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«Il processo ai Chicago 7», perché ha fatto incetta di candidature ai Golden Globe 2021

Chi ha un po’ di famigliarità con le opere di Aaron Sorkin sa bene che l’urgenza di raccontare una versione diversa della storia per far sì che il pubblico si interroghi su quello che apparentemente viene dato per scontato è una prerogativa imprescindibile della sua filmografia. Da sceneggiatore pluridecorato, creatore di serie di successo come West Wing e The Newsroom e di film come Codice d’onore e The Social Network, Sorkin abbraccia la regia solo in un secondo momento, a 56 anni. Il film era Molly’s Game, storia vera di una reginetta di bische clandestine che ha confermato, qualora ce ne fosse bisogno, il talento di Sorkin nella costruzione di un dramma nel quale niente viene lasciato al caso, dall’evidenza più scontata alla sfumatura più opaca.

Sorkin è preciso, chirurgico, analitico: qualità che brillano ancora di più alla sua seconda prova come regista ne Il processo ai Chicago 7, disponibile su Netflix e ultra favorito ai Golden Globe 2021 a fronte di ben cinque candidature, tra cui quella per il miglior film e la miglior regia.

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La storia ci riporta all’agosto del 1968, quando otto uomini molto diversi tra loro per estrazione sociale, formazione ed ideali, Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen), Jerry Rubin (un irriconoscibile Jeremy Strong, il Kendall di Succession), Tom Hayden (Eddie Redmayne), Rennie Davis (Alex Sharp), David Dellinger (John Carroll Lynch), Lee Weiner (Noah Robbins), John Froines (Daniel Flaherty) e Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II), si preparano a protestare alla Convention Nazionale Democratica di Chicago allo scopo di chiedere il ritiro delle truppe dal Vietnam e il ripristinamento dell’ordine. A quel punto Sorkin preme sull’acceleratore, evita di mostrare lo scontro armato tra gli agenti di polizia e le folle e ci fa sedere subito al processo organizzato cinque mesi più tardi, quando tutti gli otto sospettati vengono arrestati e accusati di aver incitato alla rivolta. Allora diventa chiaro che Il processo ai Chicago 7 sia quello che gli americani chiamano «legal drama», una storia che si consuma quasi interamente all’interno di un’aula di tribunale per mostrarci gli imputati, i giurati, i procuratori e il modo in cui il giudice pensa di condurre la faccenda. Quest’ultimo si chiama Julius Hoffman (un grande Frank Langella) e sembra convinto in partenza che gli otto siano automaticamente colpevoli generando un clima di ostilità e di guerra fredda che vedrà l’avvocato William Kunstler, interpretato dal premio Oscar Mark Rylance, combattere con le unghie e con i denti per garantire ai propri assistiti un processo equo e giusto.

Così non sarà: il processo di Chicago è rimasto per decenni l’esempio di come l’autoritarismo ereditato dagli anni Cinquanta mal tollerasse la controcultura degli anni Sessanta, così hippy, così psichedelica e così gonfia di parole da rappresentare una minaccia alla stabilità e al rigore imposti fino a quel momento. Sorkin, dal canto suo, non si limita a rimettere in scena il famigerato processo, ma a scardinarlo fino a condurci all’inevitabile scontro di personalità che si stava consumando dietro le quinte tra il capobanda Yippie Abbie Hoffman interpretato da Sacha Baron Cohen, come sempre un mostro di bravura, e il fin troppo abbottonato e corrucciato Tom Hayden interpretato da Eddie Redmayne. Non si piacciono, non si fidano l’uno dell’altro, eppure hanno in comune due cose: la volontà di cambiare il sistema dall’interno e l’ostilità nei confronti di un giudice che, pur di non dargliela vinta, cambia i giurati che sembravano tendere per loro sostituendoli con altri più intransigenti. Sorkin è un maestro delle parole e sono proprio le parole a rendere Il processo ai Chicago 7 stratificato e avvincente, un compendio tra le passioni animatrici degli anni Sessanta e il «legalese» usato per scardinare e condannare qualsiasi strascico di libertà politica in America. Il processo, iniziato il 24 settembre 1969 e durato quasi sei mesi, è stato spesso definito dai media a stelle e strisce come un circo burlesco e completamente sbilanciato, soprattutto considerando l’abominevole trattamento che il giudice Hoffman decise per Seale, uno dei più forti esponenti delle Pantere Nere, imbavagliato e legato in aula per impedirgli di protestare contro le sue decisioni.

L’episodio, uno dei più vergognosi che una corte americana abbia mai messo in scena, è il punto massimo della nevrosi di un giudice che Sorkin descrive alla perfezione proprio grazie alle personalità spumeggianti degli imputati, i famosi 8 poi diventati 7 che, sebbene non abbiano violato alcuna legge federale, finiranno comunque sotto accusa perché per Hoffman quello non era solo un processo, ma una presa di posizione, un’attitudine all’autorità che a qualcuno ha ricordato troppo da vicino l’approccio di Donald Trump al suo mandato alla Casa Bianca. L’iniquità dell’unico organo che dovrebbe garantire giustizia, il terrorismo razziale, il tarlo del pregiudizio e le ambizioni avide di chi sperava che da quel processo sarebbe uscito in gran forma e con una carriera spianata di fronte a sé: Il processo ai Chicago 7 sta tutto lì, nella denuncia di un sistema corrotto che non può non costringere l’America di oggi a guardarsi allo specchio e a chiedersi dove sia ora, se qualcosa nel frattempo sia stata conquistata. Le proteste del movimento Black Live Matter ci dimostrano, però, che la strada è ancora lunga e che Sorkin, ancora una volta, è il più bravo a creare dei ponti tra passato e presente senza che pubblico si appoggi a un elzevirista per capirlo. Come ha spiegato anche Variety, i 7 di Chicago non stavano attaccando l’America, ma le stavano semplicemente ricordando quello che era sempre stata ed è questa, probabilmente, la ragione per cui vedremo il film gareggiare anche ai prossimi Oscar.

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