Meno infezioni di origine alimentare da quando è iniziata la pandemia: lo rivela uno studio norvegese. Ma la domanda è: si tratta di una diminuzione effettiva, dovuta all’innalzamento dell’attenzione sulle norme igieniche a causa della Covid-19? Oppure salmonella e altri patogeni alimentari circolano come prima ma vengono a galla meno spesso perché semplicemente si fanno meno analisi? La ricerca sembra propendere per questa seconda ipotesi.

Dall’aprile 2020, l’Istituto norvegese di sanità pubblica (FHI) ha esaminato l’impatto del COVID-19 sul sistema di sorveglianza norvegese per le malattie trasmissibili (MSIS). C’è stata una riduzione dal 50% al 60% nelle segnalazioni di altre malattie trasmissibili tra marzo e settembre 2020, rispetto al corrispondente periodo del 2019. Il calo maggiore è stato per il Cryptosporidium spp., che causa un’enterite acuta, in calo del 44%, seguito da Salmonella, con il 41 per cento e Campylobacter spp. con il 40%. Uno studio precedente, pubblicato sul Journal of the Norwegian Medical Association, ha rilevato un calo di altre malattie infettive durante la pandemia di Covid-19.

Potrebbe essere un dato positivo: evidentemente lavarsi le mani, igienizzare le superfici e disinfettare i contenitori degli alimenti serve non solo (o non tanto) a tenere lontano il Coronavirus, ma anche e soprattutto gli agenti patogeni che si trovano nel cibo e nell’acqua, e che causano quelle che genericamente chiamiamo “influenza intestinale“. Ma c’è un ma: l’Istituto pubblico norvegese ha chiesto dati più approfonditi a vari laboratori, e quello che è venuto fuori è che sono stati fatti meno test.

Il numero inferiore di analisi richieste può avere varie origini: ovviamente il minor numero di infezioni alla base, ma anche la possibilità che in tempi di pandemia le persone non arrivino nelle strutture sanitarie per un “normale”  attacco di diarrea, e quindi i dati sarebbe in qualche misura falsati. La minore disponibilità dei servizi sanitari, messi a dura prova e sovraccaricati dal Coronavirus, potrebbe essere una ulteriore causa di confusione nella lettura dei dati.

[Fonte: Food Safety News]