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Energia, la transizione dei colossi privati: così le big oil company europee preparano l’addio al petrolio

ROMA – L’ultima in ordine di tempo è stata Shell. Il colosso anglo-olandese ha annunciato che vuole accelerare l’uscita dalle attività legate agli idrocarburi. Dopo anni di utili miliardari grazie al petrolio (e in parte al gas naturale), anche Shell si accomoda sullo scivolo che porta alla transizione energetica e a un mondo con emissioni di CO2 sempre più ridotte. Shell ha comunicato che punta a “una riduzione dell’intensità di CO2 rispetto a 2016 del 6-8% entro due anni, del 20% al 2030, del 45% al 2035 e del 100% al 2050”.

Si potrebbe dire che l’ultima data sia una scelta obbligata. E’ il limite fissato dall’Unione Europea – così come da molto paesi a livello globale – per arrivare a emmissioni nette a quota zero. In altre parole, la data entro cui l’Europa consentirà nel mix energetico solo un 10 per cento complessivo di idrocarburi, utilizzando gas naturale.

Quello che conta nel caso di Shell è una accelerazione del passaggio alla green economy. I proventi degli idrocarburi, nei prossimi anni, serviranno per costruire un nuovo portafoglio composto da impianti rinnovabili e servizi legati all’efficienza energetica e alla mobilità elettrica, sul modello di quanto stanno già facendo le utility in giro per il mondo.

Non è un caso che, guardando alla Borsa italiana, il gruppo Enel abbia una capitalizzazione che è quasi il triplo di Eni. Lo stesso gruppo italiano leader nella ricerca e produzione di gas e petrolio ha già annunciato un anno fa, proprio in una intervista a Repubblica, di aver preso la stessa strada ora imboccata da Shell.

Shell ammette: il picco del petrolio è alle spalle

Per capire cosa significhi transizione energetica per la compagnia petrolifere basta leggere quanto ha dichiarato l’amministratore delegato di Shell, Ben van Beuden, presentando la nuova strategia del gruppo: “Dobbiamo dare ai nostri clienti i servizi e i prodotti di cui hanno bisogno, prodotti con un basso impatto ambientale. Allo stesso tempo dobbiamo usare la solidità che ci è riconosciuta per costruire un portafoglio competitivo per realizzare la transizione verso un business a zero emissioni, seguendo quanto sta avvenendo nella società”.

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Il che tradotto significa che i grandi profitti del petrolio sono ormai alle spalle: Shell ha ammesso che le emissioni totali dei sui asset hanno raggiunto il picco nel 2018 e la produzione di greggio dai suoi giacimenti hanno ottenuto il massimo nel 2019.

Non è un caso, allora che Shell abbia rilevato da poco Ubitricity, la più grande rete pubblica della Gran Bretagna dedicata ai nuovi modelli di auto elettriche, con oltre 2.700 punti di ricarica che vanno ad aggiungersi ad altri mille punti di ricarica in 430 stazioni di servizio a marchio Shell.

Ma a differenza di altre big oil company europee come Total e Bp, il gruppo Shell non ha ancora fornito precise indicazioni sugli obiettivi che vuole raggiungere in megawatt di capacità rinnovabile. Il gruppo inglese British Petroleum ha già ammesso con la comunità finanziaria che la grande stagione petrolifera è ormai alle spalle.

BP ed Eni investono nell’eolico off shore

Nel settembre scorso, dopo aver annunciato di essersi messa alle spalle il picco di produzione petrolifera, BP ha annunciato di voler aumentare i suoi investimenti in energie a bassa emissione di carbonio di 10 volte entro il 2030 fino a un impegno di spesa di 5 miliardi all’anno, in modo da cogliere l’obiettivo della neutralità al 2050. Primo passo significativo, l’ingresso nel settore eolico off shore assieme al gruppo norvegese Equinor per un parco eolico in nord America, con un investimento da 1 miliardo di dollari.

Gli impianti eolici in mezzo al mare sono il primo banco di prova di molte big oil company. Lo ha fatto anche Eni: nel dicembre scorso ha rilevato per 448 milioni di euro il 20% della centrale di Dogger Bank, a 100 chilometri dalla cosa dello Yorkshire nel Mare del Nord. Si tratta di un progetto da 190 turbine che potrà dare elettricità all’equivalente del 5% delle famiglie britanniche. Un investimento che a regime impegnerà Eni per 1,3 miliardi di euro.

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Tra i grandi gruppi petroliferi europei che è più avanti nel processo di trasformazione verso la green economy è senza dubbio Total. Non passa settimana senza che il gruppo francese non annunci un investimento nelle rinnovabili, con una transizione arrivata a un punto tale che solo pochi giorni fa da Parigi è arrivato un annuncio quanto mai significativo. Così come il gruppo norvegese Statoil, che ha fatto e fortune del governo di Oslo grazie ai giacimenti del mare del Nord e che due anni fa ha cambiato il nome in Equinor, anche la società transalpina ha una nuova denominazione. Ora si chiama TotalEnergies “riflettendo una spinta importante per allontanarsi dalla dipendenza del petrolio e del gas e aumentare la produzione di energie rinnovabile”.

Una iniziativa che non è solo una operazione di facciata, di “green washing” come si dice in gergo, visto che è arrivata nel giorno in cui la società francese ha ammesso di aver perso nel 2020 4 miliardi di euro. E sottolinea una scelta in parte obbligata e in parte consapevole di quanto gli investitori – in particolare fondi pensione e fondi etici  richiedano sempre di più impegni precisi nella transizione energetica.

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