lunedì, Aprile 12, 2021
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Vittorio Emanuele II in posa da “re Galantuomo”

Il re Galantuomo

A partire da quella del re Galantuomo, tanto popolare, ma capace di suscitare anch’essa l’ironia degli avversari. Borgese, in un articolo apparso su «Life» nell’agosto 1943, parlò di «an absent-minded irony, intimating how exceptional it is for a king, at least for one of the House of Savoy». In un’Europa, poi, in cui quasi nessun re combatteva più, egli legò come nessun altro la sua immagine alle proprie capacità militari. L’immagine del re conquistatore colpì anche Gramsci, il quale nei Quaderni del carcere ricordava come, dopo esser entrato a Roma, il re si lamentasse in piemontese con i suoi generali perché non c’era «pi nen da pié» (più nulla da prendere). Per questa ragione Quintino Sella lo chiamava «l’ultimo dei conquistatori». All’universo militare era legata anche l’immagine del re caporale, in riferimento al titolo di caporale degli zuavi, che gli fu concesso nel 1859 per la sua condotta eroica alla battaglia di Palestro. Sino agli Trenta del Novecento la raffigurazione di re Vittorio con la pittoresca uniforme di caporale fu assai popolare, e si ritrova persino su scatole di cioccolatini, figurine per bambini e album musicali.

Studiata propaganda

Una storia a sé è quella, poi, del re cacciatore, che legò Vittorio a un capo d’abbigliamento molto particolare: il cappello calabrese. Questo nel 1848 era stato adottato dai milanesi insorti contro gli austriaci e per questa ragione era stato vietato da molti altri sovrani italiani. In tal modo, mentre si faceva ritrarre o fotografare a caccia di stambecchi fra le montagne valdostane, il re d’Italia rimandava sia al Meridione sia alle origini del Risorgimento. Tutte queste immagini, pur parte di una ben studiata propaganda, contenevano in sé elementi di verità, cosa che le rendeva ancor più forti, ma non erano prive di ambiguità. Ciò mi pare particolarmente evidente in quella del re borghese, cui potevano accostarsi i pochi ammessi alla tenuta della Mandria, alle porte di Torino. In essa il re viveva con la donna da lui amata, la celebre Bela Rosin, e la seconda famiglia che aveva costruito con lei. Proprio il rapporto con la popolana Rosa Vercellana e, insieme, con i numerosi figli avuti dalle tante amanti vere e presunte che gli furono attribuite rimandava, certo, a uno standard di vita apparentemente borghese, ma in realtà riconducibile a quel topos del re fertile, che era stato assai fortunato fra i sovrani dell’Europa moderna. Si pensi al suo citato antenato, Enrico IV, il vert galant di tante storie popolari d’Oltralpe.

Nel primo re d’Italia, insomma, antico e moderno si fondevano, in un amalgama singolare e sconcertante, che non mancava di colpire i suoi contemporanei e che era una delle cause del suo fascino, cui non fu insensibile neppure la regina Vittoria. Una caratteristica che influì non poco sul suo modo d’esser re e di partecipare alla politica del regno che aveva contribuito a costruire.

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