi. In aggiunta, i tarocchi legati agli scenari o ai mostri possono essere combinati per dar vita a risultati inediti e in grado di cambiare il sapore dell’offerta ludica. Ci troviamo letteralmente dinanzi a una “passività attiva” che, vista anche la presenza di tre classi differenti (rigorosamente giustificate dalla lore), evita del tutto il rischio di annoiare. Dall’hub centrale alla presenza di un sistema di crafting, quella offerta da Loop Hero è un’esperienza completa, non particolarmente brillante dal punto di vista tecnico e sonoro ma al contempo ricca, dirompente e meritevole di essere scoperta (come illustrato nella nostra recensione di Loop Hero).

Everhood

Everhood di Foreign Gnomes deve molto ad Undertale ma spicca pure per originalità, complice il peculiare gameplay che miscela dinamiche da rhythm game a un’esperienza hardcore. Nelle battute iniziali una misteriosa entità fa calare il giocatore nei panni di Red, una bambola di legno priva di un braccio. Tra boschi fatati, discoteche affollate e strambi personaggi – si pensi al vampiro Nosferatchu – Red si ritrova ben presto a dover compiere alcune scelte che si ripercuotono sul finale della trama, che a onor del vero non raggiunge mai i livelli di Undertale. Benché costellato da rotture della quarta parete e trovate interessanti, infatti, il racconto non ha saputo colpirci allo stesso modo ma è pur vero che la punta di diamante della produzione sia da ricercarsi altrove.

In Everhood gli scontri si svolgono in arene a cinque corsie tipiche di Guitar Hero, con la bambola che deve schivare e saltare gli attacchi in arrivo (anche in simultanea). Questa idea continua a stupire di volta in volta grazie a trovate ludiche inedite, dai colpi che piazzano una barriera impossibile da superare in salto, agli effetti che distorcono l’immagine e aumentano il tasso di difficoltà. Una volta ottenuta l’abilità di rispedire gli attacchi al mittente, il combat system guadagna un nuovo livello di profondità, che però ha un prezzo: la necessità di abbracciare il backtracking per tornare indietro e riaffrontare le boss fight. Questa scelta tra l’altro mette in luce uno dei grandi difetti di Everhood, la cui colonna sonora ha ben pochi brani memorabili o ben costruiti. Parliamo in ogni caso di un viaggio di sette ore piuttosto affascinante e dai tratti onirici, che merita un’attenzione in più proprio dai fan di Undertale: per saperne di più, eccovi la nostra recensione di Everhood.

Narita Boy

La febbre degli anni ’80 ha contagiato anche il mondo videoludico, ecco perché il rischio di imbattersi in produzioni poco ispirate, tutta forma e niente sostanza, è cresciuto. Narita Boy, l’opera prima di Studio Koba, non si trova fra queste e anzi ci

ha stupito più del previsto. La trama narra di un ragazzo che si ritrova a seguire le orme di Lionel Pearl, designer di videogiochi e creatore di Narita Boy, il videogame più venduto al mondo. La particolarità di tutto questo è che il mondo virtuale del gioco – in cui il giovane viene catapultato – è in realtà tutt’altro che fittizio, poiché tenuto in vita dal potere della Trichroma. Neanche a dirlo, una forza oscura vuole impossessarsi dell’universo digitale e spetta al giovane il compito di sventare la minaccia. Dagli approfondimenti testuali, al racconto delle vicende di Lionel, Narita Boy lascia trasparire la sua natura di “testamento d’amore”, giacché il personaggio di Pearl ha molto in comune col director del gioco Eduardo Fornieles.

Ludicamente invece parliamo di un action 2D con elementi platform e una spolverata di metroidvania. Nulla di realmente articolato, sia ben chiaro, ma tra piccoli enigmi, mini sezioni di platforming e i simpatici combattimenti a ondate, l’avventura scorre con piacere, merito anche delle abilità inedite che il ragazzo acquisisce per tutto il corso del viaggio. A fronte di un comparto audiovisivo sorprendente, che stupisce sia per la pixel art che per una colonna sonora sensazionale, risulta invece impossibile non esprimere forti riserve sui comandi, che in particolar modo nei salti mancano totalmente di quella sensazione di controllo e di precisione che si desidererebbe. In ogni caso, il debutto di Studio Koba è di quelli coi fiocchi, e non vediamo l’ora di scoprire quali altre sorprese ci riserverà il piccolo team di Barcellona: se volete approfondire, la recensione di Narita Boy è a un click di distanza.

Di città corrotte, marsupiali e skateboard… in 4K

Come di consueto, anche il mese di marzo ha ospitato l’arrivo sul mercato di riedizioni e porting di spicco, ai quali non avremmo potuto che dedicare il giusto spazio. Partiamo col Disco Elysium di ZA/UM, che nel 2019 ha travolto la platea dei

ruolisti digitali come poco altro. Per questo motivo abbiamo accolto l’arrivo di DE: The Final Cut su console con sincero entusiasmo, sebbene lo studio estone non sia riuscito a confezionare il porting perfetto. Pur senza considerare gli occasionali cali di frame rate su PS5, peraltro risolti con l’ultimo aggiornamento, il sistema di controllo su console si è dimostrato scarsamente reattivo e macchinoso e – cosa ancor più strana – anche i tempi di caricamento non sfruttano correttamente l’SSD dell’ammiraglia di Sony. Come illustrato nelle nostra recensione di Disco Elysium: The Final Cut, a controbilanciare suddetti spigoli abbiamo trovato le missioni aggiuntive legate alle dottrine politiche di Revachol, che contribuiscono ad arricchire la caratterizzazione del protagonista, e le novità sull’ottimo doppiaggio in inglese, rivisto e ampliato per valorizzare le peculiarità della produzione.

Passiamo quindi a Crash 4: It’s About Time, un mirabile omaggio alla trilogia di Naughty Dog, nonché un trionfo di machiavellico level design, dove crudeltà e ispirazione si muovono in totale simbiosi. Se l’edizione per Nintendo Switch del gioco si è dimostrata la più debole di tutte (qui la nostra recensione di Crash 4 per Nintendo Switch), il titolo su PS5 dimostra di sapere eccome il fatto suo.

Sebbene il distacco grafico tra le versioni old e next-gen non sia così marcato, la risoluzione 4K massimizza il colpo d’occhio e valorizza la gamma cromatica e il sistema d’illuminazione, rendendo l’estetica cartoon della produzione ancor più espressiva (si pensi al tripudio di luci e colori in Anticonformista). La stabilità dei 60 fps, ora letteralmente granitici, rinvigorisce ulteriormente la precisione del platforming, che purtroppo non ha beneficiato allo stesso modo delle feature di DualSense. Chiudono il cerchio il buon Audio 3D – a patto di avere un headset all’altezza – e le schede Attività, che consentono agli utenti di catapultarsi nei livelli con estrema rapidità.

Da citare anche l’approdo su Xbox Series X/S e PS5 di Tony Hawk’s Pro Skater 1+2, che ricordiamo essere la versione restaurata dei primi due capitoli dell’acclamata serie di skateboarding. Al netto della mancanza di aggiunte contenutistiche, il gioco ora sfrutta in modo avvertibile gli hardware di nuova generazione anche oltre lo standard di 4K a 60 fps. Coloro che dispongono di un pannello adeguato possono ad esempio beneficiare della modalità a 120 fps ma i ritocchi alla cornice grafica rappresentano a nostro parere un elemento ancor più importante.

Come spiegato nella nostra recensione di Tony Hawk’s Pro Skater 1+2, il sistema d’illuminazione ad esempio è stato ulteriormente rifinito, dai riflessi dinamici alle ombre in alta qualità, senza contare i modelli in alta risoluzione degli skater e i caricamenti quasi istantanei. L’implementazione dello Spatial Audio e il feedback migliorato dei grilletti – avvertibile distintamente anche su Xbox – chiudono il pool di novità legate a un upgrade non imprescindibile ma certamente valido, che saprà fare la felicità degli appassionati in possesso di una nuova console.

It Takes Two

Questo marzo ci ha già posto dinanzi alla prima “scelta difficile” dell’anno, giacché ha ospitato due titoli degni della corona di Game of the Month. Uno di questi, che per un soffio non è riuscito ad accaparrarsela, è l’It Takes Two di Josef Fares, uscito a 3 anni di distanza dall’indimenticabile A Way Out. Come per le imprese di Leo e Vincent, il tratto più riuscito dell’esperienza è la sua capacità di sorprendere, merito sia di un gameplay in continuo divenire, sia di una direzione artistica di spicco. Protagonisti di questo action platform cooperativo, che di tanto in tanto si trasforma in un TPS o un GDR isometrico, Cody e May sono ormai giunti al capolinea della loro storia d’amore ma c’è qualcuno che proprio non vuole saperne di vederli separati: la figlioletta Rose.

Cadendo sulle bambole che ricreano le fattezze dei genitori, le lacrime della piccola riescono in qualche modo a compiere un sortilegio, coi due sposi che improvvisamente si ritrovano intrappolati nei due pupazzi. A chiarire la situazione ci pensa un estatico Dr Hakim in versione libro animato, che spiega ai due che non potranno ritornare alla normalità prima di aver completato il suo programma terapeutico. Queste le premesse di un viaggio unico nel suo genere e pensato per essere una sentita lettera d’amore al mondo dei videogiochi.

In tal senso It Takes Two può rivelarsi il peggior nemico di sé stesso, visto che alcune porzioni della campagna – la cui longevità si attesta tra le 10 e le 12 ore – mettono in mostra trovate ludiche così sorprendenti da ridefinire le aspettative degli utenti. I pochi nei di una cornice audiovisiva deliziosamente pregevole, si pensi alla modellazione dei personaggi umani o ad alcuni cali di framerate durante le cutscene, non riescono in alcun modo ad adombrare un titolo che potrebbe fare incetta di premi alle prossime kermesse videoludiche: non perdetevelo per nessun motivo, e recuperate la nostra recensione di It Takes Two.

Game of the Month: Monster Hunter Rise

Sin dalle prime occhiate, Monster Hunter Rise ci ha dato l’impressione di voler amalgamare innovazione e tradizione, in modo da sintetizzare la formula per soddisfare sia le nuove leve che la vecchia guardia. Ebbene, al netto di qualche trascurabile imperfezione, Capcom è riuscita a compiere il miracolo e a fare di questa ennesima incarnazione del brand una delle migliori di sempre. Ambientato nel Villaggio di Kamura, un suggestivo e colorato insediamento, Rise pone il giocatore nei panni di un Cacciatore incaricato di scoprire l’annoso segreto che si cela dietro la cosiddetta Calamità.

Ogni 50 anni infatti un’immensa orda di mostri attacca il villaggio, un fenomeno questo che nel tempo ha preso il nome di “Furia”. Se a ciò aggiungiamo il preoccupate risveglio del Magnamalo, la necessità di doversi ergere a difesa degli uomini diventa sempre più pressante nel Cacciatore, che nel portare a compimento una campagna offline dalla durata di circa 25-30 ore ha il tempo di prendere confidenza col combat system e di padroneggiare tutte le novità escogitate da Capcom per migliorare la qualità della vita. Anche grazie alle Missioni Addestramento, la software house ha evitato di spiazzare i neofiti, che anzi possono cavalcare l’instancabile Canyne a piacimento per esplorare le mappe agevolmente.

Passando alle Missioni Furia, legate al rafforzamento dei confini di Kamura e alla difesa stessa del villaggio dagli attacchi dei mostri, vogliamo dire che sono tanto divertenti se affrontate in compagnia quanto frustranti se intraprese in solitaria, poiché l’unico Cacciatore deve non solo assolvere a tutti i compiti del caso ma anche tentare di respingere i potentissimi mostri Apex senza aiuti. Ciliegina sulla torta, il RE Engine di Rise non offre l’impatto grafico di World per le ovvie differenze che separano gli hardware di riferimento, eppure il colpo d’occhio e il frame rate sono impressionati per gli standard dell’ibrida Nintendo, che col nuovo Monster Hunter ha ospitato l’ennesimo capolavoro. Un trionfo ben espresso nella nostra recensione di Monster Hunter Rise.

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