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«La scelta di Venezi è comprensibile, ma io direi direttrice»

Le parole fanno spesso discutere, infiammano gli animi soprattutto quando riguardano temi identitari. Difficile che possa essere altrimenti perché attraverso la lingua non solo comunichiamo, ma costruiamo anche la nostra identità. In questi giorni è l’opposizione di genere fra direttore e direttrice ad alimentare molte polemiche dopo che a Sanremo Beatrice Venezi ha dichiarato di preferire l’opzione maschile.

Fin qui nulla di male perché ognuno in relazione alla propria professione ha il sacrosanto diritto di farsi chiamare come meglio ritiene.

Ma ciò che da un punto di vista linguistico suscita qualche perplessità è la motivazione che la Venezi ha addotto nel corso del suo intervento sul palco del teatro Ariston: «la posizione, il mestiere ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d’orchestra» afferma con decisione.

Ecco, questa parte del suo intervento non trova riscontro nel nostro sistema linguistico perché quel «un nome» insinua il legittimo dubbio in chi ascolta – e nel caso di Sanremo parliamo di milioni di orecchie – che ci sia un solo modo (maschile) per comunicare la professione di una donna che dal podio dirige un’orchestra. E diciamolo senza indugi: così non è. L’italiano ormai da diversi secoli dispone della versione femminile di direttore. Direttrice quindi, insieme al più raro direttora, è a disposizione di tutti noi e solo a noi è affidata la scelta. E la scelta del femminile non collide o diminuisce il talento di un artista: non c’è un rapporto di mutua esclusione fra questi due elementi.

Che direttore non sia l’unica soluzione disponibile in italiano è un fatto condiviso anche dal presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, che ci spiega anche il perché è possibile che, al netto delle possibili posizioni ideologiche, la Venezi rifiuti un femminile previsto dall’italiano.

«Un direttore d’orchestra tende a sentirsi molto diverso da un direttore di un’altra istituzione, come una scuola o un ufficio pubblico. Una direttrice ancora di più perché associa con maggiore forza il termine direttrice alla scuola. È evidente che chi sostiene la modifica del linguaggio di genere risponde che nel giro di qualche anno l’estensione semantica della parola direttrice farà sì che questo problema sia superato. E probabilmente accadrà. Ma evidentemente la sensibilità della Venezi la rende un po’ allergica a questa parola e io non lo trovo strano».

Nella storia recente della nostra lingua ci sono dopotutto casi analoghi, anche questo è un fatto. È successo ad esempio quando Laura Boldrini, allora presidente della Camera, chiese che si smettesse di utilizzare il solo commessi per la relativa professionalità dell’istituzione che presiedeva. «Boldrini impose la distinzione commessi/commesse e una parte delle commesse si offesero»; questo perché quella parola riconduceva la loro mente a un’altra professione, quella della commessa di negozio.

Chi è più sensibile alla distinzione fra maschile e femminile nei cosiddetti nomina agentis probabilmente si è sentito offeso dalla dichiarazione della Venezi. Una presa di posizione che alimenta tra l’altro una dinamica oppositiva, una polarizzazione delle posizioni sulla questione femminile che rischia di non essere produttiva. C’è chi l’ha accusata, ad esempio, di portare indietro di decenni le lotte per le pari opportunità e chi le rimprovera di non tenere nel giusto conto le battaglie condotte prima di lei e che oggi rendono possibile una donna sul podio (anche se a onor del vero di donne italiane sul podio ce ne sono almeno dalla prima metà del Novecento, se si pensa a Carmen Bulgarelli Campori).

Ma non vogliamo entrare nel merito dello scontro ideologico, che sarebbe comunque più proficuo se diventasse un dialogo. Marazzini stesso lamenta su questi temi un’eccessiva veemenza. «Io mi sono stufato di chi fa il processo agli altri sulla base di questi elementi linguistici. Penso che sia ora di ragionare con un po’ più di tolleranza su questi argomenti».

Certo, la convinzione con cui la Venezi ha espresso la sua legittima posizione e la sua erronea motivazione linguistica non ha aiutato. Ma anche qui una possibile spiegazione c’è. «La Venezi ha radicalizzato la sua posizione così come fanno coloro che la pensano diversamente da lei. Quando si inizia a usare meno la ragione e la tolleranza, è tipico erigere muri e non capirsi più».

E nel caso specifico, esprime anche una preferenza personale (non un’approvazione ufficiale, che di fatto raramente la Crusca esprime): «a me verrebbe naturale, vedendo una donna sul podio, dire che è una direttrice d’orchestra».

(Foto: unsplash.com).

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