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Gramsci e la sua visione moderna delle donne

il libro di noemi ghetti

L’autrice indaga le personalità femminili che popolavano la vita dell’intellettuale sardo

di Eliana Di Caro

default onloading picLa moglie di Antonio Gramsci, Giulia Schucht, con i figli Delio e Giuliano – Foto Archivio Cesare Colombo e Fondazione Gramsci

L’autrice indaga le personalità femminili che popolavano la vita dell’intellettuale sardo

3′ di lettura

Le donne della famiglia d’origine d’un lato, le “compagne” di partito dall’altro. Le rivoluzionarie internazionali e il suo grande amore, la violinista russa Giulia Schucht. Accanto alle figure femminili che hanno popolato la sua vita, le idee: una visione moderna dell’emancipazione della donna, che va oltre l’indipendenza economica e trova pienezza in una consapevole realizzazione personale e sessuale. Questo e molto altro è ricostruito nell’utile e appassionante contributo di Noemi Ghetti, Gramsci e le donne.

Utile, perché spesso la portata e la complessità del pensiero politico di Gramsci fanno velo a un aspetto importante – quello dell’universo femminile e del ruolo della donna nella società, oltre che nella lotta politica – ma poco esplorato o ricondotto a una sistematica unità. Appassionante perché Ghetti, già autrice di altri studi sull’intellettuale comunista (Gramsci nel cieco carcere degli eretici, L’Asino d’oro, 2014; La cartolina di Gramsci, Donzelli, 2016), trasporta chi legge nel flusso di quegli anni vibranti di tensioni, ribaltamenti di fronte, personalità carismatiche.

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In pagine dense e fitte di citazioni, la carrellata di voci e fisionomie si articola seguendo la biografia del fondatore del Pci. E così si incontrano la madre e le sorelle in territorio sardo, poi il primo amore torinese, Pia Carena: sarà lei a fargli conoscere gli scritti di Romain Rolland, da cui è tratto il concetto del «pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà». Si riscopre Camilla Ravera, oggi non sufficientemente valorizzata nel pantheon delle politiche italiane, e poi Rita Montagnana e Teresa Noce. È la stagione di una Torino inquieta, profondamente segnata dalle lotte operaie del biennio rosso (1919-1920). La stessa Torino in cui, nel marzo 1917, il giovane Gramsci aveva recensito Casa di bambola di Ibsen sulle colonne dell’«Avanti», esprimendo la sua adesione al moto di libertà e al rifiuto delle convenzioni della protagonista Nora, una “donna nuova”. Non lontana, per certi versi, dall’anticonformismo e dalla determinazione di Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj e Inessa Armand: lo sguardo dell’autrice si allarga alle icone femminili del movimento rivoluzionario, i cui pensieri e obiettivi erano troppo avanzati per i tempi («la libertà è sempre soltanto la libertà di chi la pensa diversamente», sosteneva Luxemburg e poi, con Zetkin: «Non ci può essere emancipazione delle donne senza socialismo, non ci può essere un socialismo senza la liberazione delle donne»).

In queste pagine – in cui ci si muove da Mosca a Berlino, da Vienna a Roma… sarebbe stata forse d’aiuto una cronologia finale – è restituito il clima sullo sfondo del quale Gramsci definirà la «quistione sessuale» della donna come un tema pre-politico e di rilevanza etico-civile, che poi svilupperà nei Quaderni del carcere.

La complicatissima relazione intessuta dal comunista con le sorelle Schucht (prima con Eugenia, poi con la futura moglie Giulia e – durante il doloroso decennio in carcere – con Tatiana) è ben resa nell’ultima parte del libro. Diversi passi di lettere dal confino a Ustica, dalle prigioni di San Vittore a Milano e soprattutto di Turi, vicino a Bari, danno un’idea delle difficoltà per l’opprimente censura, della sofferenza per la reticenza e il distacco mostrati dalla moglie che da Mosca gli scrive raramente e senza calore, di quanto le loro vite e le implicazioni politiche siano intrecciate e reciprocamente condizionanti, di come si possano rileggere sfumature e “non detti” nel corso del tempo.

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