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Come ribellarsi alla dittatura del fare

Da secoli, ormai, motti, proverbi, litanie religiose insegnano a condannare moralisticamente la pigrizia come la peggiore delle rovine per la vita umana. Gli iperattivi non perdonano che ci sia qualcuno – da additare come lazzarone, pantofolaio, pelandrone – che se ne stia pacificamente in panciolle. Eppure, qualcuno ha teorizzato la necessità della pigrizia come antidoto necessario a una cultura esaltatrice del progresso a tutti i costi: come Bertrand Russell, secondo il quale l’ozio andrebbe insegnato a scuola; o come Oscar Wilde, secondo cui «l’azione è il rifugio di persone che non hanno assolutamente niente da fare»; o ancora Gilbert K. Chesterton, che tesse le lodi sperticate dell’arte sopraffina del restare a letto quando si è riposati, per dedicarsi alla riflessione.

Rinuncia all’iperattivismo

Marrone, addentrandosi nella tradizione della fiaba russa, ci mostra come Oblòmov, indolente protagonista del romanzo di Gončarov, non sia altro che la rivisitazione di un arcaico stereotipo popolare divenuto, però, un vero e proprio eroe della pigrizia e dell’immaginazione; questi, restandosene sempre sdraiato in uno stato di abbandono, proclama nella non-azione la propria consapevole rinuncia all’iperattivismo imposto dalla cultura capitalistica nella Russia dell’Ottocento.

E poi c’è Paperino, lo scalognato Donal Duck, che incarna l’aspirazione di un certo uomo medio americano di starsene in pace sull’amaca e far nulla. Il pennuto è pervicace avversario di ogni forma di lavoro, sebbene poi vi sia sempre condannato, per riuscire infine a ricavarsi qualche momento di relax; un esempio lampante di come si debba sgobbare per poter godere di quello che Paul Lafargue definiva il diritto a esser pigri. Ma, guardando alla questione da una prospettiva completamente diversa, qual è quella del Buddhismo Zen giapponese, si prova come un senso di intima liberazione.

Nel XIV secolo, il monaco e poeta Kenkō Yoshida, si abbandona completamente a un’esistenza di totale inattività, che gli consenta di meditare; come nel celebre haiku «Seduto pacificamente senza far nulla / viene la Primavera / e l’erba cresce da sola», l’obiettivo è quello di abbandonarsi al fluire delle cose, lasciando che la volontà dell’Io si affievolisca fino a scomparire. Un esercizio del tutto impraticabile, oggi. Possiamo, però, accogliere il consiglio di Roland Barthes di «spezzare il tempo lavorativo, godendo dei piccoli momenti d’ozio rubato nelle pause-caffè.

La fatica di essere pigri
Gianfranco Marrone
Raffaello Cortina editore, Milano, pagg. 163, € 14

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