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Spy story, si apre la sfida tra Mosca e Roma

Quando un anno esatto fa l’allora premier Giuseppe Conte accettò l’offerta di Vladimir Putin e fece sbarcare in Italia una brigata dell’esercito russo per combattere la pandemia, furono in molti a mostrare stupore. Sia per la mossa inusuale, avvenuta senza consultare i vertici militari e degli apparati di sicurezza, sia per la natura della missione moscovita.

In poche ore cominciarono ad arrivare a Pratica di Mare aerei cargo zeppi di veicoli per la disinfestazione contro i gas tossici, di discutibile utilità nella lotta al virus, con personale specializzato nella guerra chimico-batteriologica: uomini con una solida preparazione nell’intelligence militare. I timori per quella spedizione che poi è rimasta due mesi in Lombardia, spruzzando disinfettanti nelle case per anziani e in piccola parte collaborando nelle terapie intensive di Bergamo, furono trasmessi a Palazzo Chigi anche dagli alleati della Nato, senza trovare risposta. Perché tanti sospettavano che tra le finalità di quella delegazione umanitaria ci fosse anche lo spionaggio. Non a caso, la zona di intervento era prossima alla base bresciana di Ghedi dove sono custoditi armamenti nucleari.   

Adesso l’operazione della procura di Roma dimostra come i servizi segreti del Cremlino siano attivi in maniera aggressiva nel nostro Paese. Quello che è avvenuto martedì sera nella capitale non ha precedenti, né in Italia, né in Europa: non era mai accaduto prima che un ufficiale di Mosca in servizio presso un’ambasciata venisse bloccato in flagranza, subito dopo avere comprato informazioni riservate. 

Le altre vicende di spionaggio che hanno tenuto banco in Germania, in Francia e in Gran Bretagna, incluso il clamoroso tentativo di avvelenamento dell’agente disertore Sergej Skipral nel 2018, sono sempre state caratterizzate dall’assenza di prove dirette. Le accuse contro l’intelligence russa sono nate dalle indagini condotte dopo i fatti contestati: a Roma invece tutto è avvenuto in presa diretta, grazie all’attività dei carabinieri del Ros e dell’Aisi, l’apparato di sicurezza interna.

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Ed è significativo anche il ruolo del capitano di fregata arrestato a Roma. L’ufficiale di Marina era in servizio nello Stato Maggiore della Difesa, il comando che dirige tutte le forze armate: uffici dove sono custodite informazioni classificate non solo sulle attività italiane ma anche della Nato. 

L’interesse di Mosca per conoscere i piani dell’Alleanza atlantica in Italia era già emerso lo scorso 30 agosto, quando i francesi hanno arrestato un loro tenente colonnello che faceva parte del quartiere generale Nato di Napoli: uno snodo centrale per conoscere i movimenti di navi e aerei nel Mediterraneo, tornato a essere un fronte caldissimo nel confronto tra potenze. 

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Parigi però aveva ammanettato solo il suo militare, mentre adesso il governo Draghi si trova di fronte a un problema nelle relazioni con il Cremlino. La Farnesina ha immediatamente convocato l’ambasciatore russo. L’ufficiale fermato a Roma infatti è accreditato presso la rappresentanza diplomatica: uno status che nelle spy story è stato valutato in modo diverso a seconda delle epoche e dei rapporti tra i Paesi. Durante la Guerra Fredda in molte occasioni si è preferito espellere i diplomatici accusati di spionaggio, piuttosto che affrontare uno scontro.

Questa però è una situazione inedita. Anche prima della caduta del Muro non c’erano mai stati esponenti ufficiali russi fermati in flagranza nel nostro Paese. L’ultimo precedente risale al 1989, durante un’indagine per spionaggio ai danni della Oto Melara e di un’azienda tecnologica triestina: allora però i due funzionari sovietici sotto inchiesta riuscirono a riparare in patria prima degli arresti. Le condanne contro di loro non si sono trasformate in misure concrete. 

Gli unici precedenti recenti riguardano russi bloccati in Italia su rogatoria di altre nazioni. Come Sergej Nicolaevich Pozdnjakov, arrestato a Trastevere nel 2016 mentre comprava documenti della Nato da un dirigente dei servizi segreti portoghesi. Pozdnyakov aveva un passaporto diplomatico e dopo due mesi è stato scarcerato dalla magistratura italiana, che non ha riconosciuto la validità del mandato di cattura portoghese. Un provvedimento che ha evitato la crisi con Mosca.

Lo stesso copione si è ripetuto a Napoli due anni fa. Aleksandr Korshunov, top manager dell’azienda statale Odk, venne arrestato su richiesta delle autorità statunitensi. Per lui l’accusa era di spionaggio industriale: avrebbe copiato componenti di motori aeronautici americani per produrli in Russia. E in favore di Korshunov prese posizione persino Vladimir Putin, criticando Washington perché faceva arrestare cittadini russi in Paesi terzi, in modo da “complicare le relazioni bilaterali”: un messaggio esplicito al governo di Roma. 

Poi di fronte alla decisione della Corte d’Appello di Napoli, favorevole all’estradizione negli Stati Uniti, la magistratura di Mosca ha presentato a sua volta la domanda di processare Korshunov in patria. Una scappatoia giuridica per impedirgli di finire in una cella americana.

Trovare una soluzione al caso aperto con l’operazione di martedì sarà molto più difficile. Ed è prevedibile che la questione non abbia solo risvolti internazionali ma possa riverberare anche sugli assetti della maggioranza di governo, dove le simpatie di Matteo Salvini per Mosca sono esplicite. E’ cominciata una partita complessa, in cui il premier Draghi dovrà dimostrare la capacità del Paese di tutelare l’interesse nazionale. Lo stesso Draghi che, superando le ambiguità del predecessore, nel presentare il suo esecutivo alle Camere aveva dichiarato: “Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori”. 
 

 

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