giovedì, Luglio 29, 2021
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Gli italiani che finsero il sequestro in Siria: “Così ci portiamo a casa un milione”

“Durante il viaggio verso l’aeroporto mi continuava a dire che dovevo stare tranquilla poiché al rientro avrebbe avuto molti soldi. Sarebbero arrivati dalla Farnesina come riscatto del suo falso sequestro”. Le dichiarazioni dell’ex fidanzata di Alessandro Sandrini svelano l’obiettivo della gang che organizzava rapimenti tra Brescia e la Siria. Alle vittime veniva proposto un affare semplice, con tanto di villeggiatura “in una villa con donne, alcool, droga”. Peccato che una volta messo sul volo per l’ultima città turca prima del confine siriano, Sandrini finisca davvero nelle mani dei terroristi. Proprio come Sergio Zanotti, anche lui bresciano e in difficoltà economiche. Dopo quasi tre anni di prigionia, spiegherà di aver raggiunto nel 2016 la Turchia per acquistare dinari iracheni fuori corso, ma nel giro di pochi giorni si sarebbe ritrovato in una prigione islamista.

I due sequestri più strampalati della storia recente sono nati da una truffa messa in piedi da quattro amici al bar che volevano fare i soldi. A smascherarla è stata la procura di Roma che ha arrestato per sequestro a scopo di terrorismo l’italiano Alberto Zanini e due albanesi Fredi Frrokaj e Olsi Mitraj. Abitano nel bresciano ma potevano contare su complici in Italia, Turchia e Siria: gli indagati sono dieci, molti altri restano da identificare.

Il gruppo contava di incassare due pagamenti. Il primo quello pagato dalle milizie fondamentaliste a chi gli fornisce un ostaggio; il secondo dal riscatto che in passato le nostre autorità hanno versato per ottenere il rilascio di connazionali. Per questo, tramite i loro contatti in Turchia e un cittadino siriano – stando alla ricostruzione realizzata dal pm Sergio Colaiocco con i detective di Sco e Ros – avevano pianificato la “cessione” degli ostaggi. “L’introito era di circa un milione: 200mila per Sandrini, Mitraj e “il capellone” altri 800 mila per il marocchino, l’egiziano e l’albanese”, ha raccontato un collaboratore.

È Frrokaj a curarsi anche del “mantenimento delle persone legate affettivamente ai sequestrati” e così i familiari di Zanotti e lui stesso dopo il rilascio ricevono ricariche e un mensile da 1.500 euro. L’ex fidanzata di Sandrini invece ogni domenica per mesi riscuote 50-60 euro, parla di 20 mila euro che avrebbe già dovuto avere e rivela: “Prima di partire Sandrini mi aveva garantito che appena rientrato, 100 mila euro sarebbero stati miei se gli avessi mantenuto il gioco”.

“I quattro amici al bar” avevano programmato anche un altro colpo, cercando di mandare in Turchia un imprenditore che però ci ripensa all’ultimo minuto. Così viene rimpiazzato proprio con Sandrini, all’epoca imputato per un paio di rapine e oggi indagato anche per simulazione di sequestro.

Di certo gli italiani finiscono nelle prigioni di due diverse formazioni: il Turkistan Islamic Part – composta soprattutto da uiguri, la minoranza musulmana cinese che aveva combattuto con Osama Bin Laden in Afghanistan e poi ripreso vita nel nord della Siria – e Jund Al Aqsa, compagine vicina ad Al Qaeda ma che ha realizzato azioni assieme all’Isis. Nel 2016 sono impegnate in una lotta per la supremazia all’interno della galassia fondamentalista che sfida il regime di Assad: sbandierare la cattura di uno straniero ne aumentava il prestigio e in più c’era la prospettiva di ottenere un riscatto dal governo.

Quello a cui mirava l’organizzazione, che secondo l’accusa si dava da fare per diffondere sui media le richieste di aiuto dei rapiti. Come il video in cui Sandrini indossa una tuta arancione – come spesso accade nelle immagini che precedono l’esecuzione – alle spalle due uomini armati: “Chiedo all’Italia di chiudere questa situazione in tempi veloci”. Negli atti dell’indagine non si parla di riscatti pagati dalle nostre autorità. L’ipotesi è che le formazioni jihadiste li abbiano rilasciati dopo avere raggiunto i loro obiettivi “politici”. Tanti punti da chiarire in una storia che oscilla tra la farsa e la tragedia.

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