sabato, Luglio 24, 2021
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Prime elezioni palestinesi in 15 anni, Barghouti sfida Abu Mazen. E si teme il rinvio

Gerusalemme – Quando il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha annunciato in autunno le elezioni legislative e presidenziali, le prime in 15 anni, la reazione predominante è stata di grande scetticismo. Non sarebbe stata infatti la prima volta in cui, nel corso di questi anni, elezioni venivano annunciate e poi annullate, esattamente come avvenuto per la riconciliazione tra Fatah e Hamas, le due fazioni avversarie che governano rispettivamente Cisgiordania e Striscia di Gaza e che ancora non sono riuscite a trovare la via della pacificazione nazionale dopo la guerra civile del 2007. L’ annuncio di Abu Mazen era visto allora come un tentativo dell’attuale leadership di confermare la propria legittimità contestualmente all’insediamento dell’amministrazione Biden.

Trentasei liste in lizza per le presidenziali

Ma con il passare delle settimane, l’appuntamento elettorale che inizierà il 22 maggio con le legislative e dovrebbe proseguire il 31 luglio con le presidenziali, sembra uno scenario sempre più realistico e anche piuttosto animato: domenica il comitato elettorale centrale ha approvato ben 36 liste (erano 11 nel 2006). “C’è grande fermento tra la gente, lo dimostra anche il fatto che il 93% degli aventi diritto al voto si sono registrati per votare”, dice a Repubblica Ghassan Khatib, già ministro fino al 2006 e attualmente direttore del centro studi Jerusalem Media & Communication Centre. Tuttavia, l’attenzione rimane concentrata solo su 4 liste: da un lato quella unica di Hamas e dall’altro 3 liste che si contendono il tradizionale elettorato di Fatah. La vera novità delle elezioni, e il grande rompicapo per Abu Mazen, è che l’andamento del processo elettorale finora si sta traducendo in una sfida interna alla sua gestione monocratica delle istituzioni palestinesi.

La lista di Marwan Barghouti e Nasser Qudwa

Meno di 24 ore prima della scadenza della presentazione delle liste elettorali il 31 marzo, si è materializzato il peggiore degli incubi per il presidente Abbas: Marwan Barghouti, dal carcere israeliano dove sconta cinque ergastoli come mandante di attentati terroristici contro soldati e civili israeliani durante la Seconda Intifada, ha presentato una sua lista insieme a Nasser Qudwa, nipote di Yasser Arafat, espulso di recente da Fatah proprio per aver annunciato l’intenzione di concorrere con una lista indipendente, in polemica con l’autoritarismo della gestione Abbas.

La lista Qudwa-Barghouti rompe gli schemi e diventa una nuova spina al fianco per Abu Mazen, oltre a quella già posta dalla “Corrente democratico-riformista di Fatah” dell’arcirivale Mohammad Dahlan, che vive in esilio ad Abu Dhabi dal 2011. L’obiettivo di Barghouti – rappresentato nella lista dalla moglie Fadwa – è testare il terreno in vista di una sua possibile candidatura diretta alle presidenziali del 31 luglio.

I sondaggi palestinesi

Da sempre i sondaggi indicano come Barghouti, percepito dai palestinesi come un’icona della resistenza che sta pagando un prezzo personale per la lotta del suo popolo, uscirebbe vincitore da qualsiasi confronto con l’attuale presidente. Secondo l’ultimo rapporto del sondaggista palestinese Khalil Shikaki, in una competizione presidenziale a tre, Barghouti riceverebbe il 48% dei consensi, Abu Mazen il 29% e il leader di Hamas Ismail Haniyyeh il 19%. La lista ufficiale di Fatah, con Barghouti in campo, perde almeno 10 punti.

“Non ci sono liste Fatah concorrenti: c’è solo una lista in campo che rappresenta il partito madre”, dice a Repubblica Raed Debiy, leader della sezione internazionale del movimento giovanile di Fatah, posizionato al posto 130 (su 132 seggi) della “lista madre”. Per Debiy, “Dahlan si è venduto da tempo agli Emirati e di certo non si può considerare Fatah”, mentre per Barghouti il discorso è diverso. “Lui è un simbolo per Fatah e per il popolo palestinese”.

Debiy conferma quanto dichiarato domenica dal ministro Hassan al Sheikh, braccio destro di Abu Mazen, secondo cui “sono in corso trattative molto positive che potrebbero portare già nei prossimi giorni a una risoluzione dei fraintendimenti con Barghouti”. Va ricordato che anche nel 2006 Barghouti aveva presentato una lista indipendente, ritirata poi in vista delle elezioni per sostenere Abu Mazen.

Urne a Gerusalemme Est

Se la controversia interna a Fatah non si dovesse placare, sempre più voci sostengono che Abu Mazen, per evitare una possibile disfatta personale, potrebbe cercare di annullare, o quantomeno rimandare le elezioni. A offrirgli l’opportunità potrebbe essere proprio Israele, se non dovesse concedere il dispiegamento delle urne a Gerusalemme Est.

Da mesi i leader palestinesi minacciano che “senza Gerusalemme non ci saranno elezioni”, tuttavia Israele – che non si era opposta alla procedura né nel 1996 né nel 2006 – attualmente non si è espresso in merito.

Il silenzio di Israele

Nel pieno di uno stallo politico senza precedenti che ha appena visto una quarta tornata elettorale in meno di due anni, nessun esponente di governo israeliano si è finora relazionato pubblicamente all’atteso appuntamento elettorale dei dirimpettai, che avrà inevitabilmente ripercussioni per lo Stato ebraico. L’unico messaggio ufficiale che si è sentito nei giorni scorsi in merito è stato pronunciato dal generale Kamil Abu Rukun, il Coordinatore uscente delle attività dell’esercito israeliano nei Territori palestinesi (Cogat). “Se dovesse vincere Hamas, Israele interromperà il coordinamento con i palestinesi” è quanto Abu Rukun sostiene nei briefing di fine incarico, anche di fronte alla comunità internazionale.

Secondo Khatib, Abu Mazen potrebbe sempre revocare le elezioni, ma “non dovrebbe farlo: l’aspettativa che si è creata è enorme e rischierebbe di pagarne comunque le conseguenze”. Se si procederà, “la sensazione è che si andrà incontro a un cambiamento negli equilibri di potere che hanno governato finora la leadership palestinese”.

L’incognita statunitense

A sbaragliare tutte le carte in tavola potrebbe essere anche la posizione dell’amministrazione americana, che continua a emanare segnali contrastanti: da un lato è stato appena approvato il rinnovo di aiuti economici all’Autorità Palestinese, con un pacchetto iniziale di 100 milioni di dollari; dall’altro Joe Biden non ha ancora chiamato Abu Mazen dall’insediamento, a differenza di quanto avvenuto con Netanyahu.

Motivo per cui pare che il presidente palestinese abbia rifiutato una chiamata del Segretario di Stato Anthony Blinken la settimana scorsa. Quello che sembra emergere finora è che gli Usa di Biden non intendono posizionare il conflitto israelo-palestinese in cima alla propria agenda estera. Resta da vedere come questo impatterà le prime elezioni palestinesi in 15 anni.

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