lunedì, Luglio 26, 2021
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Le cellule T riconoscono le varianti di coronavirus

Nella battaglia tra le varianti di coronavirus e le nostre difese non contano soltanto gli anticorpi neutralizzanti: un’altra componente fondamentale del sistema immunitario, i linfociti T, sembra relativamente poco impressionata dalle trasformazioni che il SARS-CoV-2 mette in atto per continuare a infettare l’uomo. In base a uno studio dell’Istituto di ricerca americano sulle malattie infettive (NIAID), i linfociti T citotossici, che hanno il compito di riconoscere ed eliminare le cellule infettate, rimangono attivi anche contro le varianti di coronavirus più diffuse.

Ancora coperti. Gli scienziati hanno analizzato il sangue di 30 persone che avevano contratto la covid prima che si diffondessero le nuove varianti: l’obiettivo era capire se le loro cellule T fossero potenzialmente in grado di riconoscere e attaccare tre varianti di coronavirus, la B.1.1.7 o variante inglese, la B.1.351 o variante sudafricana, e la B.1.1.248, uno dei tanti nomi con cui è stata chiamata la principale variante brasiliana. Le varianti di coronavirus presentano una serie di mutazioni, alcune delle quali riguardano la proteina spike, che il SARS-CoV-2 utilizza per accedere alle cellule umane.

Una spike modificata potrebbe risultare meno riconoscibile ad anticorpi e cellule T sviluppati in risposta al vaccino o a precedenti infezioni. Ma se per gli anticorpi qualche segnale di mancato riconoscimento in parte c’è (in particolare per le varianti brasiliana e sudafricana), la risposta delle cellule T alle mutazioni è rimasta praticamente intatta. Di norma, i linfociti T arginano l’infezione riconoscendo parti della proteina (antigene) virale presenti sulla superficie delle cellule infettate. Le cellule che mostrano questo segnale vengono riconosciute come “nemiche” e neutralizzate.

Una buona notizia. Al momento non conosciamo la quantità di cellule T e anticorpi neutralizzanti necessari per stabilire una protezione immunitaria a una nuova infezione. Ma la notizia è comunque incoraggiante: i linfociti T di convalescenti e vaccinati sembrano non essere influenzati, nel loro lavoro, dalle mutazioni presenti nelle varianti, e dovrebbero fornire una qualche protezione contro di esse.
 
Il risultato dovrà essere confermato su un numero maggiore di pazienti, e in ogni caso, una protezione immunitaria ottimale (come quella fornita dai vaccini) include anche un buon numero di anticorpi neutralizzanti, prodotti grazie alla memoria da elefante di un’altra classe di linfociti, le cellule B.

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