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Sanremo 2021, recensione prima puntata

La prima serata di questo Sanremo 2021 è stata piena di emozione e di emozioni per chi era all’Ariston: e ci mancherebbe, vista la situazione lì, in Italia, nel mondo. Già domani, rotto il ghiaccio e forse finita l’apnea del debutto, tutto sembrerà scivolare meglio.

A casa, invece, l’emozione si è sentita poco. Lo dico subito: per me il ‘problema’ di Sanremo 2021 non è l’Ariston vuoto, ma l’idea di racconto. Che evidentemente io non capisco. Qual è la narrazione di Sanremo 2021? Si è parlato di spensieratezza, di ripartenza, di leggerezza, ma come l’anno scorso il varietà è stato gelato dalla retorica a buffo, dai toni cupi alternati al varietà. Ma, soprattutto, la musica è stata buttata negli interstizi di una serata dalla lunghezza ingiustificabile: con 17 canzoni in gara, pur aggiungendo show, ospiti, quadri e gag, trovarsi alle 00.02 gli ottavi Big su 13 non ha una giustificazione narrativa. Se non che al Direttore piace così.

L’alternanza di toni e atmosfere non è un difetto in sé, ovviamente, ma bisogna saperlo fare. Diventa un difetto se non c’è armonia se, come l’anno scorso, la sensazione è quella di un racconto slegato, giustapposto. Ha più coerenza con Sanremo il quadro (un po’ mascettiano) di Achille Lauro che gli spazi di Ibrahimovic o della pur fresca Matilda De Angelis cui viene fatta fare una lezione sul bacio che sa di eternità, per lunghezza e non per sentimento.

Ma questo tipo di struttura ha davvero qualcosa a che fare col Festival di Sanremo?

Sanremo è canzoni. gara, emozione, musica . Dovrebbe essere canzoni condite da show, non uno show accompagnato dalle canzoni. Questo Sanremo 2021, come lo scorso anno, è invece parole, gag, cazzeggio, spazio a qualcuno che non è lì per cantare (pensiamo alla lunga lezione della De Angelis, agli sketch di Ibra), è musica interstiziale. E’ sì distrazione, ma non dal Covid, bensì dalla natura stessa del Festival: il pubblico vuole sentire le canzoni in gara, non le trovate ‘geniali’ di autori e mattatori.

La domanda quindi è “Perché”?

Per occupareil tempo? No, perché ne basterebbe molto meno: con 17 canzoni in gara non è necessario arrivare all’1.30. Non è necessario al ‘racconto’, anche perché non c’è. O meglio è un racconto sfilacciato, senza tensione, senza crescendo, senza uno svolgimento, senza una fine. E una storia senza fine per definizione non è una storia.

Mi spiace, non c’entra il teatro vuoto. Il continuo riferimento all’anno scorso vuole sottolineare proprio questo. Amadeus sarebbe in grado di condurre Sanremo chiuso nel suo camerino col solo monitor davanti e riuscendo anche così a tenere il ritmo: conduce e sostiene Fiorello, anche quando parrebbe il contrario. Eppure l’horror vacui si sente e non è quello delle poltroncine: è nella costruzione della serata, nei pezzi lunghi e inutili, in quella ricerca continua di qualcosa che non sia Festival. Ma questo E’ il Festival. E non può essere il Festival di Fiorello, anche se Rosario fa di tutto, più o meno consapevolmente, per monopolizzarlo.

Quest’anno Fiorello è “sul palco con Amadeus”, come recita anche la sovraimpressione, non è solo ‘l’amico del direttore’. La cifra è quella di incursore più che di assistente, la modalità è sempre quella dello ‘scippo’ della scena: l’inizio con Grazie dei Fiori in stile Lauro però prometteva bene, il momento varietà con duetto e balletto tra lui e Amadeus godibile e tenerissimo. Si è vista tutta la voglia di portare lo show nelle case, di mettercela tutta, personalmente e artisticamente.Davvero una gran tenerezza e davvero tutto il sudore di una faticata. Ma poi quell’alchimia che potrebbe essere la spinta imbattibile di questa coppia viene spenta da una struttura debole, ridondante, senza idee, che si appoggia sui guizzi e sul mestiere di chi il mestiere lo conosce.

Come Loredana Berté.

Entra in scena e riempie un teatro vuoto, illumina lo show come neanche la scenografia e le luci del palco riescono a fare nonostante le tonnellate di watt. Belle canzoni, brani cult tutti da cantare e poi lei, che riempie tutto l’Ariston restando ferma. E ricorda a tutti in pochi minuti cosa sia lo show, cosa sia un live, cosa sia la musica , cosa sia il Festival. Sarebbe stata una chiusura perfetta, in crescendo, magari intorno alla mezzanotte tutto compreso: e invece niente. Dopo di lei almeno ci prova Gazzè a fare show con sagome e con un omaggio a Leonardo da Vinci. C’è un’idea. E anche un gancio per il lancio della fiction di Matilda De Angelis, neanche a farlo apposta.

Insomma, il Festival non c’è, perso in Stasera parla Fiorello. Se ci sono le canzoni non c’è lui (cfr Serata Cover dell’anno scorso), se c’è lui non ci sono le canzoni: vorrà dire qualcosa. Ma quando arriva la musica non ce n’è per nessuno: la Banda della Polizia con Stefano Di Battista e Olga Zacharova sui tanghi di Piazzolla lo dimostra.

Della confezione ne riparliamo, regia soprattutto. Una prima serata così, senza l’ausilio del pubblico è una sfida davvero difficile. Certo, certe inquadrature dal fondo del palco o il campo che mostra l’Ariston in tutta la sua desolazione sono cronaca e sono teche, ma sono anche durissime da gestire. Meno comprensibili i piani di ascolto sulle file vuote in attesa che qualcuna delle sedie alzi i braccioli. Poi c’è lo stile Vicario: lo stacchismo è sempre con noi, insieme a una certa ‘sfuggevolezza’ nei momenti determinanti. Ma ne riparliamo domani, dopo la seconda puntata e dopo un po’ di assestamento.

Qualche problema serio c’è stato nell’audio: se Arisa è apparsa quasi ‘afona’, per buona parte delle canzoni in gara l’audio è apparso ‘strozzato’, graffiato, soffocato. Certo, l’emozione non poteva non esserci (come con Diodato), ma qualche stonatura di troppo (e non mi riferisco a Fedez che si è anche commosso alla fine dell’esibizione quanto a Renga che non è mai entrato davvero nel pezzo ma se ne è uscito col mestiere) è forse anche segno di un ritorno o di un audio non proprio immacolato. Ma su questo chiediamo il supporto e l’aiuto degli esperti.

Chapeau però all’orchestra, che si è assunta l’onere di supportare non solo gli artisti, ma anche i conduttori, professionisti e non. Amadeus si conferma il miglior amico di Fiorello, poco da dire. E la sensazione che sia un po’ un’occasione sprecata resta, almeno in questo debutto che come tale fa storia a sé, certo. Ma questo Sanremo ha un bel cast di Big, due veri professionisti, una macchina potente come quella Rai schierata nella tempesta del Covid eppure porta in tv uno show modesto, schiacciato dal voler fare troppo e non certo per incapacità dei frontmen. Amadeus è un eroe, ma talvolta sembra davvero essere il peggior nemico di se stesso per quella sua capacità di complicarsi la vita. Domani si ricomincia. In bocca al lupo.

 

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