lunedì, Luglio 26, 2021
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Addio alle stellette: così la Polizia puntò sulla democrazia

Per capire gli ultimi 40 anni di storia d’Italia è necessario passare da qui: legge 121 del 1981, la trasformazione del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza nella Polizia di Stato. È necessario farlo perché un pezzo della crescita della nostra democrazia transita, inevitabilmente, nella smilitarizzazione di un corpo che diventa, le parole sono del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una missione non solamente votata al presidio della Sicurezza, “ma proiettata verso la cura dell’ordine democratico e che concorre a rendere la libertà di esercizio dei diritti garantiti dalla Costituzione”. Aver costruito in questi quarant’anni una Polizia più democratica ha significato, in sostanza, aver costruito un Paese più democratico.

Il racconto di questo percorso sono la spina dorsale de “La riforma dell’Amministrazione della pubblica sicurezza”, il volume che verrà pubblicato oggi, nel quarantesimo anniversario della legge, giorno scelto anche per festeggiare il corpo di Polizia. In quello che si è trasformato però in un avversario venato di grande tristezza: a curare il volume (in collaborazione con l’Ufficio relazioni esterne e cerimoniale) è stato il prefetto e Consigliere di Stato, Carlo Mosca, uno degli ideatori della legge 121. Che proprio in queste ore, a 75 anni, è scomparso, vittima del Covid.

A curare la prefazione del volume è stato il presidente della Repubblica. Che ricorda come “i quarant’anni della legge di riforma dell’Amministrazione della pubblica sicurezza coincidono con un altro anniversario che il 2021 ci consegna: i 160 anni dell’Unità d’Italia. Sono ricorrenze tra loro intimamente collegate. Perché la Polizia è uno dei volti dello Stato. E la storia della Polizia è parte del racconto della edificazione dello Stato unitario”. La legge dell’81, ricorda Mattarella, ha segnato una linea d’ombra. La Polizia ha assunto un aspetto di modernità diventando “un corpo dello Stato che i cittadini riconoscono come amico, accessibile ed aperto, elemento di coesione. Una “empatia democratica” la definisce il Capo dello Stato, “guadagnata sul campo anche nei giorni durissimi di questo annus horribilis appena trascorso, ma nata negli anni difficili del terrorismo, nutrita, nei lunghi 40 anni dall’introduzione della riforma, dal lavoro e dal sacrificio dei suoi componenti. Un impegno lungo che ha prodotto così i suoi effetti”.

La 121 portò effettivamente alla Polizia, e dunque al Paese, dei cambiamenti militari: la “smilitarizzazione” ha significato aprire alla parità di genere (soltanto allora fu infatti garantita alle donne pari modalità di accesso e di carriera), al mondo sindacale, furono creati ruoli tecnici e sanitari e si aprì agli ispettori interni. Ma è stata introdotto, anche, con forza, una parole cruciale: quella della prevenzione. Lo scrive proprio il prefetto Mosca, in quello che oggi bisogna leggere come un testamento del suo lavoro: “Il rinnovamento e il rinascimento culturale hanno accreditato una nuova teoria, quella della sicurezza condivisa e partecipata, che ha rideterminato il rapporto tra comunità e forze di polizia, le quali si avvalgono della collaborazione attiva della cittadinanza, come efficace strumento di prevenzione dei reati”.

“Ma smilitarizzazione, sindacalizzazione, parificazione del ruolo delle donne, creazione del ruolo degli ispettori, tutte le istanze di democratizzazione e modernizzazione che trovarono finalmente una risposta sistemica in quell’aprile del 1981 non sono l’unico merito di quella legge” dice Franco Gabrielli, che dopo aver guidato la Polizia dal 2016, è oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. “La Polizia di Stato – dice Gabrielli – ha scelto di festeggiare la ricorrenza della propria fondazione, risalente al 1852, proprio il 10 aprile, per sottolineare il vincolo indissolubile che lega l’Istituzione a quel provvedimento normativo: la 121 è stata la legge che ha definito e disciplinato l’architettura dell’Amministrazione della pubblica sicurezza nel nostro Paese fissando alcuni principi cardine nel nostro sistema. Primo fra tutti, l’unicità dell’Autorità nazionale di pubblica sicurezza, identificata nel ministro dell’Interno”.

“La sicurezza genera certamente un potere”, dice un altro dei padri di questa legge, il vice presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, che contribuì a pensare la norma con Mosca. “Ma è anche e deve essere garantita come un diritto. Dalla 121 non è uscito un mondo perfetto, certo – dice Amato – non sono totalmente scomparse disfunzioni che già conoscevamo, ma oggi, più ci sia avvicina a quel sapiente equilibrio fra unificazione e coordinamento che la legge ha adottato come modello, tanto più le cose funzionano”. Ci sono poliziotti che sono nati con questa legge. “Io, entrato in servizio alla fine degli anni ottanta, sono figlio di questa riforma. Che mi ha messo davanti a una sfida: coniugare l’antica sapienza con le moderne conoscenze e competenze per saper rispondere alle necessità e ai bisogni dei cittadini” dice Lamberto Giannini. Il nuovo capo della Polizia.

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