mercoledì, Maggio 12, 2021
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«La voglia di strafare, il mio più grande difetto»

Amadeus ha 3 ore di sonno e uno dei Festival più difficili della storia alle spalle, ma questo non gli impedisce di rispondere al telefono con piglio e vivacità, come se Sanremo lo stesse conducendo ancora dalla hall dell’Hotel Globo che sta per lasciare per rientrare a Roma. «Sono stanco, ma molto felice. Stanotte sono andato a letto alle 6 e mi sono svegliato alle 9, ma oggi è la giornata della gioia e della soddisfazione» spiega Amadeus a poche ore dalla finale che ha incoronato vincitori i Måneskin e dalla fine di un Sanremo che lo ha visto al centro di polemiche che, dalla presenza o meno del pubblico all’Ariston alla parità dei fiori che dovevano essere consegnati ad entrambi i sessi, non si sono spente neanche per un minuto, braccandolo, inseguendolo come capita ogni anno a qualsiasi artista decida di salire a bordo della macchina festivaliera.

Ora, però, è arrivato il momento di guardare all’impresa faraonica che è riuscito a portare a casa grazie alla complicità e al sostegno degli amici che non lo hanno mai abbandonato e di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Sempre con garbo, sempre con l’eleganza di chi questo mestiere lo fa da quarant’anni ma che riesce ancora a fargli provare emozioni forti, elettriche come quelle che si affacciano durante l’adolescenza.

Sembrava difficilissima, ma alla fine Sanremo è andato.
«È stato molto difficile non solo per la mancanza del pubblico, ma anche per aver rinunciato a molte cose cui avevamo pensato prima e che non siamo riusciti a portare a casa per via del Covid. Il protocollo lo abbiamo avuto il 4 febbraio: a neanche un mese abbiamo dovuto rimettere in piedi una serie di cose. Alla fine è andata bene e ringrazio tutti quelli che hanno partecipato, soprattutto quelli che sono stati contattati all’ultimo momento».

Un’idea cui ha rinunciato più a malincuore?
«Lavoro al Festival da maggio scorso: mi ero detto che da lì a marzo saremmo stati in una situazione non dico normale, ma più tranquilla, e invece ci siamo ritrovati in piena pandemia, con l’Italia con migliaia di contagi e una possibile terza ondata. Viviamo tutti in una situazione psicologica molto difficile che non potevamo prevedere, ma che abbiamo subito di volta in volta».

Alla terza conferenza lei lo ha detto chiaro e tondo: «La gente è arrabbiata».
«È per questo che dico che bisogna fare una analisi attenta della situazione: non puoi ragionare come se fossimo in una situazione normale. I numeri che abbiamo fatto hanno dell’incredibile e sono in linea con i Festival del passato fatti “in normalità”. Per me è un miracolo. Ma, proprio per questo, non possiamo non fare i conti con un Paese che è arrabbiato, deluso, triste, con tanta gente che non sa se riesce a mettere un piatto in tavola la sera. Ho sempre detto che per me Sanremo non è un programma televisivo, ma un evento: in quanto tale, ha bisogno della platea, della sala stampa, come se fosse un Super Bowl. Se gli togli tutto questo, l’evento si trasforma in una trasmissione televisiva, che è un’altra cosa».

All’ultima conferenza Fiorello ha detto che lei e lui avete imparato a «fare uno spettacolo per nessuno»: concorda?
«Ci siamo parlati molto prima di andare in onda: nessuno dei due aveva mai avuto a che fare con una platea vuota, ma devo dire che i nostri trascorsi in radio ci hanno aiutati. Quando sei in radio hai solo davanti il tecnico, ma devi immaginare di avere migliaia di persone che ti ascoltano. Il famoso ritmo radiofonico è stato indispensabile».

Stanotte è girata la fotografia di un abbraccio con Fiorello scattata subito dopo la finale.
«Gli voglio bene come se fosse un fratello. È stato un abbraccio liberatorio, fatto alle 3 e mezza del mattino come a dirci “grazie, ce l’abbiamo fatta”».

Fiorello lei, tra l’altro, lo ha sempre difeso dalle critiche, ha detto che è «una persona buona e onesta».
«È vero, Fiorello è una persona estremamente buona, onesta e generosa: dobbiamo voler bene alle persone che hanno queste qualità a prescindere dall’estrazione sociale, dal colore della pelle, da quello che votano o da quello per cui tifano. Le persone che hanno delle qualità morali bisogna amarle».

A questo proposito lei ha citato il suo gruppo di lavoro che le è sempre stato vicino.
«Lucio Presta, Gianmarco Mazzi, Niccolò Presta, Gina Cilia, Gianfranco Gallo: sono cinque persone che in due anni non mi hanno lasciato solo neanche un attimo, che hanno sostenuto le mie idee e mi hanno aiutato a realizzarle, persone che hanno combattuto con me. Se non hai vicino le persone giuste, da solo non ce la puoi fare».

Di momenti difficili, dal caso Irama alla positività di Simona Ventura, ce ne sono stati diversi durante questo Sanremo. La paura più grande?
«Che potesse capitare qualche altra cosa. Per fortuna il protocollo ha funzionato ed è andato tutto bene, l’attenzione di tutti è stata molto alta, come se avessero capito l’importanza del Festival osservando alla lettera le regole. Lo abbiamo sempre detto che questo Sanremo andava fatto, ed è stato possibile grazie a un protocollo vincente che andrebbe preso a modello anche per altre situazioni».

Gli imprevisti, compresa la rinuncia della Ventura alla finale, l’hanno sicuramente messa alla prova.
«È come se fossi seduto a tavola e le gambe delle sedie cominciassero a cedere: bisogna, però, rimanere tranquilli e lucidi. Mi è dispiaciuto tanto per Simona così come per Irama, che ha visto Sanremo chiuso in albergo pur non essendo positivo. È stato un Sanremo strano, ma quando i cantanti mi hanno detto di essere felici di averne fatto parte mi si è riempito il cuore».

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Resta che, certe volte, si fanno molte scelte difficili per ottimizzare i tempi, come l’eliminazione del tributo a Stefano D’Orazio dei Pooh all’ultima sera.
«È stato un dispiacere per me. Ho un difetto: voler fare troppo. Venendo da una famiglia del Sud, ho sempre avuto la tendenza ad abbondare con la cortesia per fare trovare agli ospiti molto da mangiare , a volte esagerando, preparando 3 primi e 4 secondi e avanzando tanta roba. Ho sempre voluto fare troppo – i 26 cantanti erano un modo per contribuire a far ripartire la musica -, ma il rischio è lasciare fuori delle cose importanti per strada, e di questo mi spiace».

Recuperare il tributo a D’Orazio nel Sanremo Estate che ha detto di voler condurre a luglio può essere un’idea percorribile?
«Assolutamente sì, è il minimo che possa fare. Stefano D’Orazio l’ho conosciuto personalmente, ho avuto un ottimo rapporto con lui. Nel mio cuore mi piacerebbe organizzargli un tributo quanto prima: è una persona che ho amato e apprezzato come uomo e come artista».

Parlando di questo Sanremo Estate, non pensa che potrebbe essere considerato già questo un «Ama Ter» che ha già detto di non voler, per il momento, ripetere?
«Sanremo Estate è una promessa fatta al sindaco e ai commercianti per ripagare gli sforzi di una città che ci ha accolto con grande generosità e ha lavorato duramente seguendo il protocollo. L’idea di luglio è dettata dal desiderio di accendere l’estate di Sanremo, una giusta conclusione per vedere una Sanremo aperta. Sarebbe una serata di festa, non una gara».

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Sulla gara appena conclusa, invece, la vittoria rockettara dei Måneskin l’ha apprezzata.
«Ho portato diversi generi, dall’indie al pop. Quando ho ascoltato questo pezzo a settembre l’avevo subito catalogato come uno dei più forti: vedere che il pubblico li ha votati con una percentuale così alta ha fatto sì che fosse un cambiamento epocale. In 70 anni non era mai capitato che a vincere fosse una canzone così rock, è come se fosse una fotografia di questo tipo di Sanremo fatto con forza ed energia, con la voglia di combattere. In generale, sono fiero di tutti e 26 i pezzi che ho portato e che credo sentiremo ancora a lungo».

Come direttore artistico, qualcuno ha parlato di «scelte di rottura» non in linea con il target di Raiuno e, per questo, coraggiose. 
«Arrivato a 58 anni, non ho più paura di rischiare e di sbagliare: questo mi rende incosciente, ma certe volte mi aiuta perché non ho paura di andare avanti. Sentivo che questo Sanremo avrebbe dovuto cambiare qualcosa, allora mi sono detto: approfittiamo della pandemia per dare il segnale che siamo noi a decidere il nostro destino. Sia chiaro, non è che quello di prima non fosse buono, ma la storia di Sanremo ci ha insegnato che ci sono momenti in cui si deve voltare pagina: all’inizio si resta sbigottiti, ma dopo 2 ascolti capisci che è una meravigliosa realtà. Incontrare persone della mia età per strada che dicono che i loro figli adolescenti hanno iniziato a guardare Sanremo per la prima volta è una conferma, in questo senso».

Parliamo di questo andare avanti: durante la settimana di Sanremo, le critiche sui giornali le ha lette?
«No, ma non perché non mi interessino. Semplicemente perché voglio rimanere concentrato sul mio obiettivo senza essere influenzato e, magari, desistere dal fare una cosa. Tutti i giorni compro i giornali, mi piace l’idea di conservarli per i miei nipoti, spesso stampo anche gli articoli del web perché mi piace averli cartacei, ma lì per lì non li leggo. Preferisco andare avanti per la mia strada: i bilanci si fanno alla fine. Fino ad allora rimango in una bolla che mi costruisco una settimana prima di Sanremo».

Una bolla che garantisce una sopravvivenza mentale.
«Tenere la psiche e la mente lucida e serena è la prima cosa da fare per organizzare uno spettacolo come Sanremo».

Intanto è rimasto fedele alla linea intrapresa l’anno scorso, ossia coinvolgere diverse donne sul palco.
«Mi piace cercare di percorrere strade che non sono state battute prima. Ho pensato, quindi, di portare tante donne di diversa età e di diversi mestieri affinché ognuna portasse sul palco il proprio mondo: credo che questo sia l’omaggio più bello che il Festival possa fare a una donna. Il dispiacere è stato che quest’anno ne avrei voluta qualcuna in più, ma 2 non sono venute».

Questo, tuttavia, non l’ha esonerata dalle polemiche, tipo quella sul «direttore/direttrice» d’orchestra di Beatrice Venezi.
«È una cosa che ha detto e che ha chiesto lei: magari sbaglio, ma credo che l’importanza non sia nel nome, ma nel ruolo che uno ha. Se ci attacchiamo a questo sminuiamo il valore della donna perché non ci soffermiamo sulla sostanza. È come la storia dei fiori: forse è necessario mettere un freno a tutto quello che puoi criticare a prescindere, altrimenti non ne usciamo più. L’anno scorso mi sembrava quasi che non potessi più dire “bellissima” a una donna, ma per me “bellissima” è un complimento straordinario perché non è solo un apprezzamento estetico, ma qualcosa di più. Diciamo che uno è una “bella persona” proprio per questo, presupponendo che sia naturalmente anche brava. Capisco, però, che a Sanremo sia tutto una polemica: Beatrice Venezi è stata ad AmaSanremo chiamandosi “direttore” e nessuno ha detto una parola. Meno male che lo ha spiegato lei stessa».

Siamo poco liberi oggi, secondo lei?
«Oggi stiamo lottando per una libertà che è giusta, ma bisogna stare anche attenti. Pensi ai programmi di barzellette, a certe gag di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello che oggi non si potrebbero più fare perché lui sarebbe massacrato: spesso non siamo liberi di scherzare perché c’è sempre il rischio di offendere qualcuno. Per assurdo, temo che stiamo tornando indietro».

Torno al «bellissima», perché immagino che a sua moglie Giovanna lo dica spesso.
«Lo dico a Giovanna, a mia figlia, a mia madre: dirò sempre “bellissima” alle donne della mia vita. Ho la fortuna di avere una donna che amo da 20 anni, dei figli che sono la mia vita, degli amici fidati: tutte cose che mi tengo strette perché sono le basi. Non riuscirei a fare il mio lavoro serenamente se nella mia vita privata non avessi le persone che mi mettono in condizione di esserlo».

Fiorello ha detto che dopo Sanremo si dedicherà al divano e alle serie tv: e lei?
«Vorrei stare più vicino alla mia famiglia che negli ultimi 2 anni ho un po’ sacrificato. E poi vorrei dedicarmi un po’ a me stesso, è da tanto che non faccio attività fisica e sportiva e, vista l’età, mi conviene tenermi allenato. Resta, però che un po’ di sano divano me lo voglio concedere pure io».

Per gli allenamenti, può sempre fare affidamento su Ibrahimović.
«Mi ha detto, infatti, di andarlo a trovare a Milanello. Ma per mangiare , non per giocare».

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