domenica, Aprile 11, 2021
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I bambini non sono immuni alla covid

Nei primi mesi di pandemia i dati in possesso della comunità scientifica riguardo il contagio tra bambini (e adulti-bambini) erano pochi, e anche tra gli addetti ai lavori c’era molta confusione. Un primo comunicato (estate 2020) del CDC americano (l’ente governativo USA che si occupa di prevenzione e controllo delle malattie) iniziava a offrire un quadro: negli Stati Uniti, bambini e ragazzi (fino a 18 anni) rappresentavano il 6% del totale dei positivi.
 
Che cosa sappiamo oggi di contagi e decorso per fasce di età?
I dati aggiornati descrivono, a livello globale, una percentuale di positività, tra i bambini e i ragazzi di età compresa tra 0 e 18 anni, che varia tra il 9% e il 15% del totale dei positivi.

Il più recente report del’ECDC (Centro Europeo per il Controllo e la prevenzione delle malattie, analogo all’ente americano citato sopra), sulla base dei casi raccolti tra il 1° agosto e il 23 novembre 2020 ci mostra che la percentuale di positivi tra i bambini della fascia d’età 0-11 anni e tra i ragazzi della fascia 12-18 anni si è attestato rispettivamente al 5,5% e al 7,2% dei casi totali, in accordo con i dati rilevati negli USA.
 
Che cosa sappiamo sul decorso della covid in queste fasce d’età?
A differenza degli adulti, i bambini esibiscono una sindrome più lieve e una migliore prognosi, probabilmente legata a una minore suscettibilità all’ingresso del SARS-CoV-2 dovuta, sembra, a una più scarsa distribuzione del recettore ACE-2, co-responsabile, insieme alla proteina della superficie delle cellule TMPRSS2 (Hoffmann et al., 2020) dell’ingresso del virus nelle cellule stesse (Yonker et al., 2020). Va sottolineato che “minore suscettibilità” non significa assenza del virus: in alcuni casi la carica virale (ossia la quantità di virus) ritrovata nei bambini e nei giovanissimi è molto alta.
 
Come dimostrano le stime, l’asintomatologia è difficile da diagnosticare nei più piccoli, anche a causa dell’assenza di indagini capillari: a seconda delle situazioni considerate l’incidenza stimata va dal 13% al 65% (Alsharrah et al., 2020). Coloro i quali vanno incontro a un esito grave della CoViD-19, come ospedalizzazione (4%), ammissione nei reparti di terapia intensiva (0,2%) e decesso (0,05%), rappresentano un numero molto più basso in confronto alla fascia di popolazione più suscettibile alla malattia, gli over 65, in cui l’ospedalizzazione ha rappresentato il 23%, l’accesso a cure di terapia intensiva il 3,3% e la morte è sopraggiunta nel 6,3% del totale dei positivi.

Quali sono le conseguenze delle nuove varianti sui giovani?
L’ultimo bollettino di sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) parla di una percentuale di casi nella fascia 0-18 pari al 17,8% dei casi totali. Si pensa che questo aumento possa essere associato alla maggiore diffusione delle varianti, prima tra tutte quella inglese (B.1.1.7). Tuttavia, secondo i dati ad ora in possesso della comunità scientifica, i bambini non sono più suscettibili alle varianti di quanto non lo siano gli adulti; è anche possibile che la percentuale di casi registrati in questa fascia, con l’arrivo delle nuove forme circolanti, sia aumentata in proporzione all’aumento nella popolazione in generale.

Per la variante inglese si parla infatti di un incremento di contagiosità del 37% circa, cosa che lascia ipotizzare che possa diventare la forma prevalente – o che già lo sia, al momento in cui va online questa pagina. Oggi rappresenta un quinto dei casi di SARS-CoV-2 ma si ipotizza possa arrivare al 70%, tuttavia non mostrando, né per gli adulti né per i giovani, di provocare una malattia più grave rispetto a quella conosciuta (Brookman et al. 2021).
 
Giovani e giovanissimi: dove avviene il contagio?
La trasmissione in famiglia è la più importante causa di positività tra bambini in età pre-scolastica, scuola primaria e secondaria di primo grado (Posfay-Barbe et al., 2020). I focolai di contagi nelle scuole riportati in letteratura appaiono pochi e sono associati soprattutto a studenti di età superiore ai 15 anni; inoltre, non sono quasi mai stati registrati casi di trasmissione tra bambini in età scolare (3-12 anni), ma più frequentemente trasmissioni adulti-bambini e viceversa. In Italia, secondo il rapporto dall’Istituto Superiore di Sanità, i focolai scolastici registrati da inizio anno scolastico fino a fine dicembre hanno rappresentato il 2% sul totale, ma la situazione resta in constante monitoraggio alla luce, come accennato, dell’effetto delle nuove varianti circolanti.

Chi si contagia più facilmente, a scuola?
Per quanto riguarda il potenziale di trasmissione per età, tra i bambini (0-11) e i preadolescenti (12-15) è basso, ma tende ad aumentare con l’età: per la fascia degli adolescenti (16-18 anni) la probabilità è simile a quella della fascia superiore (19-39), indice anche della maggiore condivisione di abitudini (ECDC, 2020).
 
Nelle scuole, chi si contagia con maggior frequenza è il personale. Questo è però un dato che deve tenere conto dell’alto numero di asintomatici nella fascia scolastica precoce: un bambino positivo, non mostrando sintomi, riesce infatti facilmente a eludere il sistema di tracciamento (ECDC, 2020).
 
In definitiva, i bambini di tutte le età sono potenzialmente soggetti al contagio e sono in grado, come chiunque sia positivo, di trasmettere il virus. Quelli in età pre-scolare rappresentano una popolazione con minore suscettibilità al SARS-CoV-2, una minore probabilità di contagio (Li et al., 2020) e un esito quasi mai sintomatico. La capacità di contagio tra di loro e verso gli adulti tende invece ad aumentare con l’età (Li et al., 2020).
 
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L’Osservatorio della cattiva Scienza è una rubrica a cura di Simone Di Giacomo e Simona Paglia, biologi del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna.

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