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sono stato all’inferno. E sono tornato

Questo articolo è pubblicato sul numero 14 di Vanity Fair in edicola fino al 6 aprile 2021

Il 1° giugno 2019, mentre il mondo cominciava inconsapevolmente a vivere quella che sarebbe stata la sua ultima estate spensierata, Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash, si chiudeva in casa.
Pur non sapendo dare un nome preciso a quella scelta – la parola lockdown non ci diceva ancora niente – intuiva che per arginare la pandemia di cui era il paziente zero e anche l’unico, un male di vivere in cui era diventato impossibile non inciampare, aveva bisogno di farci i conti da solo.

In quei tre mesi di isolamento autoimposto (e mentre fuori si ballava Margarita, il brano dance che ha avuto il merito di fargli conoscere Elodie, che sarebbe diventata la sua compagna) è nato Persona, non a caso l’album più venduto del 2020, l’anno in cui tutti, poi, ci siamo ritrovati confinati in casa, a fare i conti con le stesse paure e domande che rimbalzano in quel disco rap che ha rotto gli argini anagrafici, sociali, culturali, arrivando a un pubblico che prima di allora non aveva avuto nessuna dimestichezza con il genere. E forse nessuna simpatia.
La prima frase di tutto l’album (brano I denti) dice: «Devo stendere il cellophane prima», lasciando intendere che la questione non sarà esattamente pulita, come è inevitabile che sia quando si fanno i conti con il dolore. Ma il ritornello dell’ultimo brano (Greta Thunberg, cantata con Cosmo) ripete: «Ce la posso fare». Non un disco di guarigione, dice Marra, ma «inizia nel buio e poi, canzone dopo canzone, si vede una luce in fondo al tunnel». Quando ci incontriamo per questa intervista quella galleria sembra lontanissima e lui, quasi sfacciatamente, un uomo felice.

L’umanità ricorderà il 2020 come l’anno peggiore della storia recente. Ma forse lei no.
«Ho rimandato il tour più grande e importante della mia carriera, l’ho fatto per quella che, all’inizio, mi è sembrata una sfiga cosmica e molto specifica contro di me. Ma poi mi sono reso conto che non ero io ad aver perso il treno: semplicemente quel treno non era mai partito per nessuno. Siamo in una bolla in cui tutto è sospeso, posticipato. Ho preso la pandemia – la mia, e anche quella che ci ha coinvolti tutti – così: come un’occasione per cambiare. Mi sono riappropriato delle persone e delle cose che mi piacciono davvero, e che erano lì, sotto i sogni non miei che sognavo semplicemente perché li sognano tutti. Ho scritto Persona come se fosse il mio primo album, pensando che ero stato così lontano dalle scene – 4 anni nel rap sembravano un’era geologica – e che ero stato così male che nessuno si sarebbe aspettato niente da me. Mentre lo scrivevo sentivo che c’era una completa coincidenza tra i confini miei, di Fabio, e quelli di Marracash. Un giorno ero in macchina, ho ascoltato le prime 3 tracce e ho pianto perché ho sentito quella sensazione che tradotta in parole è: ce l’ho».

Che cosa?
«La situazione in mano, ma anche il guizzo, il talento. Ho sempre paura di perderlo, il talento. Poi, però mi arriva nella testa una strofa e dico: ok, è ancora qui, meno male. Oppure guardo la faccia di qualcuno a cui leggo quello che ho scritto e quella faccia si illumina, e allora anche io mi illumino. Se sto da solo, una cosa che so fare e che mi capita abbastanza spesso, tendo a pensare che tutto quello che faccio fa schifo. In mezzo agli altri mi sento non solo meglio, ma anche migliore: so che è brutto da dire, ma il confronto tra me e le altre persone mi porta a essere più clemente coi miei difetti che, improvvisamente, non mi sembrano più così terribili».

Nel disco canta «è la mia ribellione che vogliono vendere». A 41 anni ne ha ancora di ribellione?
«La mia ribellione è essere chi sono, e rivendicarlo. Nel rap l’epopea di quello che da zero ha avuto successo l’abbiamo cantata tutti, e francamente ha anche rotto i coglioni. Adesso non mi interessa più raccontare la strada da cui vengo, ma che effetto ha avuto quella strada su di me, che ferite ha lasciato. Quindi sì, mi ribello da solo. Anche perché la ribellione come dimensione collettiva non esiste nemmeno più, i ragazzi di oggi, che sono molto meglio di noi perché sono aperti, non bulli, fluidi, non vogliono sovvertire niente. Forse perché non credono in niente».

Voi, invece, in che cosa credevate?
«In tante cose, alcune certamente anche sbagliate. Credevamo che manifestando avremmo potuto cambiare il sistema, che nella droga si potesse trovare qualcosa, che viaggiare fosse un modo importante per conoscere se stessi e il mondo. Riguardavo i film di Salvatores, che adesso sembrano favolone un po’ ingenue, e pensavo a quanto raccontano dei sogni della mia generazione. Io ancora ci credo al potere del viaggio: quando ho rimesso insieme i pezzi di me che avevo dimenticato, mi sono ricordato che da bambino avevo una passione per le spade e i samurai, allora sono andato in Giappone a vedere come si fanno. Sono stato felice».

I ragazzi, però, si mobilitano per l’ambiente.
«È vero. Il cambiamento climatico è uno dei temi del momento, anche se quello più caldo, la vera rivoluzione, è quella che stanno facendo sui diritti le donne. Da quasi boomer penso che sull’ambiente come singoli possiamo fare ben poco, che è una questione sociale. Faccio la mia bella raccolta differenziata, cerco di ridurre il mio impatto sul pianeta, ma se non cambiano le cose a monte, se non vengono prese delle decisioni dai governi, non si va lontano. La gente lavora, si fa un culo così, paga le tasse: mi sembra un miracolo che abbia anche la voglia di separare l’umido dal secco. Ormai, ovunque, siamo chiamati a fare cose che dovrebbe fare qualcun altro. Anche al supermercato: dici ah che figata la cassa automatica. Ma non l’hanno fatto per te, l’hanno fatto per risparmiare uno stipendio e tu devi passarti i tuoi prodotti sullo scanner».

Come diceva Marilyn Monroe, puoi togliere la ragazza dalla provincia, ma non la provincia dalla ragazza. Quanto della Barona (non provincia ma periferia, sempre di radici parliamo) è rimasto dentro?
«Io alla Barona ci vivo ancora, e anche mia mamma abita sempre lì. È il posto dove sono cresciuto e dove credo che le persone mi rispettino e mi vogliano anche bene perché non sono cambiato. Certe cose lì non si dicono, ma le capisci dai gesti. Alcuni mi salutano con un cenno impercettibile della testa, alla Fight Club. Un buon segno».

Si è sentito diverso dai ragazzi che aveva intorno?
«Sulla copertina del mio primo disco ci sono delle antilopi e, dietro, le case popolari. E io credo di essermi sentito come loro: una specie rara, lì dentro. Avevo fatto le elementari in via Bramante: casa popolare con il bagno fuori, ma a scuola se sapevi qualcosa potevi alzare la mano e dirla, ed era anche una bella cosa. Quando sono arrivato in Barona, la scuola, il mondo, erano al contrario: se sapevi le cose dovevi stare zitto, se leggevi libri non potevi raccontarlo a nessuno, se provavi emozioni era meglio non farle vedere, se no sembravi un debole. Per tanto tempo ho dovuto tenere nascoste delle parti di me; poi ho capito che potevo riappropriarmi della mia diversità. E anche trasformare quel nome “marocchino” con cui mi chiamavano con disprezzo e usarlo come un punto di forza. Marracash, appunto».

Quando un ragazzo della Barona incontra una ragazza del Quartaccio, che succede?
«Io e Elodie ci siamo riconosciuti nella nostra normalità. È la prima volta che sto con una persona come me. Le famose le ho sempre evitate, le mie fidanzate sapevano a mala pena chi fossi quando ci conoscevamo. Io e lei facciamo lo stesso mestiere, ma lei ama me, non Marracash. E io amo Elodie, la persona Elodie».

In che modo siete riusciti a salvarla, questa normalità?
«Sia io sia lei abbiamo avuto una lezione fondamentale: la sconfitta, il fallimento. Io l’ho imparata bene questa lezione perché ho avuto successo a 28 anni, prima ho fatto in tempo a fare di tutto, a mandare giù merda, a sentirmi invisibile. Anche per lei non è stata facile. La sconfitta è un’esperienza che ti cambia la vita».

Ha raccontato con grande naturalezza e prima che la «mental health» diventasse il tema delle celebrities, degli alti e bassi della sua sindrome bipolare. Parlarne serve a sdoganare il tema o fa anche bene a chi lo fa?
«Per me le cose si affrontano parlando, e infatti la mia analista dice sempre che sono il paziente perfetto. A me ha fatto bene poter dire che sono stato male e credo abbia fatto bene anche a chi mi ha ascoltato: i miei account si sono trasformati per settimane in una specie di posta del cuore, in cui ognuno mi parlava dei suoi problemi. A qualcuno ho scritto, ma l’unico vero modo che conosco per provare a dare delle risposte sono le canzoni».

Sembra un uomo felice. Lo è?
«Il lavoro va bene, la mia vita privata va molto bene – mi sento amato, accolto, spronato e supportato – e questo fa bene a tutto il resto. Mi sento come se avessi tutta la forza del mondo per poter fare quello che voglio. Ho tirato fuori Fabio, e Fabio piace. È una cosa molto bella sentirsi accettati».

FOTO  ALVISE GUADAGNINO

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