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Vaccino Covid e viaggi internazionali: servirà il passaporto sanitario?

Con l’avvio delle campagne vaccinali in molti Paesi, i piani per la ripresa dei viaggi per ragioni turistiche – ma anche di gran parte delle attività pubbliche di gruppo – cominciano a entrare nel vivo. Dando un po’ più di concretezza ai sistemi progettati nei mesi scorsi da enti internazionali, associazioni e compagnie aeree nel tentativo di disegnare una rotta per uscire dalla più profonda crisi del settore, con perdite da quasi 100 miliardi di euro per il solo settore aeronautico, praticamente azzerato. Senza considerare l’ospitalità, le attività turistiche, la cultura . Per ricominciare a muoverci potremmo dover prendere un’altra abitudine: quella di scaricare e utilizzare un’applicazione che funzioni un po’ da “passaporto vaccinale”.

I sistemi su cui in molti stanno lavorando ruotano intorno allo stesso principio: la standardizzazione degli esiti dei test (molecolari o antigenici) che provino la negatività a Sars-Cov-2 e, mano a mano che le campagne si allargheranno coinvolgendo sempre più persone e nuove soluzioni arriveranno, la certificazione di aver effettuato il vaccino e di essere dunque immunizzati. Credenziali digitali da gestire come già oggi gestiamo le carte d’imbarco sui portafogli digitali dei nostri telefoni, da mostrare al gate dell’aeroporto senza mandare nel panico gli addetti con certificazioni cartacee, magari scritte in lingue incomprensibili e a rischio falsificazione, e dall’analisi troppo lenta. Ma potenzialmente da sfoggiare anche per accedere ai concerti, allo stadio, al cinema, negli uffici pubblici. Tutto questo ovviamente affiancato dall’altro parametro del test negativo: impossibile considerare il solo vaccino come elemento dirimente a consentire accesso e mobilità finché non sarà disponibile per tutti con tempi d’attesa trascurabili, cioè nella migliore delle ipotesi la prossima estate.

Già testato CommonPass

Il sistema già entrato in parte nel vivo è il cosiddetto CommonPass, progettato dal Common Trust Network a sua volta promosso dalla nonprofit ginevrina The Commons Project insieme al World Economic Forum, che è stato testato da alcune compagnie aeree su alcune tratte selezionate, per esempio a ottobre fra Londra e Newark con United Airlines: Cathay Pacific, JetBlue, Lufthansa, Swiss Airlines, la già citata United e Virgin Atlantic. Così come gode già della partnership con alcuni dei sistemi sanitari locali statunitensi e del governo del paradiso caraibico di Aruba. Come funziona? Si tratta di un’app che consente agli utenti di caricare informazioni mediche come il risultato di un test che garantisca la negatività al virus o anche la certificazione di una vaccinazione effettuata da un ospedale o da un sistema sanitario locale. Dopodiché genera un certificato sanitario o un pass, nella sostanza un codice QR contenente queste informazioni in formato standardizzato ma senza rivelare dati sensibili che spesso sono inclusi nei certificati cartacei che magari sventoliamo allo steward o mostriamo sul telefono. Il tutto elencando con precisione i requisiti sanitari del luogo di partenza e di quello di arrivo, consentendo appunto di caricare tutto il necessario a muoverci e sfornare il codice che consente l’imbarco.

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Il progetto della Iata

A un progetto simile sta lavorando anche la Iata, l’International Air Transport Association, l’organizzazione internazionale delle compagnie aeree con sede a Montréal, in Canada, che raccoglie oltre 250 player del settore. Alla fine di novembre il gruppo ha infatti confermato di essere nelle fasi finali nello sviluppo della sua Iata Travel Pass, di nuovo un’applicazione sanitaria per consentire la progressiva riapertura delle frontiere in sicurezza: “La nostra priorità è tornare a far viaggiare le persone in modo sicuro – si leggeva in una nota dell’organizzazione che coglieva il punto dirimente della questione che al momento tiene bloccata gran parte degli spostamenti internazionali – nell’immediato significa dare ai governi la fiducia che i test sistematici del Covid-19 possano funzionare in sostituzione dei requisiti di quarantena”. Insomma, saltare la quarantena se si dispone di un codice QR garantito e blindato, generato a partire da un test negativo certificato (magari effettuato come servizio aggiuntivo dalla compagnia a casa, in hotel o direttamente in aeroporto), evidentemente da replicare in fase di rientro in patria, o dalla prova di vaccinazione.

La questione di fondo è infatti la fiducia: i governi devono fidarsi fra loro e dei loro sistemi sanitari ma anche i passeggeri devono avere uno strumento più comodo da utilizzare, dove caricare il loro test negativo per imbarcarsi senza lungaggini, analisi o dubbi sulla bontà dell’analisi effettuata, se svolta nei centri reciprocamente riconosciuti di cui le diverse applicazioni si fanno garanti col supporto delle istituzioni pubbliche.

Le mosse dei colossi tecnologici

Non solo operatori del settore e organizzazioni internazionali. Anche alcuni colossi del digitale si stanno muovendo nel complicato recinto dei passaporti sanitari. Non è d’altronde escluso che vi siano più sistemi certificati in grado di comunicare fra loro e che gli utenti possano scegliere fra di essi. IBM, per esempio, ha sviluppato la sua Digital Health Pass come prodotto a disposizione delle compagnie (ma anche dei luoghi che ospitano eventi di massa) da personalizzare, includendo i requisiti necessari per l’accesso, inclusi i test, i controlli della temperatura, lo storico della vaccinazione e la tipologia di vaccino somministrato. Tutto questo viene poi memorizzato in un wallet sul telefono, da mostrare per imbarcarsi o accedere a un certo appuntamento.

Il meccanismo, insomma, appare piuttosto chiaro. Come accade con le carte d’imbarco, anche il via libera sanitario andrà standardizzato con un sistema universale di lettura al gate di un aeroporto asiatico come all’ingresso di un palazzetto dello sport negli Stati Uniti.

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I nodi da sciogliere

I problemi da affrontare sono adesso più sfumati. Questioni di privacy, con la massima garanzia nella gestione di quelle informazioni, e anche legate ai diversi tipi di vaccini somministrati. Anche la Linux Foundation si sta impegnando su questo fronte tramite una partnership con la Covid-19 Credentials Initiative, un gruppo di 300 persone in rappresentanza di decine di organizzazioni in cinque continenti alla ricerca di un approccio comune, e anche con IBM e CommonPass.

Più o meno il quadro dovrebbe essere questo, lo sintetizza alla Cnn Brian Behlendorf, direttore esecutivo della Linux Foundation: “Se abbiamo successo, una persona dovrebbe essere in grado di disporre di un certificato di vaccinazione sul proprio telefono che ha ricevuto quando è stata vaccinato in un paese, secondo un preciso insieme di pratiche sanitarie. Un certificato che potrà usare per prendere un aereo verso un Paese completamente diverso e poi presentare in quel nuovo paese in modo da poter per esempio andare a quel concerto al chiuso per il quale la partecipazione era limitata a coloro che sono vaccinati”.

Sembra una prospettiva lontana ma ci si arriverà molto presto, secondo alcuni esperti già nella prima parte del 2021. Anche se la questione ha un grosso limite: lascia fuori dal sistema gran parte della popolazione meno avvezza all’uso della tecnologia o sprovvista di smartphone in grado di supportare queste applicazioni. Per questo alcuni gruppi dell’alleanza Covid-19 Credential Initiative stanno lavorando a una smart card, una carta che si piazzi nel mezzo fra il vecchio certificato di carta e la sua digitalizzazione, a disposizione di chi non possegga un dispositivo abbastanza recente.

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