giovedì, Aprile 15, 2021
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L’ultima serenata

La vita di Stefano Bozzini, l’uomo che ha fatto il giro del mondo per la serenata suonata sotto la finestra dell’ospedale dove la moglie era ricoverata, è un lungo spartito pieno di suoni. Nell’infanzia se ne leggono due: quello degli animali nella stalla e quello della fisarmonica del venditore che ogni settimana arriva nel borgo dei genitori. «Sono nato in una famiglia di contadini il 25 dicembre 1939», racconta, «mio padre riuscì a farsi dare due giorni di congedo e tornò a casa per Natale.

Poiché doveva partire subito dopo, mi battezzarono il giorno di Santo Stefano e di conseguenza mi diedero il nome del santo». La nascita arrivò fortunata: era il quarto figlio e questo dava diritto di esonero al padre, che infatti non partì mai in guerra. Stefano non ha ricordi di guerra ma ha ben in mente il profumo del fieno e il rumore degli animali che aveva il compito di accudire.
Ma c’è un’altra sinfonia che entrerà per sempre nella sua vita: quella della fisarmonica di un venditore di strada che illuminava albe, nebbie e giornate di pioggia come fosse un sole d’agosto.
Stefano gli si sedeva accanto e quello strumento musicale gli sembrava una montagna meravigliosa ma troppo alta da scalare. «Chiesi con timidezza ai miei genitori di regalarmene una, anche se sapevo che non ce la potevamo permettere. In cambio, però, mi comprarono un’armonica da bocca e a me pareva di suonare con un’orchestra in paradiso». Gli anni passano e dopo le scuole elementari iniziano i corsi di fisarmonica, le gite a Piacenza per comprare gli spartiti e le prime canzoni da suonare senza un errore. «Poi arrivò il militare: sono stato alpino e paracadutista, io, basso di statura, chi l’avrebbe detto? Mi incantavo a vedere i lanci e quando toccò a me mi sembrò quasi di volare». Il ritorno a casa ha il sapore dell’atterraggio su un’Italia tutta nuova: la famiglia lascia la campagna e si trasferisce in città, mentre Stefano diventa operaio manovale per le linee ferroviarie che collegano Piacenza a Torino. «La mia vita è composta di suoni, quello delle ferrovie era il tac tac dei treni sui traversini di cemento che sostituivano quelli di legno». Di giorno lavora, di sera va nella piazza del paese. È qui che riesce finalmente a rimanere solo con Carla, la vicina di casa che vede da quando era bambino. Lui ha 30 anni, lei qualcuno di meno. Carla è l’esatto opposto di Stefano: lui estroverso, suona la fisarmonica, parla con chiunque. Lei taciturna e riservata. «Come dimenticare quella sera? Eravamo in tanti amici ma col passare delle ore restiamo solo io e lei. E iniziamo a parlare. È stata una chiacchierata lunga cinquant’anni».

La proposta di matrimonio è in perfetto stile Stefano: una sera di buio pesto, con gli occhi pieni di lacrime, lui l’avvicina e attacca finalmente il discorso. «Ascultem Carla, ascoltami Carla. Io voglio sposarti, adesso pensaci su e dormi tranquilla e prendi tutto il tempo che vuoi per darmi una risposta. Però, me racumandi, mi raccomando, quando decidi, dimmi di sì!».

Il giorno delle nozze Stefano ha la cravatta tutta storta. «Non m’importava di com’ero vestito. Ero solo curioso di vedere com’era vestita lei. La mia sposa era tutta bianca. E quando l’ho vista ho pensato che, come si può fare a dire, come si trovano le parole per raccontare una cosa così bella?».

La vita insieme di Stefano e Carla inizia con la tenerezza delle prime volte. La prima casa. Il primo figlio. E anche il primo, grandissimo dolore. Marco, il primogenito, viene trovato svenuto sul luogo di lavoro e nessuno ne capisce il motivo. Da qualche mese dice di avere dei dolori. Le analisi che si fanno all’ospedale di Piacenza sono chiare: prima si parla di leucemia fulminante, poi arriva la diagnosi di un tumore grave ma forse curabile. Inizia il calvario: due anni di chemioterapia a Piacenza e poi altri due all’Humanitas di Milano. Si prova e si riprova ma non c’è nulla da fare e alla fine il ragazzo non ce la fa.

«È stato il grande dolore della vita di Carla. Non si è mai ripresa. Fu dura anche per me. Avevo tanti strumenti musicali in casa: la fisarmonica, una pianola elettrica… Ma come fai a suonare quando provi un dolore così grande?». Carla fatica a uscire di casa, diventa più ombrosa, parla pochissimo. E Stefano le sta accanto, col silenzio della pazienza e della compassione. Intanto cambia lavoro, si occupa di telefonia, prima quella fissa e poi di quella mobile, arrampicandosi come solo un alpino paracadutista sa fare su pali così alti da togliere il fiato. Il tempo passa, non spegne il dolore, forse lo diluisce. «Non so se riesci davvero a dimenticare, però so che alla fine torni sempre a vivere, soprattutto quando ami qualcuno. E io e Carla ci amavamo tanto. Il segreto del vivere insieme è amare nella continuità delle gioie e dei dolori. È vivere insieme le cose che ti aspetti e quelle che non ti aspetti. Piangeremo sempre il nostro figlio scomparso ma ci sono anche gli altri due figli, Maurizio e Lucia, le loro vite, la nostra vita. L’amore ha davvero il potere di vincere ogni cosa, io penso davvero che l’amore vinca tutto».

L’amore di Stefano per Carla vince anche sulle regole del Covid: quando Carla si ammala, all’inizio dello scorso novembre, e viene ricoverata all’ospedale di Castel San Giovanni per accertamenti, Stefano non resta con le mani in mano. Prima pensa di travestirsi da infermiere, poi prende la fisarmonica che i figli gli hanno regalato e decide per un altro piano. «Ho preso in mano il telefono, ho chiamato Maurizio e gli ho detto di venirmi a prendere. A un alpino basta poco: uno sgabellino, il suo cappello e la fisarmonica. La Carla è venuta subito alla finestra e io ho visto che era contenta. Li conosco bene i suoi occhi».

Mentre quell’immagine e quella serenata fanno il giro del mondo, Carla si aggrava e il 26 novembre muore per le complicazioni di una malattia incurabile.

C’è una luce particolare negli occhi di Stefano mentre racconta gli ultimi giorni di Carla. È seduto sul divano di casa, un divano per due, con la fisarmonica sulle ginocchia. Guarda la strada, oltre la tenda di pizzo che si appoggia sul vetro della finestra. «Sa cosa mi viene in mente? Mi viene in mente il momento più bello della mia vita: la nascita di Marco, il nostro primo figlio. Quando siamo tornati a casa dall’ospedale e ho visto Carla che lo allattava su questo divano ho pensato che non c’è cosa più bella al mondo». Poi attacca una canzone con la fisarmonica. Ed è impossibile non riconoscere in quella melodia quale sia il suono dell’amore.

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