mercoledì, Aprile 14, 2021
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Il SARS-CoV-2 diventerà endemico. Che cosa significa?

La completa eradicazione del coronavirus SARS-CoV-2 appare, vista la sua capillare diffusione, un’ipotesi improbabile. La maggior parte degli scienziati è convinta che il patogeno della CoViD-19 diventerà endemico – sarà presente a lungo, o in forma ricorrente, in piccole porzioni di territorio, con un andamento tutto sommato prevedibile e sintomi meno preoccupanti di quelli osservati finora.

anticorpi naturali. Sono endemici l’influenza e i raffreddori causati da altri coronavirus, ma grazie a una combinazione tra anticorpi naturali e difese sviluppate grazie ai vaccini, hanno un impatto più blando e una letalità che, ove presente, viene accettata senza richiedere misure restrittive.

La futura convivenza con il SARS-CoV-2 dovrebbe quindi diventare via via più accettabile. Ma per capire quale situazione abbia in serbo il futuro, occorre tenere conto di diverse variabili, come la durata dell’immunità sviluppata dai guariti, la capacità dei vaccini di bloccare la trasmissione, le doti di evasione del virus alle nostre difese, e la possibilità che esso sopravviva in riserve animali.

Una malattia dell’infanzia. Una possibilità è che il virus rimanga tra noi, ma grazie all’immunità dei guariti e a quella offerta dai vaccini, non si presenti più con sintomi gravi. Rimarrebbe un malanno che si incontra da bambini, con manifestazioni lievi che permettono di sviluppare anticorpi.

Succede già con quattro coronavirus endemici e tutto sommato “innocui” chiamati OC43, 229E, NL63 e HKU1. Come spiega un articolo su Nature, tre di essi sono tra noi da secoli, e due sono responsabili del 15% delle infezioni respiratorie. I bambini li incontrano in genere prima dei sei anni e sviluppano un’immunità transitoria, che impedisce però sintomi importanti negli adulti. Anche al loro primo incontro con i bambini, questi virus non causano malattia grave.

la protezione dei vaccini. La possibilità che anche il SARS-CoV-2 si comporti allo stesso modo dipende in gran parte dal tipo di immunità sviluppata nei suoi confronti e dalla durata di questa protezione. Gli anticorpi neutralizzanti nei guariti iniziano a calare dopo 6-8 mesi, ma il sistema immunitario schiera anche le cellule B della memoria, che sanno produrre nuovi anticorpi in risposta a patogeni che riconoscono, perché hanno già incontrato.

La durata della protezione offerta dai vaccini non è nota: potrebbe essere necessario un richiamo dopo un anno o due, e le varianti del virus potrebbero rendere necessario aggiornare periodicamente le nostre difese. Soprattutto: una precedente infezione riuscirà a bloccare la malattia grave, in caso di un nuovo incontro con il virus?

I Paesi più avanti con le campagne vaccinali stanno iniziando a vedere una riduzione delle infezioni e dei ricoveri ospedalieri. Servirà però tempo per capire se i vaccini, oltre a prevenire le forme sintomatiche, abbattano anche la trasmissione del virus. Se fosse così, e se rimanessero efficaci contro le varianti, in alcune aree si potrebbe raggiungere un’immunità di gregge almeno temporanea: ma ci vorrebbe un vaccino con il 90% di efficacia nel bloccare la trasmissione, somministrato ad almeno il 55% della popolazione, e puntellato da mascherine e distanziamento. 

Regioni covid-free. I collegamenti internazionali con regioni in cui il virus rimane endemico, e dove la maggior parte della popolazione non ha anticorpi contro di esso, mescolerebbero comunque le carte in tavola. E il dibattito sulle campagne vaccinali rimane per il momento un “lusso” dei ricchi Paesi industrializzati.

Un’altra possibilità è che il virus prenda con il tempo un andamento stagionale, come è avvenuto finora per alcuni tipi di virus dell’influenza, discendenti, mutati, del virus della Spagnola. Se nel 1918, in una popolazione indifesa, il virus H1N1 uccise 50 milioni di persone, le successive pandemie influenzali causate da virus discendenti hanno incontrato ospiti con una parziale immunità e sono circolate con una minore patogenicità. Quando un virus un tempo pandemico diventa stagionale, incontra una popolazione che non è totalmente nuova ad esso. Ciò nonostante, l’influenza miete ogni anno circa 650.000 vittime tra i più fragili.

vaccini annuali. Il virus dell’influenza muta continuamente ed è necessario ogni anno aggiornare i vaccini. Il SARS-CoV-2 sembra mutare di meno, ma diverse varianti sembrano più capaci di eludere la sorveglianza degli anticorpi. Proprio queste capacità di evasione, insieme al progressivo declino dell’immunità, aumentano le probabilità che diventi endemico. È possibile che anche i vaccini anti-covid vadano aggiornati di anno in anno, ma anche in quel caso, l’immunità stimolata da precedenti vaccinazioni renderebbe altamente improbabile incorrere in malattia grave. Se questo non avvenisse, allora il virus continuerebbe a costituire una fonte di preoccupazione.

Uno scenario possibile, ma al momento non super quotato, è che i vaccini blocchino del tutto anche la trasmissione del virus e che lo facciano per tutta la vita. Se fosse così, allora il SARS-CoV-2 diventerebbe come il morbillo: praticamente eliminato in alcune zone del mondo. Prima del vaccino del 1963, le epidemie di morbillo uccidevano fino a 2,6 milioni di persone all’anno, soprattutto bambini. E un ritorno del virus in aree con scarsa immunità, nel 2018, ha lasciato dietro di sé 140.000 vittime.

Un ultimo fattore da considerare sarà la persistenza del virus in riserve animali. Molte malattie più volte “domate”, come Ebola, febbre gialla, chikungunya, ciclicamente ritornano a infettare l’uomo perché si conservano in popolazioni di animali selvatici, disturbate dalla presenza umana.

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