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Siamo amici per la pelle. Ecco perché

Motori della vita

Tra gli organi è il più esteso, psichico e curato.Un involucro-confine che ci mette in comunicazione con il mondo

di Vittorio Lingiardi

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Tra gli organi è il più esteso, psichico e curato.Un involucro-confine che ci mette in comunicazione con il mondo

6′ di lettura

Da bambino, quando mi portavano nel Duomo di Milano, percorrevo la navata fino al transetto per ammirare la statua di San Bartolomeo scolpita da Marco d’Agrate. Il santo scuoiato, la pelle addosso come un mantello, mi affascinava e mi intimoriva. Fu lì, forse, che iniziai a sviluppare uno sguardo psichiatrico. «Quel che c’è di più profondo nell’uomo è la pelle»: come aveva ragione Paul Valery! La pelle, così superficiale, è il più psichico dei nostri organi. È involucro e confine, luogo del contatto e dell’attaccamento. Il modo in cui siamo stati sfiorati – carezze frettolose o intrusive, affettuose o calmanti – ci accompagna per tutta la vita.

Didier Anzieu

Nel 1985, Didier Anzieu, psicoanalista francese in rotta con Lacan, scrive un libro che si intitola l’Io-pelle. La tesi di fondo è una metafora: l’Io avvolge l’apparato psichico proprio come la pelle contiene il corpo. Freud aveva indicato la strada: «L’Io è derivato dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo». L’Io-pelle serve al bambino per rappresentare se stesso a partire dall’esperienza sensoriale: è l’involucro dei contenuti psichici quando la personalità è ancora tutt’uno col corpo.

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In comunicazione con il mondo

La pelle ci mette in comunicazione col mondo cercando di proteggerci dall’eccesso di stimoli. Non sorprende sia stata usata per descrivere importanti strutture della personalità, per esempio quella narcisistica che Herbert Rosenfeld classificava in narcisismo di pelle spessa (thick skin, la corazza insensibile) o di pelle sottile (thin skin, così facile da scalfire). Dal concetto di “seconda pelle” di Esther Bick (come forma di protezione psichica pseudo-indipendente con cui il bambino si difende da un contenimento materno difettoso) a quello di “identificazione adesiva” di Donald Meltzer (un modo di essere incollati alla madre), si potrebbe scrivere una psicostoria della pelle. Un capitolo della quale sarebbe sicuramente dedicato al self cutting e in generale all’autolesionismo, cioè ad azioni, non rare nell’anamnesi di personalità borderline, di tagliarsi o bruciarsi le braccia, o altre parti del corpo, nel paradossale tentativo di alleviare col dolore fisico quello mentale, al contempo suggellando la propria condizione di sofferenza.

Psichiatri e dermatologi

Non è raro sentire psichiatri affermare che, se non avessero fatto gli psichiatri, avrebbero fatto i dermatologi. Io, per esempio, che ho sempre guardato la pelle, dallo strato profondo germinativo allo strato corneo superficiale, come una specie di paesaggio, le efelidi, i nei, le discromie, o persino una serie di tavole di Rorschach fatte di eritemi, escoriazioni, bolle, papule, squame, croste. La pelle custodisce tesori che sono piccoli mondi, come i peli, le ghiandole sebacee e sudoripare, le unghie. Nei polpastrelli, le impronte digitali nascondono e rivelano la nostra unicità. La pelle è il nostro colore, dall’albino all’ebano, ed è inconcepibile come la bellezza miracolosa e mista dei suoi pigmenti possa essere alla base del razzismo. Infatti Toni Morrison dice che è un problema dei bianchi se da sempre credono «che sotto ogni pelle scura si nasconde una giungla».

Rothko, Burri, Pollack

Quando lo sguardo del dermatologo si posa sulle opere d’arte vede pelli cromatiche in Rothko, scorze materiche in Burri, tegumenti rappresi in Pollack. Ma anche il naso spugnoso da rinofima del vecchio col nipote ritratto da Ghirlandaio o la pelle avvizzita della anziana donna, forse la madre, dipinta da Giorgione. Della pelle ci occupiamo molto e questo fa la fortuna della cosmesi fin dagli antichi egizi: non c’è popolo che non l’abbia massaggiata, lavata, unta, profumata o addirittura decorata con cicatrici, scarificazioni, tatuaggi e ogni genere di body art. Basta ricordare le Lezioni di piano di Jean Campion per ritrovarsi davanti agli occhi il corpo istoriato del misterioso Mr. Baines, ostracizzato dalla comunità (bianca) perché troppo amico dei selvaggi. E pensare che oggi non c’è pelle più o meno giovane che non sia consumata da qualche tatuaggio vanamente tribal e banalmente global (cioè un paradosso: nel tentativo di marchiarci per distinguerci diventiamo di fatto delle repliche). Già, perché la pelle cambia anche in base all’epoca, e gli adolescenti di oggi sono meno brufolosi ma più tatuati. Chi volesse saperne di più legga Sotto la pelle di Alessandra Lemma, un libro di psicoanalisi che esplora il significato mentale delle modificazioni corporee, dal piercing alla chirurgia estetica, e riconsegna la pelle alla sua centralità psichica. La piel que habito, direbbe Almodóvar.

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