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Turismo. Censis: Covid tempesta su un colosso d’argilla, ora ridisegnare l’Italia dell’ospitalità

Alla fine del 2019 tutte le previsioni sugli andamenti turistici per i successivi due decenni erano di una forte crescita: fino a che non è arrivata la “tempesta perfetta”. E’ il quadro tracciato dal dossier di Agi (Agenzia giornalistica Italia)-Censis “Reinventare il turismo dopo la tempesta perfetta”, secondo cui la pandemia da coronavirus si è abbattuta sul turismo in modo inaspettato, con una forza inusitata e pervasiva, e ha colpito un Paese che “da un lato ha nel turismo una delle sue principali ‘punte di freccia’, dall’altro, cronicamente, fatica ad inquadrare il bersaglio e a massimizzare le enormi potenzialità di cui dispone”.

Per 20 anni – spiega lo studio – il turismo ha conosciuto una straordinaria espansione: nel 2019 circa 1,5 miliardi di persone hanno viaggiato consentendo al turismo di rappresentare il 10% sia del Pil che dell’occupazione mondiale. L’Italia, meta ‘matura’, è passata dal 7% di tutta la spesa turistica mondiale dei primi anni Novanta al 3,4% circa nella seconda decade del 2000. L’impatto diretto del settore turistico nell’economia italiana si attestava intorno al 6% del Pil e al 7% dell’occupazione (con più di 1,5 milioni di posti di lavoro). “Un settore, dunque, fondamentale per l’economia del Paese”. L’impatto complessivo del turismo (considerando effetti indiretti e indotti) risultava pari al 13% del Pil, un valore superiore alla media dei paesi Ue, con circa 3,4 milioni di posti di lavoro, pari al 15% del totale.

Ma nell’ultimo decennio la crescita è stata disomogenea e il settore ha “cambiato pelle”: le vacanze sono diventate brevi e i turisti sempre meno italiani, al punto che nel 2017 è avvenuto il “sorpasso” delle presenze straniere su quelle nazionali. Nel complesso gli arrivi sono cresciuti dal 2009 al 2019 del 37,6% mentre le presenze sono aumentate solo del 17,8% e la durata media dei soggiorni è scesa da 3,9 a 3,3 giorni. Nelle città d’arte la componente straniera è stata ancora più rilevante. A Venezia le presenze straniere sono arrivate a superare l’85% del totale, a Firenze erano intorno al 75%, a Roma oltre il 60%. Altro fattore di cambiamento – nota il dossier – riguarda gli esercizi ricettivi, dove l’extra-alberghiero segna dei tassi di crescita decisamente più consistenti rispetto all’alberghiero. Quindi, una crescita guidata dalla componente straniera, accompagnata dal boom del trasporto aereo internazionale, che ha premiato soprattutto l’offerta ricettiva extra-alberghiera.

Se si calcola non solo le strutture ricettive ma le attività produttive caratteristiche del turismo che ricadono in diverse branche di attività economica (quindi alberghi, pubblici esercizi, servizi di trasporto passeggeri, agenzie di viaggio, servizi ricreativi e culturali, commercio al dettaglio, servizi abitativi per l’uso delle seconde case di vacanza) il dossier nota che il comparto è cresciuto dal 2004 e, dopo la profonda crisi del 2013, è arrivato a rappresentare alla fine del 2019 il 4% del valore aggiunto del Paese, una dimensione mai registrata in passato. E’ proprio questo comparto il più colpito dalla pandemia e che sconta ora profonde difficoltà a ripartire.

Universo da ripensare e riprogettare

Dopo lo shock Covid il turismo ha bisogno di “un pensiero alto di riprogettazione”. Questa l’indicazione del dossier, secondo cui il Piano nazionale di ripresa e resilienza può consentire di superare storiche criticità.

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I punti su cui intervenire sono la qualità dell’offerta extralberghiera, la spiccata stagionalità, la prevalenza del turismo balneare e delle città d’arte, l’eccessiva prevalenza del segmento tedesco (il 47% dei turisti stranieri proviene dalla Germania), la ridotta durata media dei soggiorni, la polarizzazione sulle località più rinomate (il 58% dei flussi riguarda 5 sole regioni). A tutto ciò si aggiungono i problemi della logistica, del sistema portuale e aeroportuale e dei collegamenti ferroviari. Fattori che contribuiscono a porre l’Italia al settimo posto nell’indicatore mondiale di competitività turistica.

La prima esigenza, forse la più urgente e di maggior valore strategico, è – secondo il dossier – quella del riequilibrio dell’offerta complessiva, puntando anche alla destagionalizzazione. Occorre poi intervenire sull’accessibilità dei luoghi di pregio ancora in parte misconosciuti. E’ quindi necessario creare valore turistico individuando nuovi format di fruizione, creando specifici eventi e presidiando il dibattito culturale internazionale. Infine, il dossier indica l’obiettivo di aiutare gli alberghi a ripensarsi e riprogettarsi sotto l’aspetto dell’impatto ambientale e della responsabilità ecologica, dell’efficientamento energetico, dei servizi innovativi e della transizione digitale.

Nel Pnrr sono previsti 8 miliardi di euro dedicati a “Turismo e Cultura”: ora si tratta di capire come impiegarli. Una maggiore qualità, di fronte alla riduzione delle quantità – sostiene il rapporto – può essere la strada. Puntando a trasformare il turista-cliente in uno stakeholder del nostro territorio e delle nostre eccellenze.

Turismo domestico motore della riscossa

La ripresa del turismo, messo in ginocchio dall’emergenza pandemia, sarà trainata dal turismo domestico, di più corto raggio e con caratteristiche particolari. Secondo il dossier Agi-Censis,  i nuovi flussi “saranno alimentati da buona parte di quei connazionali (circa 17 milioni) che nel 2019 sono andati all’estero e che in gran parte rivolgeranno ora la loro attenzione alle località italiane”.

“Difficilmente si potrà ripartire in tempi rapidi con una curva cosiddetta a V”, premettono gli autori, che invitano a “considerare – oltre ai rischi sanitari e alle connesse preoccupazioni – la generalizzata riduzione delle disponibilità economiche”. E’ possibile che si torni sui numeri del 2019 in modo progressivo, “forse non prima del 2023”, ma “difficilmente la ripartenza potrà avvenire a prescindere da un accurato presidio da parte di tutti gli operatori del tema della sicurezza sanitaria. Bisognerà attrezzare gli aeroporti, i porti, gli alberghi, le navi da crociera, in un modo completamente diverso dal passato. La gestione digitale dei flussi, la riprogettazione degli spazi, il distanziamento interpersonale e la sanificazione resteranno centrali. L’attenzione sul cliente si dovrà arricchire di elementi di rassicurazione implicita nell’offerta”.

A livello di trend, “difficilmente, perlomeno nel breve periodo, la componente internazionale potrà recuperare quel ruolo di grande traino per il turismo italiano che ha avuto negli ultimi 10 anni”.  E “difficilmente alcune specifiche tipologie di turismo potranno ripartire nelle forme conosciute. Il pensiero va in primo luogo al turismo congressuale e fieristico, basati tradizionalmente su grandi convention di prossimità. In tutti questi casi sarà necessario progettare forme di offerta ‘blend’, basate su una componente di prossimità contingentata e sulla diffusione ad ampio raggio di contenuti digitali: alcune fiere hanno già operato in tal senso, anche durante il lockdown nazionale”.
 

Airbnb e seconde case alla riscossa

 Di necessità, virtù: con le restrizioni agli spostamenti imposte dalla pandemia è tornata di moda la vacanza di corto raggio. E Airbnb e seconde case, anche dopo l’emergenza, sono destinate a ritagliarsi sempre più un ruolo da protagonista, rileva il dossier. Non a caso “il colosso degli affitti brevi Airbnb – dopo il licenziamento di circa un quarto dei dipendenti – ha resettato la sua offerta proprio sul turismo di prossimità. Un turismo fatto di spostamenti brevi, effettuati perlopiù in auto, che in realtà ha come ‘ingrediente’ fondamentale le seconde e terze case che sono nella disponibilità delle famiglie italiane. Si tratta di un capitale fatto di case ‘a disposizione’, localizzate in parte nei paesi di origine e in parte in località turistiche di mare o di montagna, originatosi anche come bene-rifugio per il risparmio di tante famiglie, che nell’epoca del boom del turismo globale era finito in secondo piano. Un capitale poco utilizzato per via dei mutamenti degli stili di vita che hanno portato gli italiani a viaggiare di più, andando più lontano e per vacanze più brevi, spesso mal conservato, con crescenti difficoltà di collocazione sul mercato immobiliare”.

   

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 “Un po’ come è avvenuto nelle città per il commercio, dove i piccoli alimentari di quartiere hanno registrato un imprevisto ritorno di clientela – spiegano gli autori della ricerca – la crisi sanitaria legata alla pandemia ha offerto una seconda giovinezza a questo comparto e molte località turistiche, anche secondarie, sono tornate a ripopolarsi grazie ai proprietari di seconde case, come non succedeva da tempo”.

Secondo una recentissima indagine Censis (ottobre 2020), “poco meno di un italiano su 4 (24%) dispone di almeno un’altra residenza collocata in un comune diverso da quello di residenza. vNaturalmente i valori cambiano considerevolmente in relazione alla condizione economica della famiglia. La quota di famiglie che ha accesso a una ‘seconda casa’ (ridottissima tra le famiglie di livello economico basso) si attesta sul 18% tra i nuclei di livello medio-basso e sale addirittura al 40,6% nelle famiglie di livello economico medio-alto”. Non solo: il 34% delle famiglie, secondo i dati della stessa indagine, dichiarano di averne fatto nel 2020 un utilizzo maggiore che in passato: grazie anche al diffuso ricorso allo smart working, per alcuni mesi le seconde case, delle località turistiche e non, hanno temporaneamente svolto la funzione di prima casa”.

Le ragioni sono tante e diverse: la principale è il maggior senso di sicurezza legato al fatto di poter soggiornare nella propria casa (35,9%), a seguire la rinuncia forzata alla vacanza all’estero, motivazione diffusa tra i ceti medio-alti (26,1%) e, in qualche modo all’opposto, l’esigenza di ridurre le spese non essenziali in una congiuntura difficile: motivazione addotta dal 21,7% di coloro che si collocano in una fascia di reddito medio-bassa.

Turismo virtuale per anticipare quello “fisico”

 Nello scenario post pandemico ci sarà spazio “per una nuova figura sociale, il ‘turista virtuale'”: il nostro patrimonio culturale potrà essere “fruito da remoto, in maniera semplice e soddisfacente, senza necessariamente mettersi in viaggio”, conclude il dossier Agi-Censis, che parla di “una suggestione indotta dall’attuale difficoltà di spostamento”, che ha però “valore in assoluto in una triplice logica di soddisfacimento di curiosità, di traino e di anticipazione del turismo fisico, di contatto. Con le tecnologie 5G sarà possibile coltivare ogni tipo di progetto in questo senso, immaginando ‘visite virtuali’ in una fiera come in un museo o in una città d’arte”.

Si tratta di lavorare “su basi in parte già esistenti, se è vero che circa un quarto dei turisti che si muovono in Italia anticipa l’esperienza in una sorta di pre-viaggio: per visionare l’alloggio prima della prenotazione, per esplorare la destinazione e le attività da svolgere una volta arrivati alla meta, per arricchire l’esperienza con attrazioni e musei”.
Sull’altro, grande “fronte digitale” – suggerisce il Dossier – “la dimensione dell’accesso ai servizi turistici in tutte le loro declinazioni possibili andrà sviluppata ulteriormente anche come fattore di competitività nello scenario globale”.

Negli ultimi anni, “il settore turistico è stato trainato dal digitale sia negli acquisti che nell’organizzazione dei processi interni. Si stima che più di un quarto del valore dei prodotti principali del mercato (trasporti, alloggi, pacchetti vacanza) transiti attraverso i canali digitali”. Morale: il turista “analogico” è destinato a scomparire: “secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo del Politecnico di Milano solo il 2% dei viaggiatori italiani tra i 18 e 75 anni non ha utilizzato internet per nessuna attività nel corso dell’ultima vacanza”. Mentre “le relazioni digitali con la clientela sono un importantissimo fattore a supporto della fidelizzazione dei clienti”.

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