sabato, Aprile 17, 2021
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«Ho strangolato papà perché mi dava del fallito. Poi ho ucciso mamma»

«Con papà eravamo in corridoio. Siamo cascati insieme per terra, non so se l’ho strozzato da dietro o da davanti. Ricordo solo che ho stretto molto forte». Così Benno Neumair, il trentunenne istruttore di fitness in carcere a Bolzano con l’accusa di avere ucciso i suoi genitori, Peter Neumair e Laura Perselli lo scorso 4 gennaio e di aver buttato i loro corpi nel fiume Adige, ha confessato ai magistrati prima l’assassinio di suo padre e poi quello di sua madre. «Dopo sono rimasto seduto o sdraiato in corridoio», ha continuato, «ricordo che in quel momento è suonato il mio cellulare e probabilmente ho risposto.

Poi ricordo che mi sono di nuovo agitato, sentendo il rumore del cellulare e poi, subito dopo, il rumore del chiavistello. Mi sono mosso verso la porta, è entrata la mamma. Avevo ancora il cordino in mano e mi è venuto di fare la stessa cosa, senza nemmeno salutarla».

Il racconto di Benno è contenuto nei verbali dei due interrogatori avvenuti in carcere, proprio su richiesta del giovane, dopo il ritrovamento nel fiume Adige, lo scorso 6 febbraio, del cadavere di Laura Perselli. Fino a quel momento Benno aveva sempre negato qualsiasi coinvolgimento nel delitto: «Sono innocente e prima o poi lo capiranno», aveva fatto sapere attraverso i suoi legali. Ma, quando i sommozzatori hanno tirato fuori dalle acque il corpo di sua madre, è crollato.
I due interrogatori sono stati desecrati nei giorni scorsi dalla Procura di Bolzano, che nel farlo ha richiesto un nuovo incidente probatorio finalizzato ad accertare le condizioni mentali del giovane. Il suo racconto è da brivido.

«Papà mi rinfacciava che non valessi niente», ha spiegato Benno agli investigatori, «era uscito fuori il discorso delle mie responsabilità e di mia sorella. Mi sono sentito così alle strette, così senza una via d’uscita. Io mi rifugio in camera e vengo incalzato anche se voglio stare in pace, non riesco a trovare la pace. Volevo solo il silenzio».
Benno ha spiegato che la discussione è iniziata perché suo padre gli aveva chiesto di portare fuori il cane di sua nonna, che proprio quel pomeriggio sarebbe uscita dall’ospedale. Mamma Laura era, infatti, andata a prenderla. «Mio padre mi rimproverava che dovevo aiutare di più a casa», ha detto il giovane, «sono andato in camera mia per non dover più discutere, come spesso accadeva».
È entrato nella sua stanza, ha acceso il computer, si è sdraiato sul letto. Si è addormentato. Ma poi è arrivato suo padre e lo ha svegliato, e la lite è ricominciata.

«È scoppiata una discussione sui soldi: io ho sempre dato 350 euro per l’affitto ai miei genitori, già da quando sono tornato a Bolzano», ha spiegato Benno, «mio padre voleva che prendessi l’appartamento di sotto, altrimenti mi avrebbe chiesto 700 euro a partire da gennaio, ovvero un terzo dell’affitto perché diceva che in casa siamo tre adulti. Io ho risposto che non era giusto. Mio padre insisteva che dovevo uscire di casa, che mia sorella, invece, si pagava da sola un appartamento in Germania. Io mi sentivo male dentro».
La discussione è continuata in corridoio, è degenerata. «L’ho zittito», ha detto Benno, «ho preso dalla bacinella di plastica dove ho gli attrezzi la prima corda di arrampicata che ho trovato. Eravamo in corridoio. Siamo cascati insieme per terra, non so se l’ho strozzato da dietro o da davanti. Ricordo solo che ho stretto molto forte».

L’uccisione di suo padre. Poi quella di sua madre, avvenuta prima che la donna potesse scoprire che cosa era accaduto mentre non c’era: «È entrata, avevo ancora il cordino in mano e mi è venuto di fare la stessa roba, senza nemmeno salutarla». Una dinamica, quest’ultima, confermata dall’autopsia sul corpo di Laura Perselli: dall’esame è risultato che la povera donna è stata davvero strangolata con una corda, e che non ha avuto nessuna possibilità di difendersi.

«Il cellulare della mamma era caduto per terra, ho avuto paura», ha continuato Benno, «mi sono messo i pantaloni, sono uscito col cellulare della mamma e con quello del papà che aveva lo schermo scheggiato. Ho indossato il giaccone blu, sono uscito a piedi. Poi sono rientrato a casa, ho preso la bici, ho iniziato a pedalare fino all’altezza di ponte Roma, dove mi hanno salutato due conoscenti sudamericani e mi sono fermato. Mi sono reso conto, in quel momento, di avere freddo. Ho chiesto ai sudamericani se avevano marijuana. Non avevo soldi, quindi non ho comprato nulla. Ho lanciato dalla pista ciclabile i cellulari, tra il ponte di legno e il ponte Roma, verso il fiume. Ma non so se sono finiti nel fiume, o se sono rimasti sull’argine». Secondo i magistrati, però, il giovane non avrebbe buttato il cellulare di sua madre, ma lo avrebbe nascosto lungo l’argine nel tentativo di depistare le indagini. Compiuto il delitto, infatti, Benno, dopo aver pensato a una fuga addirittura in India, si è subito dato da fare per costruirsi un alibi.
È tornato a casa, è entrato. «C’era il corpo della mamma all’ingresso. Sono andato in bagno, ho acceso la stufa per riscaldarmi», ha spiegato, «lì c’erano i pantaloni che avevo indossato in precedenza, con dentro il mio telefono. Ho telefonato alla mamma. Ero contento che il telefono squillasse, perché poteva significare che mi fossi sognato tutto. Mi sono detto che dovevo cercare di essere normale. Ho chiamato la mia amica, avvisandola che sarei arrivato».

L’amica è Martina, una ragazza con cui Benno esce da un po’ di tempo. Prima di andare da lei, il giovane si è disfatto dei corpi dei suoi genitori: li ha portati a spalla prima uno e poi l’altro dall’abitazione fin dentro la macchina, si è recato sul ponte Ischia-Fizzi a sud di Bolzano e li ha buttati in acqua. Proprio su questo ponte, nei giorni successivi, i carabinieri del Ris hanno trovato alcune tracce di sangue di Peter Neumair e si sono insospettiti, puntando l’attenzione su Benno che, il 5 gennaio, cioè un giorno dopo gli omicidi, pressato da sua sorella che non riusciva a mettersi in contatto con i genitori, si era recato a denunciarne la scomparsa e poi si era messo a disposizione dei gruppi di ricerca che per giorni hanno perlustrato i sentieri che la coppia era solita percorrere in montagna.

Disfattosi dei cadaveri, Benno si è recato in auto a casa di Martina. «Ho cercato di comportarmi in modo normale, non ho toccato assolutamente con lei il punto genitori, volevo essere più lontano possibile da tutto», ha raccontato. Appena arrivato, ha chiesto di fare una doccia. Poi le ha lasciato i suoi vestiti perché li lavasse. All’alba del giorno dopo è tornato a casa. «Non volevo entrare, ci ho messo del tempo per convincermi ad aprire il portone», ha raccontato, «poi ho rivisto all’ingresso dell’appartamento del reflusso bianco, penso fosse vomito. All’entrata della biblioteca c’era una chiazza di sangue del papà. Ho pulito con il Cif velocemente il sangue all’ingresso. Non ce la facevo a stare a casa. Ho preso la macchina e sono andato con il cane al Renon».

Il resto è storia nota: le bugie raccontate agli investigatori che cercavano i suoi genitori, il fermo in un autolavaggio dove Benno si accingeva a ripulire la macchina in compagnia di una ragazza diversa da Martina, il ritrovamento nel portabagagli di una confezione di acqua ossigenata di solito utilizzata dai cacciatori per cancellare le tracce di sangue delle prede, la perquisizione e le analisi dei Ris nella casa dei Neumair e, infine, l’arresto lo scorso 29 gennaio. «Sono innocente», ha ripetuto Benno per giorni. Mentiva sapendo di farlo.

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