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Coronavirus, Carlo La Vecchia: “I contagi reali sono il doppio, ecco perché ancora tanti morti”

Non scenderà presto il numero dei morti in Italia, perché ogni giorno sono circa il 3% dei contagi di due settimane prima. Il dato è alto anche perché i casi che si osservano sono meno, anche la metà, di quelli reali. A dirlo è professor Carlo La Vecchia, ordinario di epidemiologia a Milano.
 

Perché l’Italia ha avuto una mortalità per Covid più alta della maggior parte degli altri Paesi?

“Intanto abbiamo avuto sfortuna. Siamo stati il primo Paese fuori dalla Cina a dover fronteggiare il Covid. Eravamo impreparati e a marzo e aprile non abbiamo intercettato almeno 17 mila morti oltre a quelli registrati per Covid in quei mesi”.

Perché è successo?
“Finché il sistema sanitario non ha organizzato una risposta, molti morivano a casa senza diagnosi. Nella prima fase abbiamo avuto un tasso di mortalità tra i peggiori d’Europa”.

L’età media alta degli italiani ha inciso sulla mortalità?
“Quel dato non è molto diverso da quelli di altri grandi Paesi europei. La Germania ha un’età mediana di un anno superiore rispetto a noi”.

E allora cosa è stato?
“A primavera la medicina del territorio in Paesi come il nostro o la Gran Bretagna aveva strutture inadeguate. In Francia, Germania e non solo è organizzata su base assicurativa, i medici sono pagati a prestazione e hanno in sostanza delle piccole cliniche. Da noi i medici di famiglia gestiscono il flusso terapeutico inviando allo specialista i malati seri, e quindi avevano strutture inadeguate a gestire una malattia grave come il Covid. E non dimentichiamo il sottofinanziamento del sistema sanitario dalla crisi del 2008 in poi”.

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E gli ospedali?
“Quelli hanno retto, almeno a partire da inizio aprile ma soprattutto in autunno, quando abbiano avuto dati simili al resto d’Europa”.

E come mai allora il numero dei morti continua a essere molto alto anche ora che sono calati i nuovi positivi giornalieri?
“Anche perché il numero dei casi che vediamo è inferiore a quello effettivo. La mia stima è che oggi in Italia ci siano il doppio dei positivi di quelli che intercettiamo, cioè circa il 2% degli abitanti, un milione di persone. Questo perché ci sono tanti senza o con pochi sintomi che non vengono intercettati”.

Abbiamo un problema di testing?
“Ora facciamo tanti tamponi, il tema era cruciale in marzo e aprile. In autunno abbiamo fatto ogni giorno tra 150 a 250 mila test. Un problema italiano, e di tutti i Paesi occidentali, è stato quello di lasciare a casa i positivi e i malati lievi, che hanno contagiato tutta la famiglia. Quindi l’idea di estirpare l’epidemia con testing e tracing non ha funzionato”.

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I nostri dati sui morti potrebbero essere più alti anche perché si conteggiano in modo diverso?
“I Paesi seguono il criterio dettato dall’Oms: il Covid ha la priorità rispetto ad altre malattie. Se sul certificato di morte ci sono più cause, anche tre o quattro, tra le quali anche il Covid, il sistema automatico attribuisce il decesso a quella patologia. Non è una regola sbagliata, è vero che i morti hanno anche altre malattie ma sarebbero sopravvissuti mesi o anni senza il Covid. Forse un po’ di sovra certificazione c’è ma è un fenomeno presente in tutti i Paesi”.

Quando vedremo calare il numero dei morti?
“I decessi sono circa il 3% dei nuovi positivi di due settimane prima. Con questi numeri di contagi ci vorrà quindi ancora molto tempo perché le morti scendano dalle 4-500 al giorno di adesso. È una cosa che ha a che fare ovviamente con la fine dell’epidemia, che è legata a molte variabili”.

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Quali sono?
“Intanto la vaccinazione, ora non procede veloce perché la Ue non ha dosi a sufficienza. Un’altra speranza è che a fine inverno cali la circolazione, intanto perché cambiano i comportamenti deelle persone. Però c’è il problema delle varianti. Si fanno pochi esami per cercarle e non sappiamo ancora quale impatto negativo potranno avere”.

 

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