lunedì, Giugno 14, 2021
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Rischio tsunami sul Lago d’Iseo?

La possibilità che dal Monte Saresano, che si affaccia sul Lago d’Iseo, possa verificarsi una frana esiste ed è concreto, ed è un rischio ben noto. Nell’arco del Novecento nell’area in questione, che occupa circa 100.000 metri quadrati, si ebbero diversi eventi franosi, molti dei quali non furono registrati (e perciò non se ne ha traccia se non nelle memorie famigliari); negli anni ’70 si verificò un primo fenomeno importante, col distacco di 45.000 metri cubi di materiale roccioso, e nel 2010 franarono a valle 25.000 metri cubi di materiale. Negli ultimi quarant’anni la frana è sotto costante controllo, monitorata con strumenti e metodi via via sempre più sofisticati; recentemente si è parlato di favorire eventi franosi limitati e controllati, ma intanto nelle ultime settimane la tensione tra la popolazione è aumentata.

Perché adesso tanta attenzione e preoccupazione?
«Verso la fine del 2020, poi a gennaio di quest’anno e ancora dopo la metà di febbraio la frana ha dato segni di risveglio, dopo che da alcuni anni era praticamente ferma; in alcune porzioni vi è stato uno scivolamento verso valle di circa due centimetri al giorno», spiega Giovanni Crosta, dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, che ha creato un modello della frana in attività. «Da alcuni giorni, però, la velocità è scesa a 1-5 millimetri al giorno e sembra che la decelerazione continui», aggiunge Sergio Santambrogio, responsabile di Studio Geoter, una delle società incaricate del monitoraggio della frana.

Che cosa abbia ridato vita al movimento franoso è difficile da determinare, ma «non possiamo escludere che sia stato il piccolo terremoto che si è verificato nella bergamasca alcuni giorni prima dell’accelerazione di febbraio: un sisma di magnitudo 2.3, molto bassa, che non è stato neppure avvertito dalla popolazione», continua Crosta, «ma non possiamo escludere altre cause che al momento ci sfuggono, dato che i primi segni di ripresa dello scorrimento si ebbero già l’anno scorso».

Che cosa potrebbe succedere nel peggiore dei casi?
«Sono tre gli scenari che si possono delineare», spiega Santambrogio, «e dipendono tutti dal possibile piano di scivolamento della frana, in particolare dalla profondità dalla quale potrebbe avvenire il distacco. Il primo e peggiore tra gli scenari possibili è quello di una frana da oltre 2.000.000 di metri cubi di materiale che si stacca in blocco dal versante della montagna: un evento che potrebbe però accadere solo se distacco e scivolamento dovessero avvenire a una cinquantina di metri di profondità – e in questo caso potrebbero arrivare nel lago da 100.000 a 600.000 metri cubi di materiale.»

Una delle incognite che possono pesare ulteriormente su questo scenario è quella dell’angolazione del distacco, per la quale vi sono almeno due ipotesi principali, che prendono in considerazione un angolo di 17 gradi oppure di 40 gradi: due situazioni molto differenti, che porterebbero il materiale al lago con velocità altrettanto differenti. Per capire però se davvero si verificherà uno tsunami, e con quali onde, bisogna attendere l’elaborazione dei modelli – tutt’ora in corso.

C’è però da dire che le dimensioni dell’ipotetico tsunami snocciolate dai mezzi di informazione lasciano il tempo che trovano: c’è persino chi ha parlato di onde alte 60 metri! «Una simulazione, anche se ancora molto approssimativa, ci ha mostrato che nel caso peggiore potrebbero esserci onde alte attorno ai cinque metri che arriverebbero fino a Monte Isola, la località che sta sull’isola omonima, di fronte alla frana», spiega Crosta.

Vi sono poi altri due scenari: c’è quello intermedio, con il distacco di circa 1.500.000 di metri cubi di materiale – e in tal caso potrebbero arrivare nel lago non più di 350.000 metri cubi; mentre il terzo scenario è quello leggero: se si staccassero solo 440.000 metri cubi di rocce, nel lago arriverebbero forse una trentina di metri cubi di materiale, praticamente quasi nulla. In tutti e tre gli scenari molto del materiale che dovesse franare non arriverebbe al lago, fermato dai terrazzamenti realizzati sul versante della montagna.

Quali sistemi di controllo sono stati attivati?
I monitoraggi della frana sono attivi dagli anni ’70: fin da allora furono posti estensimetri a filo e inclinometri; dal 2010 sono state condotte, una volta al mese, misure ottiche con laser su punti determinati della frana, e queste stesse misure ora sono fatte in continuo; tutti i sistemi di monitoraggio fanno riferimento a una sorta di cabina di regia che controlla un sistema di allerta semaforico, per regolare il traffico in caso di pericolo. Più recentemente è stato messo in opera un radar che tiene sotto controllo l’intera superficie della frana in tempo reale, così che qualunque movimento che possa far pensare all’imminenza di una frana si traduca nell’immediata evacuazione della popolazione residente lungo la direzione della frana stessa. «Non ultimo», conclude Santambrogio, «c’è il rilevamento visivo, condotto da persone addestrate che misurano l’apertura delle frattura a monte della frana: un’operazione che viene effettuata tre volte al giorno!».

Non è possibile impedire il distacco della frana, se e quando avverrà, ma tutti gli strumenti in campo saranno sufficienti a evitare le peggiori conseguenze?

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