domenica, Maggio 16, 2021
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La lezione del mare

Questo articolo è pubblicato sul numero 11 di Vanity Fair in edicola fino al 16 marzo 2021

Max era Max, più tranquillo che mai: «Sono sereno, consapevole dell’impegno che ci abbiamo messo, concentrato. In queste settimane ho parlato poco, ma alla squadra l’altra sera ho scritto una mail: “Non perdete l’occasione di realizzare un sogno”». Con il mare nel cognome, il signor Sirena, che quella del faro del porto di Rimini, ancora bambino, la sentiva ogni giorno nei lunghi mesi della nebbia e delle spiagge invernali che sarebbero piaciute a Ghirri – «Se lo guardi da terra il faro ha un significato, ma se sei in acqua quella luce ti dà speranza» –, è davanti a un Oceano più vasto delle sue stesse ambizioni.

Intorno al mondo senza amore, come un pacco postale, il marinaio Sirena, un romantico che incidentalmente, dopo gavette, discese ardite e risalite, è stato indirizzato a essere skipper di Luna Rossa, porta sulle spalle una certa responsabilità e lavora da mesi a un obiettivo inconfessabile. È consapevole che per essere dal lato giusto della storia si tratterà di decimi di secondi e che come sostiene uno dei suoi idoli, John McEnroe: «Non importa se vinci o perdi, fino a che perdi», perché a De Coubertin crede il giusto: «Se fai sport a questi livelli e non ti crogioli nella retorica, la verità a te stesso hai l’obbligo morale di confessartela. E la verità in questo caso è una: conta solo vincere».

Lo dice da sfavorito, ma non ha paura. La sfida con New Zealand per l’America’s Cup è una metafora di tutta la sua vita. Andare controvento, tra le onde, per rabbia e per amore: «Ho perso mia madre che ero un bambino, il prete mi suggeriva di essere contento: “È andata in Paradiso” e io non capivo. Di domenica i miei coetanei uscivano a giocare a calcio in spiaggia e io restavo a casa, incazzato con il mondo, a cercare una ragione per tutto quel dolore. Ho sempre pensato che quel lutto mi avesse reso il domani più difficile, ma ora, a distanza di tanti anni, credo invece che quei pugni in faccia mi abbiano spinto ad arrangiarmi, a crescere più in fretta, a lottare per ottenere ciò che volevo. Mi sono sempre posto obiettivi apparentemente irraggiungibili e li ho scalati passo dopo passo con una determinazione figlia delle mie origini. Non ho un pedigree e non sono una rockstar, dovevo sudare. E sperare nella fortuna che non mi aveva baciato qualche anno prima. Per farcela, comunque, qualche schiaffo, e non solo metaforico, l’ho preso».

Chi glieli dava?
«Mio padre. Se avessi restituito a mio figlio gli schiaffoni che ho preso io avrebbe la faccia gonfia, ma erano altri tempi. E senza masochismo le dico la verità: li rimpiango. Lì per lì odi chi ti rimprovera, poi con il tempo apprezzi la durezza e capisci che certe cose le facevano per il tuo bene. Oggi i genitori vogliono diventare amici dei figli e li assecondano in tutto e per tutto perché è più facile: ma se gliele dai vinte sempre e poi di fronte agli ostacoli li vedi crollare non puoi stupirtene».

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza?
«Bisogna avere coraggio».

Cos’è per lei il coraggio?
«Una componente della paura. Io sono uno che ha paura, piange e si emoziona».

E che cos’è la paura?
«Qualcosa di cui è fondamentale avere cognizione perché se ti fidi troppo commetti degli errori e se non hai paura o scegli solo con il cuore e non con la testa ti fai male. Proprio come il coraggio, la paura non deve diventare una scusa per perdonarsi i propri errori».

Lei ha compiuto un lungo viaggio dalla gavetta al successo, riesce ancora a riconoscerli?
«Quando sbaglio sono sempre il primo ad alzare la mano. Mi ricordo da dove vengo e che cosa ho fatto per arrivare fin qui, ma so che sono una meteora: oggi divento popolare e domani scompaio. L’unica cosa che mi auguro è di rimanere la stessa persona che sono oggi. Se mi sentissi onnipotente sarebbe il momento di andare a casa, ritirarsi, lasciar perdere».

In mare lasciar perdere non è un’opzione.
«In mare ci si ritrova con se stessi: che tu sia solo o con altri cento, non sei mai in un ambiente favorevole e ti devi adattare a circostanze e a condizioni che in ogni caso non puoi determinare. Il vento soffia. I colori cambiano. Non puoi modificare il contesto e quindi devi essere pronto a reagire a livello fisico e mentale, a scoprire i tuoi limiti, a crescere in una situazione in cui la cartolina che hai davanti agli occhi non è mai la stessa».

Ha parlato di limiti. Quali la spaventano davvero?
«Il vero limite è non aprirsi, non condividere i propri sogni, non capire che da soli non si salva nessuno. Divido la vita con una famiglia allargata: un team di cento persone. E quando faccio un colloquio io non voglio mai sapere quanto tu sia bravo tecnicamente, ma chi sei. Da dove vieni, qual è il tuo modo di ragionare, la tua attitudine a pensare in funzione del gruppo. Se capisco che l’io prevale sul noi, anche se di fronte ho Maradona, io lo lascio a terra. Se si vuole crescere si deve essere disposti a spogliarsi del proprio status di fenomeni per tornare sulla terra perché, guardi, le rivelo una cosa».

Dica.
«I fenomeni, quando c’è una difficoltà, sono i primi a tirarsi indietro. Sono i più deboli. I più fragili».

Nel suo gruppo ha di questi problemi?
«Direi di no. C’è molto cameratismo, molta fratellanza. Per stare sedici ore al giorno insieme bisogna essere attenti: avere gli occhi sugli altri e capire se uno ha bisogno di aiuto. Io non mi sento il padre di nessuno, ma, se mi passa la metafora, devo capire se qualcuno nella stanza in cui dormiamo tutti fuma di nascosto oppure no».

Si è dato una spiegazione razionale della passione degli italiani per Luna Rossa?
«Ci ho pensato. Credo che noi raccontiamo una storia italiana che manca da un po’ di anni. È una storia che rappresenta lo sport e al tempo stesso un Paese che amo e di cui sono personalmente stanco di sentir parlare male. Lo dico senza sciovinismo: la bandiera che portiamo sulla barca per me è molto importante. Siamo delle eccellenze in tantissimi campi e dobbiamo tornare ad avere fiducia in quello che facciamo. L’autolesionismo è uno dei nostri problemi principali. Dire “questa cosa fa schifo” è molto semplice e creare qualcosa di positivo assai più complesso. Ma dobbiamo provarci, tendere alla fiducia, ricordarci che non siamo solo quelli degli spaghetti, della moda o dei tramonti».

Gli ultimi dodici mesi, scusi il gioco di parole, non hanno contribuito ad aver fede nella parola fiducia.
«Me ne rendo conto. Ma si ricorda cosa diceva Brandon Lee nel Corvo? Non potrà piovere per sempre».

Lei è da sempre abituato alle difficoltà; a quali forze dovremmo attingere per superarle?
«Io non ho ricette e non mi sento un santone. Però sono un uomo. Siamo uomini e donne, tutti. Soffriamo, cadiamo, piangiamo. E poi, quando disperiamo che possa accadere, a un certo punto spunta il sole. È come quando perdi la persona più cara e non vedi il domani. In quel caso hai due soluzioni. O ti ammazzi o reagisci e vai avanti per te stesso e per gli altri. Siamo andati sulla Luna. Siamo andati su Marte. Possiamo risalire la corrente. Le cose non cambieranno se non siamo noi a indirizzarle e l’unico modo di indirizzarle è la solidarietà collettiva. In tanti soffriranno e in tanti perderanno il lavoro. Dobbiamo provare a non lasciare indietro nessuno e darci una mano l’uno con l’altro per riscoprire la nostra natura più intima. Per noi italiani significa rinascere. Lo abbiamo fatto tante volte: è la nostra storia, la nostra eredità, il nostro Dna. Capisco che per tante persone sia difficile e che al momento la parola speranza coincida con il miraggio, ma passerà. Ce la faremo».

Lei dov’era un anno fa, all’inizio della pandemia?
«A Cagliari. E come tutti non immaginavo neanche lontanamente che potesse succedere quel che poi è accaduto, né che durasse così a lungo. Ci siamo organizzati in fretta perché abbiamo capito che se ci avessero chiuso il nostro sogno sarebbe finito prima ancora di cominciare. Abbiamo creato una bolla e comunque, in qualche modo, tra la chiusura del cantiere a Bergamo e l’inevitabile fattore umano – chi veniva dalle zone più colpite era sgomento e non capiva cosa stesse succedendo – abbiamo dovuto stravolgere in parte i nostri piani. All’inizio della scorsa estate saremmo dovuti partire per la Nuova Zelanda. Abbiamo aspettato e ora siamo qui, a giocarcela».

Dorme bene, comandante?
«Non tanto e non sempre. Ogni tanto tengo gli occhi aperti e scrivo a qualche amico. Di cose per lo più astratte, del senso della vita, di come ci sentiamo, tutti, in questo mondo sospeso».

Il senso della vita è un argomento arduo.
«Per me la vita è come un boomerang. Seminiamo per anni. Crediamo. Speriamo. Lanciamo un sacco di cose per aria e poi queste cose in un dato momento tornano indietro perché a ogni azione c’è una reazione. Ma poi, alla fine di questo processo, il punto è uno solo: questo boomerang, quando torna indietro, devi essere in grado di afferrarlo cogliendo il momento».

Chi sono i suoi interlocutori nelle notti stellate di 
Auckland? Con chi parla di queste cose?
«Con mia moglie, con gli amici di sempre, quelli che non ho perso in tanti anni con la valigia in mano in giro per il mondo e le persone che mi ispirano. Ultimamente ho avuto un fitto colloquio “epistolare” con Lorenzo Cherubini. Gli ho scritto alle 4, forse alle 5 di mattina e lui ha avuto il buon cuore di rispondermi. Lo ringrazio. Non è un mio amico, ma spero che lo diventi. Perché abbiamo molte passioni in comune e perché non è solo un cantante, Jovanotti. È un artista spaziale, un genio, uno che con le parole delle sue canzoni ha disegnato alla perfezione, come se fosse con me, alcuni stati d’animo che mi attraversano. Pensi che qualche anno fa, scioccamente, lo snobbavo. Avevo altri riferimenti musicali e non lo conoscevo. Poi andai a vedere un concerto e capii meglio. Adesso Gente della notte è una delle mie canzoni preferite».

«Ma voi che siete uomini/sotto il vento e le vele/non regalate terre promesse/a chi non le mantiene». Chi l’ha scritta, comandante?
«Con De André gioco in casa. Insieme a Venditti, Janis Joplin, John Lennon e Johnny Cash, Fabrizio è stato sempre uno dei miei preferiti. Sono legato a lui per la sua storia, per le sue canzoni, per alcuni amici in comune, perché a Rimini, Fabrizio, veniva spesso. Era un poeta comunque, non un semplice cantautore».

Il primo incontro con Patrizio Bertelli è la scena di un film.
«Eravamo a Porto Santo Stefano nel 1995. Ero stato chiamato a fare degli allenamenti sul Nyala, la barca di venti metri che all’epoca Patrizio teneva in Toscana. Mentre ormeggiavo la barca in un silenzio assoluto sentii un uomo alzare la voce in maniera concitata e dissi una cosa non gentile».

«Che cazzo vuoi?».
«Esattamente. Bertelli si girò di scatto e prima domandò: “Chi sei?”. E poi, pochi secondi dopo: “Non ho ancora deciso se ti licenzierò stasera o se diventeremo grandi amici. Ci devo pensare un attimo”».

Siete diventati amici. Fu incoscienza o carattere quella reazione?
«Tutte e due le cose. Io sono così, ma anche se nel tempo ho imparato a essere più diplomatico tendo a dire sempre quello che penso. Bertelli fu ironico, spiritoso, sottile. Quando dice una cosa non capisci mai se stia scherzando o stia parlando sul serio. Dopo tanti anni, mi è successo anche pochi giorni fa, covo ancora dei dubbi. A Patrizio sono molto grato. Mi ha aiutato a crescere, a conoscermi, a inseguire il mio sogno».

Se la definiamo sognatore di quanto sbagliamo?
«Di niente. Sono un sognatore, ma un sognatore impaziente che non si gode mai fino in fondo quello che ha e il suo sogno vuole realizzarlo subito. Non mi piace aspettare perché mi pare di perdere tempo e il tempo purtroppo passa molto velocemente. Mi proietto sempre verso il futuro e verso l’impresa che verrà».

Un’ultima domanda, comandante: sogna mai sua madre?
«L’ho sognata per tanti anni e adesso con grande dispiacere non mi succede più. Lo dicevo a mia moglie l’altra sera: di lei in testa ho solo un’immagine, in bicicletta, sfocata e lontana, e mi fa male, questa cosa. Per anni da quanto mi mancava la ricordavo sempre nelle mie preghiere. Ho smesso. Mi sforzo di pensare che sia solo un trucco, un espediente, un altro modo di portarla sempre con me».

 

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