martedì, Aprile 13, 2021
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L’architetto della pace a Belfast: “Così Johnson viola l’accordo Brexit. Ma l’Irlanda potrebbe ritornare unita nel 2028”

LONDRA – Le mosse “preoccupanti, sbagliate e disdicevoli” di Boris Johnson in Irlanda del Nord, “la pace sempre più sotto pressione” dopo la Brexit, l’isola di Irlanda che però potrebbe tornare unita nel 2028, ossia “trent’anni dopo gli accordi di Pace del Venerdì Santo”. Parla senza limiti, in questa intervista esclusiva a “Repubblica”, Bertie Ahern: 69 anni, storico ex “Taoiseach”, ossia primo ministro irlandese in gaelico, dal 1997 al 2008. Ma soprattutto uno degli architetti e primo firmatario, insieme a Tony Blair e Lord Trimble, degli Accordi del 1998, quelli del Venerdì Santo, che hanno benedetto la pace in Irlanda del Nord. Una pace ora messa a rischio, “per colpa della Brexit e della Brexit che ha voluto il governo Johnson”, sottolinea Ahern al telefono da Dublino, “ma l’Irlanda unita sarà la cosa migliore”.

Ma oggi, Mr. Ahern, le cose non stanno così. Nelle ultime settimane ci sono state numerose tensioni tra Regno Unito ed Unione europea: il governo Johnson ha deciso unilateralmente di estendere lo stop ai controlli di merci e beni dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord, ignorando il “Protocollo sull’Irlanda del Nord” un pilastro dell’accordo Brexit che lo stesso premier britannico aveva firmato per preservare la pace e il mercato unico dell’Ue, visto che Belfast è rimasta in Europa per non far tornare la guerra civile. Lei che cosa ne pensa?
“Il protocollo sull’Irlanda del Nord è cruciale: si tratta di un compromesso equilibrato, che protegge la pace e gli Accordi del Venerdì Santo, perché evita il ritorno delle frontiere tra le due Irlande dopo la Brexit. Il Regno Unito, nell’accordo Brexit di Natale 2020, si è impegnato a controllare beni e merci dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord, che proprio per preservare la pace è rimasta nel mercato unico europeo, i cui standard di qualità sono protetti. Il “Protocollo sull’Irlanda del Nord” è necessario anche per il tipo di Brexit che ha scelto di intraprendere il governo Johnson”.

Ma Johnson ha deciso di sospendere unilateralmente i controlli di merci e beni da Gran Bretagna a Irlanda del Nord fino a ottobre, quando invece dovevano entrare in atto il 1 aprile, violando così un accordo e la legge internazionali. Lei non è preoccupato?
“Certo che lo sono. Mi ha deluso molto il fatto che il Regno Unito abbia annunciato questa decisione mentre le commissioni congiunte Brexit di Ue e Uk stavano lavorando insieme per mitigare i possibili effetti di ritardi e ingorghi alle frontiere dal 1 aprile, e dunque trovare una soluzione insieme. Certo che si poteva raggiungere un’intesa, perché so bene che molte imprese e aziende in Irlanda del Nord non sono pronte per il nuovo regime post Brexit e i supermercati sarebbero potuti rimanere con gli scaffali vuoti. Ma era una decisione da prendere insieme. Non da soli, unilateralmente. Questo mi ha deluso molto”.

Al di là della delusione, quanto questo precedente può essere pericoloso nel prossimo futuro?
“Nessuno di noi vuole creare ulteriori ansie e tensioni… ma quando firmi un accordo soltanto a Natale scorso, e poi te lo rimangi unilateralmente… è una brutta cosa. Mi creda, comprendo benissimo che ci possano essere difficoltà nelle catene di trasporto e consegna dei beni e degli alimenti. Comprendo che alcune imprese e aziende non siano ancora pronte al regime post Brexit, alle dichiarazioni doganali, eccetera. Ma le soluzioni dovevano essere trovate all’interno delle Commissioni comuni di Ue e Uk. Il segnale che viene dato quando si infrangono unilateralmente accordi internazionali, come ha fatto Johnson, è come minimo estremamente deludente… ma non voglio andare oltre”.

Signor Ahern, il punto è che il partito unionista principale a Belfast, il Dup, ma anche altre formazioni fedeli alla Corona, ora vogliono letteralmente stracciare quel Protocollo sull’Irlanda del Nord che tiene quest’ultima nel mercato unico e nell’unione doganale europei, pilastro dell’accordo Brexit tra Uk e Ue. Non è preoccupato?
“Lo sono. Purtroppo sempre più politici stanno mischiando le questioni del Protocollo dell’Irlanda del Nord ad altri temi: identitari, costituzionali, o legati alla devolution. Ma il Protocollo è cruciale per la pace sull’isola, perché la Brexit ha causato tutta questa confusione e soprattutto il tipo di Brexit che ha voluto il governo britannico. Si ricordi, Theresa May aveva proposto di far rimanere tutto il Regno Unito nell’unione doganale e mercato unico europei: in quel caso tutti questi problemi non si sarebbero posti. Ma gli unionisti, partito Dup incluso, si opposero. E da allora non riescono a rassegnarsi. Tutto questo è molto preoccupante”.

Il punto è che gli unionisti del Dup ora chiedono che il Protocollo venga stracciato. Abbiamo visto di recente inquietanti graffiti a Belfast e città vicine pieni di minacce contro il personale doganale delle merci e beni da Gran Bretagna a Irlanda del Nord. Tutto ciò potrebbe portare a una spaccatura del governo di coalizione locale a Belfast, mentre i repubblicani di Sinn Féin vogliono un referendum sulla riunificazione a breve termine. Non è preoccupato del fatto che la pace, che lei ha costruito per tanto tempo, possa ora essere in pericolo in Irlanda del Nord?
“Beh, sicuramente la pace è sotto pressione. Ma non credo che torneranno le violenze in Irlanda del Nord. Non credo che verranno fatti saltare gli accordi del Venerdì Santo. Ma certo stanno crescendo le tensioni. In ogni modo, non credo che gli appelli per stracciare il Protocollo Brexit sull’Irlanda del Nord siano realistici. Perché non ci sono alternative alla risoluzione dei problemi creati dalla Brexit e soprattutto dal tipo di Brexit voluta dal governo britannico, ossia abbandonando il mercato unico Ue e l’unione doganale. Tuttavia, non credo che un referendum sulla riunificazione dell’isola di Irlanda sia azzeccato in questo momento. Non sono i tempi giusti, affatto”.

Ma lei pensa che un giorno l’Irlanda possa tornare a essere unita? O crede che lo status quo sia l’assetto migliore per preservare la pace sancita dai “suoi” accordi del 1998?
“Nel breve e medio termine, credo che gli Accordi del Venerdì Santo siano la soluzione migliore. Anzi, le loro strutture istituzionali dovrebbero essere utilizzate ancora più a fondo e spesso non lo sono: arriva il primo ministro britannico e si occupa delle cose personalmente. Non è quanto deciso da quegli accordi…”.

Ma, a lungo termine, crede che l’Irlanda possa essere di nuovo riunita?
“Sì, lo credo. Tutto questo può diventare realtà a lungo termine. Il referendum sulla riunificazione potrebbe avere luogo nel 2028, al 30esimo avversario degli Accordi di Pace del Venerdì Santo. Ma l’unico modo per raggiungere l’obiettivo dell’unificazione sarebbe che i repubblicani, i nazionalisti irlandesi, la gente del Sud convincessero gli unionisti del Nord che la cosa migliore per noi sarebbe essere una sola nazione e una sola isola. Che bello sarebbe l’isola d’Irlanda che lavorasse insieme: saremmo nell’Ue, avremmo ottime relazioni con gli Usa, faremmo affari con tutto il mondo. Non sono cose che accadono dal giorno alla notte, ma credo che se gli accordi del Venerdì santo reggessero per un altro decennio, e con essi la pace ovviamente, allora potremmo davvero avere un’Irlanda unita. Ma portare questo argomento adesso, è un errore tattico”.

In questo momento è la sua Irlanda a sembrare una vittima del fuoco incrociato di Ue e Uk sulla Brexit. Dublino sta pagando le peggiori conseguenze, al momento?
“Sì, è così. Purtroppo le tensioni tra Regno Unito ed Unione europea sono all’ordine del giorno. E ovviamente derivano dalla Brexit. Ricordo quando mi sono occupato degli Accordi del Venerdì Santo, dal 1997 al 2007, e nessuno degli addetti ai lavori in oltre un decennio ha mai contemplato o immaginato la possibilità della Brexit. Nessuno. Gran parte degli Accordi di pace si sono basati sul fatto che il Regno Unito avrebbe continuato a far parte dell’Ue.  È la Brexit ad aver causato tutti questi problemi, anche per la pace. Io l’ho sempre detto che l’uscita del Regno Unito da Londra avrebbe creato enormi problemi. Ma molte persone, soprattutto gli inglesi, non hanno voluto sentirmi. Ed eccoci qui, adesso”.

 

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