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Albergo diffuso, modello di accoglienza a prova di pandemia

HOTELLERIE

Sono 150 le strutture che fanno parte del network e che realmente rispondono ai criteri di albergo diffuso: le case devono essere non più distanti di 200 metri, in piccoli borghi e avere degli spazi comuni

di Sara Magro

default onloading picSan Leo, albergo diffuso

Sono 150 le strutture che fanno parte del network e che realmente rispondono ai criteri di albergo diffuso: le case devono essere non più distanti di 200 metri, in piccoli borghi e avere degli spazi comuni

3′ di lettura

In un articolo pubblicato il 25 novembre sull’edizione online di CNN, il titolo – How Italy accidentally invented the perfect Covid-era hotel – annuncia l’invenzione italiana, in tempi non sospetti, dell’hotel ideale per l’era del Covid. L’argomento è l’albergo diffuso, un modello di ospitalità nato per valorizzare le case abbandonate di tanti borghi italiani, allo scopo di rivitalizzarli con un turismo lungimirante ed evoluto.

L’albergo diffuso è stato formalmente definito nel 2006 da un’intuizione ben precedente di Giancarlo Dall’Ara, il quale ha definito i parametri e ha creato l’associazione ADI (alberghidiffusi.it). «Il concetto – sintetizza Dall’Ara – è un albergo che non si costruisce, ma mette in rete case vicine esistenti collegandole tra loro con servizi di hôtellerie, quindi pulizie, colazione, ristoranti, spazi comuni come biblioteche e salotti. In parole semplici è un po’ casa, un po’ albergo».

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I criteri

Oggi, in Italia, 250 strutture si definiscono tali, ma non sempre corrispondono ai criteri. Se le case sono più distanti di 200 metri o in comuni diversi, o se la casa è una soltanto, allora non si può parlare di albergo diffuso. Inoltre, come abbiamo già sperimentato con i bed&breakfast e gli agriturismi, il livello non è uniforme, e può capitare di trovarsi a soggiornare in dimore vecchie, fatiscenti, senza i requisiti previsti. «Il motivo è semplice: non si fanno rispettare le normative», precisa Dall’Ara. «Solo 150 strutture corrispondono alla definizione, e di queste le 70 della nostra associazione si attengono scrupolosamente alle linee guida». Investire su un albergo diffuso è una scelta visionaria e impegnativa che un imprenditore si sobbarca perché coinvolge un intero paese, recupera un patrimonio esistente, e lo attualizza per offrire un’esperienza di viaggio coinvolgente. «Un albergo verticale è senz’altro più razionale, anche se la concorrenza è maggiore con altre 30 mila hotel, e la stagionalità ridotta», spiega il fondatore.

Albergo Diffuso Crispolti, a Labro, in Lazio

Inaspettatamente e improvvisamente, la pandemia ha cambiato l’ordine delle priorità del viaggiatore, e l’albergo diffuso può essere una scelta ideale per molti aspetti: «I borghi non conoscono la ressa se non in rare occasioni di sagre o feste, e sono meravigliosamente inseriti nel paesaggio: garantiscono spazio, contatto con la natura e sicurezza, tre esigenze imprescindibili della domanda post Covid», conclude Dall’Ara. I paesi-hotel si prestano a soggiorni più lunghi, fuori stagione, anche per lavorare da remoto. «Ce ne sono nuovi e attuali, come San Leo, che ha finalmente aperto dopo 30 anni, di charme, come Sotto le Cummerse a Locorotondo, con i trulli affrescati, ed ecologici come la Locanda degli Elfi a Preit, in Valmaira, una valle occitana ai confini con la Francia».

La guida

Teresa Cremona, autrice della prima guida agli alberghi diffusi in Italia (Editore Touring Club Italiano, 2011), sostiene che bisognerebbe classificarli: «Sotto le stelle e Crispolti sono due eccellenze laziali, per eleganza e cura. Ma in generale tutti sono meritevoli per il lavoro che svolgono sul territorio». Porta l’esempio di Termoli in Molise: «Il centro storico medievale era una zona malfamata, finché due imprenditori non hanno a comprato e recuperato alcune case disabitate creando gli alberghi diffusi Residenza Sveva e Locanda Alfieri, e cambiando la vivibilità del posto». L’albergo diffuso è infatti anche una strategia innovativa di sviluppo economico e sociale. «Ha una ricaduta sull’intera comunità: se il movimento lo giustifica, aprono bar, ristoranti, altri b&b o piccoli alberghi. Il turista che li frequenta non è del tipo “mordi e fuggi”. Ama passeggiare, mescolarsi con chi ci vive, è curioso dei prodotti e delle tradizioni», conclude Teresa Cremona. «Il modello è ormai di interesse internazionale. In Giappone, dove hanno lo stesso problema di rivitalizzare piccoli paesi di campagna spopolati, il primo borgo hotel è stato realizzato nel 2018 a Yakage Town, mettendo in rete alcune case abbandonate e ristrutturate in modo semplice e accurato, e l’associazione ADJ ha già altri progetti in cantiere. Lo stesso accade in Francia, in Irlanda e Germania. Per una volta, l’Italia ha inventato un modello originale di turismo sostenibile e culturale. Dobbiamo esserne orgogliosi».

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