sabato, Aprile 17, 2021
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Giada Zhang e la parità, nel nome di Mulan

A tre anni e mezzo Giada Zhang viene portata al cinema a vedere Mulan. È un nuovo cartone Disney ma la storia di Hua Mulan, ragazza cinese che si traveste da uomo per combattere al posto del padre malato, è nota in Cina da secoli. Nonostante l’età, i suoi genitori sanno che la bambina riuscirà a seguire il film con attenzione: i primi due anni di vita Giada li ha passati in Cina con i nonni, professori universitari, a Wenzhou, un’ora di aereo da Shanghai, a imparare le quattro arti dello scolaro perfetto.

«Leggere, perché è importante avere cultura ; saper suonare uno strumento, perché la musica insegna l’empatia; danzare, perché l’attività fisica è legata alla mente; e gli scacchi, per apprendere la strategia».

A due anni?
«Sì, i nonni hanno insistito che i miei genitori, che mi avevano ripreso con loro in Italia, dove ero nata e dove avevano dei ristoranti, continuassero. E così hanno fatto. Mi hanno sempre spinta a seguire più corsi e passioni, perché era importante che io potessi scegliere la vita che volevo».

Quindi l’hanno portata a vedere Mulan con uno scopo, non per svago?
«Entrambe le cose: ricordo bene che alla fine del film mi dissero che io ero come quell’eroina, avrei potuto fare qualsiasi cosa e che maschi e femmine erano uguali. Lo stesso che dissero poi alle mie sorelle più piccole: oggi Ambra ed Elisa vanno all’università a Londra, la più grande ha appena iniziato a lavorare in una banca di investimenti. In casa seguiamo la filosofia del “Chiku”, letteralmente “ mangiare amaro”, che deriva da Confucio: devi fare tanti sacrifici per ottenere un obiettivo grande».

Oggi i suoi si riposano di più e lei è l’amministratrice unica della Mulan Group, azienda che produce piatti pronti asiatici. Che sacrifici ha fatto per arrivare fin qui?
«Il mio compito era studiare. Perciò sono sempre andata a scuola con entusiasmo e la prima cosa che ho dovuto imparare è stata la lingua italiana. Fino alle medie non la parlavo benissimo ma la difficoltà di essere diversa per i compagni e di non avere i voti che avrei voluto mi hanno spinto a impegnarmi sempre di più, studiavo di sera, anche nel retro del ristorante, dopo i vari corsi di pallavolo, pianoforte, danza, e alla fine ho svoltato. Al liceo ho iniziato ad avere le prime soddisfazioni, in quarta sono andata a fare un anno di liceo di New York, ospitata da una famiglia. Lì nel melting pot per la prima volta non mi sono sentita diversa, e ho iniziato a studiare anche le altre lingue».

La Bocconi ha fatto il resto. Si è laureata in International Economics and Management, un corso di studi tutto in inglese, e parla cinque lingue. All’università ha anche fondato un’associazione femminista.
«Sì, Women in Finance, una rete di giovani donne di tutto il mondo impegnate in uno degli ambiti più maschili: la finanza. Quando entrano affianchiamo loro una mentore più esperta per aiutarle».

Pensa che le differenze di genere si stiano accorciando?
«Sono conscia del fatto che ci vorranno ancora un paio di generazioni. Ai colloqui di lavoro che faccio, a pari esperienza, età, titoli di studio, se chiedo il precedente stipendio le donne dichiarano un 30-40% in meno rispetto agli uomini. Però sono ottimista, già il fatto che ne parliamo significa che qualcosa cambia. Qui ho tanti amici imprenditori uomini, trentenni, che non si sono mai chiesti nulla, poi hanno avuto delle figlie e mi raccontano scocciati che i costumi di Carnevale per le bambine sono ancora solo da principessa e per i bambini solo da supereroe».

Lei ha in progetto di avere dei figli?
«Per ora no, sono molto impegnata nel lavoro. Ma arriverà il momento. Mi piace pensare che ci sia il tempo giusto per tutto: nella vita è come essere un giocoliere che gestisce più palle, ma ne lancia in aria una alla volta».

Se avesse una figlia la educherebbe come è stata educata lei?
«Rifarei le stesse cose, i miei mi hanno solo spronato, non mi hanno imposto nulla. Le faccio un esempio: a 16 anni volevo mollare il piano. Loro mi hanno detto che dovevo decidere io, solo, mi hanno consigliato di continuare e un giorno avrei capito il perché. Avevo investito otto anni nello studio dello strumento, ed era un peccato buttarli via. Così ho deciso di continuare, ma cambiando insegnante. Oggi ho capito che era la scelta giusta».

Nel 2002 i suoi genitori fondano l’azienda che lei dirige oggi, e nel 2007  nasce Mulan Group. Chi ha avuto l’idea di chiamarla così?
«Ricordo quel giorno: era pomeriggio ed eravamo di fronte al cantiere. Ci chiedevamo proprio: come la chiamiamo? I miei volevano qualcosa che ricordasse l’Asia ma anche le figlie. Siamo anche in via Pari Opportunità».

Come ha guidato l’azienda in questo anno complicato?
«Ci siamo resi subito conto che il mercato dei piatti pronti, durante il lockdown, era in calo, perché si tratta di un acquisto d’impulso. Invece chi riusciva a entrare al supermercato a marzo faceva scorte, tutti erano chef, pane e pizza in casa. In due settimane abbiamo creato un nuovo prodotto, dei box tematici, riconvertito e formato il personale, fatto accordi per la logistica: così è nato un servizio di e-commerce che da Cremona spedisce in tutta Italia cibo fresco cinese, ma anche thailandese e vietnamita, in 24 ore. Abbiamo subito ricevuto centinaia di ordini da tutta Italia. Sapevamo che le cose non sarebbero più tornate come prima e abbiamo dovuto innovare, la mia filosofia è speed over perfection, velocità a scapito della perfezione. Ogni anno continuiamo a crescere del 35-40% e nel 2021 siamo anche in Germania, Francia, Austria, Slovenia e Polonia, arrivando a 3,5 milioni di piatti all’anno».

Che cosa direbbe a una ragazza che pensa che lo studio non porti più a nulla?
«Di studiare perché è necessario. Ma di non chiudersi, fare stage, viaggiare, imparare le lingue, fare volontariato, arricchire la propria formazione in tanti modi. Perché incontro tanti che hanno 28 anni, tre lauree e un master ma non hanno mai lavorato. Sono fuori dal mondo».

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