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Sapete quanto siamo forti?

Questo articolo è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 2 marzo 2021

Gli eccessi visivi non sono una novità per la popstar spagnola Rosalía, i cui video e performance sono così saturi di colori sgargianti e immagini barocche che sembrano usciti da un’enciclopedia di storia dell’arte. Eppure, a metà ottobre, mentre la seguo in un enorme negozio di costumi a New York, per un attimo sembra sopraffatta, come Alice in un Paese delle meraviglie stregato. Un gruppetto di clown robotizzati brandisce delle motoseghe con un sorriso maniacale stampato in faccia, lussureggianti boa di piume drappeggiano gli scaffali come edera.

La mascherina le permette di scivolare inosservata vicino a clienti troppo distratti per notare la vincitrice di vari Grammy che, solo nelle ultime settimane, ha lanciato una collaborazione di rossetti con Mac, si è esibita allo show Savage x Fenty di Rihanna ed è apparsa nel video Wap di Cardi B e Megan Thee Stallion che ha fatto impazzire la Rete.

Nel tragitto per l’Abracadabra, Rosalía mi racconta di come aveva pensato di scegliere un costume di Halloween da Sailor Moon o Pretty Woman, ma poi ha optato per Leeloo, il personaggio dai capelli color fiamma di Milla Jovovich nel classico cult di Luc Besson del 1997 Il quinto elemento. Una trasformazione del genere non dovrebbe essere difficile per un personaggio eclettico come lei.

Annie Leibovitz

Le chiedo come decide i suoi look, sempre diversi in ogni video che pubblica – dall’amazzone in pelliccia in Aute Cuture alla ballerina incantata con le sopracciglia alla Frida Kahlo in A Palé. A quella domanda assume all’improvviso un tono serio: «Penso a quello che sto comunicando, a quello che c’è sotto», dice. «Qual è la storia? Quali idee voglio trasmettere? Voglio ballare o esibirmi?». Si fida profondamente della prima impressione. «È una specie di istinto», dice. «Quello che conta è come ti fa sentire qualcosa appena la vedi. Quali colori catturano la tua attenzione, come ti fa sentire un materiale quando lo tocchi. Amo le cose molto strutturate o molto sciolte – non sono adatta alle vie di mezzo. Mi piacciono gli estremi».

Niente di sorprendente, certo, per chiunque abbia ascoltato l’album del 2018 di Rosalía, El Mal Querer. Il progetto, iniziato come tesi di laurea, è esploso sulla scena musicale con un sorprendente miscuglio di flamenco unito al sound pop di Timbaland e all’estetica squillante di una generazione maniaca delle sneakers. L’album ha raggiunto il primo posto della classifica Latin Pop di Billboard e ha vinto cinque Latin Grammy. I critici l’hanno definito uno dei migliori album di quell’anno, e altri artisti hanno cominciato a gravitare intorno a lei. Caetano Veloso e David Byrne sono stati avvistati ai suoi spettacoli, e James Blake, Travis Scott e J Balvin hanno iniziato a collaborare con lei. Pharrell, che sta lavorando con Rosalía al nuovo disco, è stato tra i suoi primi sostenitori.

I suoi singoli più recenti si sono avventurati ancora di più in altri generi. Le collaborazioni con J Balvin per il brano Con Altura, vincitore del Latin Grammy del 2019, e con Travis Scott per il recente Tkn le hanno permesso di dilettarsi con il reggaeton e l’hip hop, mossa che ha suscitato sia una grande ammirazione sia varie critiche, in particolare sull’identità, il privilegio e la linea di confine tra apprezzamento e appropriazione.

Le persone vicino a Rosalía si meravigliano spesso della sua determinazione. Pili, di tre anni più grande, dice di aver notato presto l’assoluta dedizione di sua sorella al flamenco. «Era un impegno totale, una missione», racconta. Le due ragazze sono cresciute a Sant Esteve Sesrovires, una cittadina fuori Barcellona. I loro genitori avevano incoraggiato la passione di Rosalía per il canto e la danza comprandole una chitarra. Le due sorelle, da sempre molto unite, frequentavano i ragazzi del quartiere, che in genere erano emigrati dall’Andalusia, la regione dove le comunità rom hanno reso popolare il flamenco.

Aveva iniziato a studiare canto con il noto maestro di flamenco José Miguel Vizcaya, o El Chiqui, ma quando Vizcaya aveva abbandonato le lezioni private per dedicarsi all’insegnamento al Catalonia College of Music, che accetta solo uno studente all’anno nel dipartimento vocale di flamenco, Rosalía si era impegnata anima e corpo per il test di ammissione e lo aveva superato. «Ma non mi sembrava di appartenere a quel posto», ammette. «Ho sempre voluto sperimentare con i video , gli spettacoli, la danza. Non c’era niente del genere, era tutto molto tecnico».

Rosalía si esibiva nei bar e nei ristoranti di Barcellona, e spesso chiedeva a Pili consigli di moda . Ora Pili è la sua consulente creativa e sostiene che l’impegno di Rosalía non è cambiato. Rosalía mi confessa che Pili le manca, la pandemia le ha divise costringendo sua sorella a rimanere a Barcellona. «Mia sorella è la mia migliore amica e ormai è un anno che non la vedo».

La sua cerchia ristretta è rappresentata principalmente dal suo team e dai collaboratori. Quando più tardi le chiedo se esce con qualcuno, scoppia in una risata fragorosa. «Ma come faccio secondo te? Compongo, produco, scrivo i testi e i versi chiave, suono gli strumenti. Ti giuro che per fare questa montagna di cose devi impegnare tutti i sensi».

Ora siamo a SoHo, e Rosalía avanza nelle strade affollate rimanendo attenta alla nostra conversazione. E meno di dieci minuti dopo ci troviamo davanti a un cavernoso negozio di dischi in Bleecker Street. Il negozio è completamente tappezzato di vinile. Un commesso la riconosce e ci fa entrare in una stanzetta sul retro, dove ha scatole di dischi che non ha ancora esposto.

Il suo approccio alla musica è molto vario – risultato, secondo lei, di essere cresciuta nell’era di Internet. Fa risalire il suo approccio eclettico anche all’università. «Camminavi per il corridoio e in un’aula c’era qualcuno che suonava la chitarra flamenca, in quella dopo qualcuno studiava l’arpa mentre in quella vicina qualcun altro stava imparando un pezzo di Isaac Albéniz o di Chopin al pianoforte. Tutto questo mi ha influenzato, certo».

«Non mette barriere, non cerca di tracciare dei confini quando è il momento di lavorare», mi spiega Pharrell. «Non le interessa… Non ha paura che le esca un pezzo Frankenstein. A lei importa che funzioni, d’istinto, ed è così che la musica dovrebbe essere. È così che sono stati scritti i pezzi più grandi».

Eppure, secondo qualche critico, Rosalía ha avuto opportunità che non sono state offerte agli artisti delle culture da cui ha attinto – cosa che i musicisti specializzati in flamenco con radici rom, generalmente emarginati in Spagna, hanno sottolineato fin dall’inizio della sua carriera. Una critica simile ha iniziato a circolare quando Rosalía si è avvicinata al reggaeton, un genere di musica creato da artisti neri caraibici spesso esclusi da un’industria che troppo spesso dà la priorità alle star dalla pelle chiara.

Acciambellata su un divano al Mercer Hotel, Rosalía analizza alcune delle critiche che ha dovuto affrontare. Il dibattito sull’appropriazione l’ha fatta pensare diversamente? «Certo», risponde sgranando gli occhi. «E mi rendo conto che è una conversazione necessaria e va molto più in profondità». Da un lato, dice, la musica non deve avere confini e  l’arte migliore, da Picasso ai Rolling Stones, nasce da uno scambio tra varie culture. Però si rende conto che sembrano dichiarazioni utopiche quando vengono applicate a sistemi fondamentalmente ingiusti. «Penso che il dibattito più ampio riguardi il privilegio. L’ideale sarebbe che le possibilità di finire sotto i riflettori fossero concesse a tutti in modo uguale».

Usare la propria piattaforma per dare voce agli altri è una sua responsabilità, dice. Certo, è stata per lo più apolitica nel suo lavoro, ma mi spiega che gli ultimi anni hanno confermato i valori che ha sempre avuto a cuore, legati alla questione della parità, al rispetto reciproco. Di recente si è espressa in modo molto aperto sul modo in cui l’industria musicale non offre alle donne abbastanza opportunità e non sempre riconosce pienamente il loro lavoro: «Quanti parlano di come Victoria Monét scrive le sue canzoni, quanti si rendono conto che Missy Elliott produce da sola la sua musica ? Spero con tutto il cuore che la nuova generazione di donne apra la strada a un diverso modo di lavorare». Queste idee sono fondamentali nella sua musica . «Rappresentare le donne forti sarà sempre la mia priorità».

Ripensando al periodo in cui si esibiva nei locali in Spagna mi dice: «Ti giuro, pensavo: forse il mio destino è suonare in questo bar per tutta la vita, e se davvero è così… ci metterò tutto il mio amore, ogni giorno, lo farò come se fosse il lavoro della mia vita». A quei tempi si chiedeva come sarebbe stato fare il tutto esaurito negli stadi, ma anche adesso il futuro che sogna è quello che sta vivendo. «Voglio arrivare a 70 anni con l’energia e l’eccitazione e la voglia di andare in studio, sedermi con un caffè e scrivere le mie canzoni bevendo», dice. «Voglio mantenere quella sensazione, è questo il mio desiderio per il futuro, la mia ambizione».

FOTO ANNIE LEIBOVITZ
Servizio Carlos Nazari

Abito rosso, Burberry. Completo e sandali, The Row. Make-up Susie Sobol. Hair Jesus Guerrero. Set design Mary Howard Studio.

Nel Mondo – Rosalía Vila Tobella, in arte solo Rosalía, spagnola, 27 anni, nel 2018 ha raggiunto il successo mondiale con il secondo album, El mal querer e con il singolo Malamente.

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