lunedì, Aprile 12, 2021
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Stipendi: come sono cambiati con il Covid

MILANO – Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) l’Italia è tra i Paesi – con Brasile, Canada, Usa e Francia – ad aver visto crescere i salari medi nei primi tre trimestri del 2020. Come è possibile, visto il crollo record del Pil vicino al 9%, il boom di ore di cassa integrazione oltre quota 4 miliardi, la perdita di occupati che a giugno era arrivata a sfondare quota 800 mila e un tasso di inattività che dilaga a un terzo della popolazione? E’ un’illusione.

 

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A svelarla è il rapporto che l’Osservatorio JobPricing e Badenoch + Clark, in collaborazione con il professor Lorenzo Cappellari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, hanno dedicato alle “dinamiche retributive al tempo del Covid-19”. Incrociando i dati di fonte Istat e quelli presenti nel database del calcolatore dello stipendio giusto, emerge chiaramente come la crescita media dei salari sia in realtà frutto di un effetto ottico: i percettori di buste paga meno “pesanti” sono usciti dal mercato del lavoro, causa pandemia. Senza i più fragili, il quadro complessivo sembra migliorare. Ma c’è ben poco di che esultare.

A pagare questa uscita sono stati dunque i più deboli, anche in considerazione del blocco dei licenziamenti che ha garantito maggiori tutele agli altri. Se si guarda alle caratteristiche socio-demografiche, nel database “si registra una diminuzione nella percentuale di lavoratrici, di giovani (15-34 anni) e individui con solo l’obbligo scolastico”. Se si guarda alle qualifiche, “rispetto agli anni precedenti, è calata la presenza di lavoratori i cui redditi sono posizionati nella parte più bassa della distribuzione (Operator – Unskilled) passando dal 22,25 per cento del 2019 al 18,07 per cento”.

Ancor più marcato il tracollo di circa 20 punti percentuali della quota di lavoratori Under 35 (in particolare tra i 15 e i 24 anni): “Questo dato è molto probabilmente da attribuirsi in gran parte al congelamento delle nuove assunzioni giovanili”, dicono gli esperti. Infine, è scesa la quota di contratti a tempo determinato. Un mix di fattori che porta la retribuzione annua lorda (RAL) media del 2020 ad aumentare di quasi mille euro (a 30.180 euro nel 2020, dai precedenti 29.388 euro). Un paradosso, considerando che da tempo l’Italia è immersa in una stagnazione retributiva e proprio nel 2020 c’è stato un peggioramento nel rinnovo dei contratti collettivi scaduti, che ormai vedono oltre 10 milioni di lavoratori in attesa. “La crescita dei salari medi, dunque, altro non è se non l’effetto dell’uscita dal mercato dei lavoratori con le retribuzioni più basse”, conclude il rapporto.

Fatta questa doverosa premessa, calcolare l’impatto della crisi sulle diverse tipologie di lavoratori resta un esercizio complesso. Secondo la Confesercenti, ad esempio, a un anno dallo scoppio della pandemia le famiglie italiane lamentano ancora un gap reddituale in media di 1.650 euro. E il recupero è lento: la stima della confederazione è che alla fine di quest’anno il reddito medio delle famiglie sarà ancora inferiore di 512 euro ai livelli pre-crisi.

Nel rapporto dell’Osservatorio JobPricing la questione viene osservata nell’ottica di chi il lavoro l’ha difeso. E qui si aprono notevoli differenze: come sappiamo, ci sono attività che hanno vissuto un boom accanto a settori completamente azzerati dalla pandemia. Esercizi essenziali che hanno dovuto continuare ad operare, pur in perdita, e altri che hanno beneficiato del cambiamento obbligato di consumi. Gli esperti dei salari hanno usato il filtro del “grado di agilità del posto di lavoro” come indicatore di vulnerabilità alla pandemia, ovvero “quanto le funzioni previste dal posto di lavoro siano potenzialmente eseguibili da remoto”. Si sono così divisi i lavoratori in “tradizionali”, esposti allo choc, e “agili”, una sorta di gruppo di controllo non esposto (o meno) alla crisi.

Applicando questa griglia ai profili che popolano il database, emerge che i lavoratori delle regioni del Sud registrano probabilità più alte di essere lavoratori tradizionali rispetto a quelli del Nord, mentre i lavoratori delle grandi città come Milano o Roma registrano una probabilità inferiore. Caratteri tipici sono poi la bassa qualificazione, il fatto di lavorare in settori essenziali della produzione industriale del paese, ma anche tutti quei lavoratori dei settori non essenziali legati a tutte quelle attività di contatto col pubblico e servizio alla clientela (ad esempio la ristorazione o la logistica), che per definizione non possono essere svolte se non in presenza e sono perciò incompatibili con le regole del cosidetto distanziamento sociale.

Verificando gli andamenti dei salari delle due tipologie di lavoratori, emerge una simile dinamica ma con una diversa ripidità della curva: in media, i lavoratori tradizionali italiani hanno perso circa 887 euro nei primi tre trimestri del 2020, rispetto ai lavoratori smart, al lordo degli eventuali interventi della cassa integrazione. Gli uomini hanno perso in media circa 1.004 euro e le donne 880. “La crisi, quindi, sembra aver colpito in modo notevole i lavoratori tradizionali, mentre fare parte della categoria smart è stata, al contrario, una caratteristica che ha protetto maggiormente i salari dallo shock pandemico”. Come ha ricordato un recente lavoro di Bankitalia, condiviso dall’Osservatorio, alla base della differenza c’è il gap di ore lavorate, cioè il fatto che i lavoratori agili hanno lavorato di più.

“Che la pandemia abbia accentuato gli squilibri del mercato del lavoro è una cosa abbastanza ovvia”, ragiona il ceo di JobPricing, Alessandro Fiorelli. “Inoltre, è emersa una nuova differenza, che se oggi è l’effetto del virus, domani si prospetta come strutturale. Mi riferisco alla differente situazione fra chi può svolgere il proprio lavoro da remoto e chi no”. La crisi sanitaria, dunque, “ha messo in evidenza due cose: che lo smart working è uno strumento potente anche in termini di tutela dei lavoratori in situazioni di crisi; che, tuttavia, esso ha un potenziale discriminatorio, che i dati rivelano in modo abbastanza chiaro. Oggi che si parla molto di riforma degli ammortizzatori sociali, questa differenziazione fra lavoratori “agili” e “tradizionali” probabilmente dovrebbe essere una variabile da non trascurare”.

Ci sono altre caratteristiche che correlano lavoratori e perdita di salario, che il rapporto mette in evidenza. In primo luogo l’età: il gruppo degli under 35 ha subito una perdita maggiore (-997 euro circa) rispetto ai maggiori di 35 anni. In secondo luogo il livello di istruzione: “Si registra un dato in controtendenza per i lavoratori tradizionali con solo l’obbligo scolastico: questi hanno guadagnato circa 1.218 euro in più rispetto ai lavoratori smart. Dati i settori dove questi sono più impiegati, è verosimile che sia un gruppo impiegato nei settori cosiddetti “essenziali”, che hanno visto l’attività incrementare, piuttosto che diminuire (si pensi, per esempio all’alimentare). I laureati tradizionali, in media, hanno perso di meno della media nazionale”.

 

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Se si guarda alla dimensione aziendale, tracce di sofferenza maggiore si ritrovano tra i lavoratori tradizionali delle piccole imprese con una perdita di 883 euro; mentre se si guarda alle esperienze dei profili, sono stati più colpiti quelli che ne hanno meno e più nel proprio ruolo con una diminuzione dello stipendio rispettivamente pari a -1.260 e -914 euro circa. Quanto al territorio, sembra che le regioni del Centro siano quelle che hanno perso di più in termini di euro (-1.307 euro circa), ma l’incidenza sui salari in termini percentuali è molto vicina (tra 2,5 e 4,3 per cento circa).

Ulteriori approfondimenti riguardano le aree funzionali e i settori industriali. I lavoratori tradizionali dell’area Acquisti, Logistica e Supply chain hanno guadagnato circa il 20 per cento in meno dei lavoratori smart della stessa area funzionale, equivalente a -7.845 euro; l’altro dato particolarmente interessante è che nell’area Ambiente, Salute e Sicurezza il risultato è l’opposto, ossia circa il 20 per cento in più dei salari dei lavoratori smart, equivalente a circa 8.450 euro in più. I lavoratori tradizionali delle Vendite registrano una perdita doppia rispetto alla media nazionale. Infine, appaiono fortemente colpiti i salari dei lavoratori tradizionali di quelle industry che più hanno sofferto direttamente o indirettamente delle misure di isolamento sociale e del blocco della mobilità, quindi, per esempio, non solo il settore dell’Arte e intrattenimento (-9.332) o del Media web e comunicazione (-1.098), ma anche quelli dell’Aeronautica (-739), Navale (-3.315) e dell’Automotive (-1.891).

“La trasformazione digitale nella quale abbiamo certamente fatto un balzo in avanti mostra il suo impatto nelle organizzazioni”, il commento di Federico Fontana, managing director di Badenoch + Clark per l’Italia – Si tratta di una rivoluzione a cui la pandemia ha impresso una marcata accelerazione e i cui primi effetti, sul fronte retributivo, sono inequivocabili. I manager del presente e del futuro sono chiamati a gestire questo cambiamento”.

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