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Basic Instinct

Foto di Nima Benati, Servizio di Gaia FraschiniFoto di Nima Benati, Servizio di Gaia FraschiniFoto di Nima Benati, Servizio di Gaia FraschiniFoto di Nima Benati, Servizio di Gaia FraschiniFoto di Nima Benati, Servizio di Gaia FraschiniFoto di Nima Benati, Servizio di Gaia Fraschini

Questo articolo è pubblicato sul numero 14 di Vanity Fair in edicola fino al 6 aprile 2021

Il concierge dell’Hotel Eden a Roma, luogo leggendario della Dolce Vita romana, non doveva vedere di queste scene da tempo: bambine, ragazze e donne d’ogni età tese verso Can Yaman che, pirata e gentiluomo, unendo i canoni classici e statuari di un Dio greco a quelli più selvaggi e avventurosi di Sandokan, fa un sorriso che apre voragini e insieme le risolve. Lo chiamano «fenomeno» per i numeri che muove (oltre otto milioni di seguaci su Instagram, fanpage appassionate, attente, devote), per i pensieri indecenti che suscita, per l’oggetto del desiderio e il modello di valori che d’improvviso è diventato in un femminile dedicato e vario: la nonna che lo vorrebbe come nipote, la liceale che lo sogna come marito, la madre che lo immagina al fianco della figlia. Ma il suo amore è (quasi) tutto per Diletta Leotta, a dispetto delle voci presenza vera, quasi militare, nella sua esistenza, che lo chiama quand’è sul set di questo servizio per confronto, consiglio. È un andirivieni di messaggi e accendersi in volto dal niente, quando li visualizza. «Non posso darvi la chiave di un posto in cui non dovete entrare. È più giusto fermarsi un attimo prima, sulla soglia, e stare a guardare che succede». Dunque, riavvolgiamo il nastro.

Atto di nascita.
«Capita a Sadiye Kadıköy, in provincia di Istanbul. Ero pieno di capelli. Mio padre guarda mia mamma e dice: “Portiamolo subito dal parrucchiere”. Vengo al mondo e ci resto da figlio unico, il che – non avendo termini di paragone -– posso dire non mi dispiace. Significa avere le attenzioni intorno tutte per sé, non dividerle con nessuno. Fiorirò col tempo. Perché all’inizio, onestamente, ero bruttissimo».

Che infanzia sente di avere avuto, a tornarci?
«Passata a giocare a calcio , d’estate al mare, nelle baie di Bodrum, d’inverno rompendo i soprammobili in casa. I miei divorziarono presto, quando avevo cinque anni. Non li ricordo sposati mai, ma uniti per me, sì. Facevamo le vacanze in tre. Mai sentita la mancanza delle loro attenzioni».

Che tipi sono?
«Mamma molto disciplinata, organizzata, tedesca, una sorta di soldato, una marcatrice stretta: è grazie a lei se sono stato uno studente in gamba, mi ha dato le regole, gestisce ancora i miei spostamenti e il mio patrimonio, se non ci fosse sarei finito. Lui, l’opposto: doganiere, istinto di strada, la fine dei doveri nel divertimento e nella complicità tra maschi».

Fuori dalla famiglia, che incontro l’ha cambiata?
«Un amico particolare, speciale, conosciuto al liceo italiano proprio quando il lavoro di mio padre ha iniziato ad andare malissimo e rischiavo di dover interrompere gli studi. È stato il periodo più buio, non avevamo i soldi neanche per le rette, tanto che una finimmo di pagarla per fortuna, grazie a una scommessa sportiva vinta».

E lui per cosa la conquistò?
«Era un genietto: se ne stava sempre solo, non parlava con nessuno. Eccetto me. Mi ha trasmesso la voglia di diventare bravo, e così dato l’occasione di proseguire la scuola ottenendo delle borse di studio. Con lui amavo leggere, perdermi nelle storie dei filosofi, sfidarci a scacchi, riascoltare le lezioni. Era solito dirmi: “Per avvicinarti a Dio, devi essere saggio, sapere il più possibile. È la sapienza che ti avvicina a lui”. Quando poi se n’è tornato a casa sua, in Albania, e io sono rimasto solo, sentivo sempre di dovergli continuare a dimostrare il mio valore, come se mi guardasse ancora, da lontano. Non l’ho più visto».

Com’è diventato attore, poi?
«Grazie a un bando internazionale, rientro nei 36 studenti più bravi della Turchia spediti a vivere negli Stati Uniti. Vinco sui 3.000 che partecipano, e mi capita l’Ohio, dove mi trasferisco e mi mantengo con lo sport . Lì maturo l’idea di voler studiare Legge. Mi dico: l’avvocato è un mestiere rispettato, ben remunerato. Ho 24 anni ed entro in PricewaterhouseCoopers, ogni venerdì esce un mio articolo di business su un giornale molto prestigioso, la carriera vola, ma io capisco presto però che c’è da impazzire a stare al computer dalle 8 di mattina alle 8 di sera. Così per diversificare mi iscrivo a un corso di recitazione per l’uso del corpo e della voce nel business. Incontro quelli che ancora oggi sono i miei due agenti. E da lì tutto cambia. Dalla prima serie, non mi sono più fermato».

Le piace sempre, invece, questo suo mestiere?
«Tranne la mattina: io sono uno maldisposto, silenzioso, scontroso e irritabile prima di una certa ora, e torno gioioso di pomeriggio, dal tramonto in poi. Un vero e proprio animale della notte. Non a caso soffro un po’ d’insonnia».

Dal 2014 gira una serie Tv all’anno. C’è il successo di DayDreamer – Le ali del sogno, e ora Sandokan: un progetto gigantesco della Lux Vide, le cui riprese inizieranno in estate.
«Addestramento, equitazione, arti marziali. Mi sto preparando duramente. Sono dentro un’evoluzione forte. Ormai cavalco, uso la spada, mi alleno, ci siamo quasi. L’eredità di Kabir Bedi non è facile, spero d’esser degno, ce la sto mettendo davvero tutta».

In che cosa le somiglia questo eroe puro?
«Nei valori che abbiamo o che ci mancano e ricerchiamo: amore, amicizia, patriottismo, vendetta. Piacerà anche alle donne».

In quante l’assediano?
«Sono conti difficili. Oltre l’80 per cento dei miei fan è donna. Ce ne sono di un po’ ossessive, che quando prendi loro il cellulare per scattare il selfie ti accorgi che mi hanno stampato dappertutto. Sul borsone, sulla maglia, sul cappellino, sulla cover del telefono. Se ognuna mi desidera in maniera diversa, tutte mi ricoprono di regali. Hanno scoperto che vado pazzo per il cioccolato fondente? A vagonate. Posto una foto in cui c’è un certo ninnolo sullo sfondo? Mi ci invadono casa d’ogni forma, colore e misura. Dall’Argentina all’India, da Israele all’Australia».

E come reagisce lei?
«Da gentleman. Cercando di non sbagliare mai i messaggi. Positivi, rispettosi, affettuosi. Provando a non rompere mai cuori. Una volta in Spagna sono stato perfino chiamato dalle figlie di una signora di 80 anni innamorata di me perché la convincessi a farsi curare».

Si scompone mai?
«Quando incontro l’arroganza: mi irrita, mi rende impetuoso. Proprio come un vulcano. Alle critiche preferisco i complimenti».

Delle lettere che riceve cosa ne fa?
«Leggo quelle che riesco, e le conservo tutte. Per sicurezza le tiene mia madre, che sta tirando su una sorta di museo. Le mie fan sono perlopiù poetiche, percorrendo le loro righe lo sento che mi amano davvero».

Ci parli del suo, d’amore.
«Lo conoscete, perché tutto è sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole. Un amore leale, in cui mi assumo le mie responsabilità, come si è visto. Ho grande rispetto per lei, per il nostro rapporto e la riservatezza è la nostra prima promessa: quel che ci riguarda lo comunichiamo noi, insieme».

Questo matrimonio di cui tutti parlano ci sarà?
«Se ci sarà, quegli stessi tutti lo vedranno. Su qualcosa teniamoci la sorpresa».

Perché proprio lei?
«Parlare, anche di questo, equivarrebbe a toglierci magia. Io sono uno che agisce senza metterci tanto, senza giri di parole. Seguo la spinta, veloce. Quel che succederà si saprà, in tutta la sua bellezza».

Che cos’è la bellezza?
«Può essere una cosa oscura che adombra tutto, ma pure che illumina ed emoziona, un po’ come il Bosforo di notte. Certo è un titolo non solo estetico ma totale che sta sopra e tiene insieme gli occhi, il cervello e gli altri organi che battono. È un meccanismo che non sbaglia: se hai gli occhi vuoti, lo diventi pure tutto, vuoto».

E la paura?
«Quando ami non ti spaventi. Se vivi il presente, non hai tempo per la paura. E non ci si mette in una condizione di paura con il proprio futuro, con i condizionali, le possibilità, le fantasie. Che senso avrebbe? Veramente nessuno».

E la follia?
«La strada che ogni volta che l’ho presa è stata la via giusta. L’istinto è nel nome di Dio».

Crede?
«La Provvidenza e io ci parliamo, abbiamo un bel rapporto, ed è la ragione per cui non mi rattristo mai. Ma proprio mai. Se una cosa non si avvera, significa che sta solo lasciando spazio a un’altra più intensa».

 

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