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Colapesce e Dimartino, una canzone per due

Questo articolo è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 2 marzo 2021

La giovinezza è una cosa meravigliosa, è un peccato sprecarla con i giovani», scrisse George Bernard Shaw. Sarebbe stata una frase di lancio perfetta per il progetto che un anno fa ha unito Colapesce (Lorenzo Urciullo) e Dimartino (di nome Antonio Di Martino), due cantautori indie prima che tutto diventasse indie. L’album a quattro mani e due voci I mortali (uscito nel 2020, con Sanremo arriva un repack con dieci brani nuovi) è un miracolo di equilibrio, un disco sofisticato, bello e adulto sull’essere stati giovani.

A Sanremo portano Musica leggerissima, una canzone che invece parla di depressione, buchi neri e ascolti che salvano la vita.

Cosa pensavate l’uno dell’altro prima di conoscervi, dieci anni fa a un festival in Sicilia?
Dimartino: «Eravamo nelle stesse compilation con le nostre vecchie band, quando ci fu l’esplosione delle etichette indipendenti, prima dell’indie. Quando ci siamo visti ci siamo in qualche modo riconosciuti».
Colapesce: «Per me c’era un po’ di invidia sana, lui aveva già pubblicato il suo primo disco e io stavo per uscire col primo ep, al festival ero il suo gruppo spalla e pensavo: ma dove vuole andare questo, non è arte sua. Poi quella sera ci siamo messi a cantare Arbore e De Gregori e ci siamo piaciuti».

Che legame si è creato scrivendo I mortali?
C.: «Ci siamo messi a nudo, non era scontato e poteva non funzionare, ma avevamo voglia di fare qualcosa insieme, siamo entrati uno nella poetica dell’altro, è stato un atto di intimità».
D.: «Con la canzone di Sanremo ancora di più. Scriverla è stato un soccorso continuo. Parla di depressione, sia io che lui non abbiamo vissuto un anno strepitoso, prima è stato male lui, poi io, ci siamo rincorsi e soccorsi. Tante persone sono uscite con le ossa rotte da quest’anno. Se a un musicista togli il palco, partono maremoti interiori che portano a cose brutte».

Musica leggerissima nasce come canzone per Sanremo?
D.: «Non proprio. Volevamo solo che fosse una canzone bella e comprensibile».

Che è poi la definizione di canzone sanremese.
C.: «E doveva essere una canzone che anche tra vent’anni non ci saremmo vergognati a suonare».
D.: «Ha avuto una gestazione lunga. Alcune canzoni nascono in un pomeriggio, altre ci mettono mesi a diventare credibili».
C.: «L’abbiamo rincorsa, sapevamo che c’era un senso profondo, ma non riuscivamo ad acchiapparlo. Abbiamo riscritto il ritornello trenta volte».

La scelta di Battiato per la serata cover per voi è naturale. Ma perché Povera patria?
D.: «Me la ricordo nei servizi al tg sulle stragi di mafia. Ha la capacità di raccontare le cose pur non appartenendo al tempo in cui accadono. Ed è semplice, non la puoi travisare. È un pezzo feroce cantato dall’autore meno aggressivo che ci sia».
C.: «È un pugno in faccia, ha una scelta di parole che non lascia scampo».

Come nasce l’idea di cimentarvi con Sanremo? È stato un sì senza discussioni o avete dovuto elaborare?
C.: «Ne abbiamo discusso, ci siamo detti: facciamolo, ma solo con la canzone della vita, quella che scrivi una volta sola. Non avremmo usato un pezzo tiepido, non avrebbe avuto senso, le nostre carriere non sono così disastrate, in fondo».
D.: «Volevamo festeggiare un decennio di furgoni, locali schifosi, poche persone davanti al palco, chilometri, gavetta. Una crescita graduale, né la mia né la sua carriera è stata un exploit».

Ha senso usare la parola meritocrazia?
C.: «Meritocrazia è una parola che non mi ha mai convinto, per me la musica è l’unica cosa che potevo e sapevo fare. Che poi abbia portato micronotorietà e riconoscimento fa
piacere, ma non è merito, è solo la mia vita».
D.: «Certo, sarebbe stato bello arrivarci giovani, belli e in forma a Sanremo».

L’età conta fino a un certo punto. Lo spirito guida del vostro progetto è Gesualdo Bufalino, che esordì da romanziere oltre i 60 anni.
D.: «Lui era l’anti divo per eccellenza, il manifesto dell’anziano che non è mai invecchiato. Ho questa immagine di lui che sembra mio nonno, ma la sua letteratura e i suoi aforismi esprimevano uno spirito giovane, direi quasi il pessimismo di un trentenne».

È strano debuttare a Sanremo in un momento così?
D.: «Ha un significato speciale, sarebbe bello se ne avesse per i lavoratori dello spettacolo a casa da un anno. Questo Sanremo serve a parlare di persone prese a pesci in faccia con quattro spicci, gente che forse non farà più questo mestiere».
C.: «Tutta la situazione è stata gestita malissimo, siamo affondati nell’indifferenza. Musica leggerissima è figlia di queste difficoltà, siamo fieri di poterla portare a rappresentare
una categoria di vinti».

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