martedì, Aprile 13, 2021
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Vaccini anti-covid, segnali incoraggianti da Israele

Da Israele, dove un cittadino su tre ha ricevuto ormai la prima dose di vaccino anti-covid, iniziano ad arrivare i primi segnali incoraggianti sugli effetti dei vaccini sulla percentuale di casi gravi e sui ricoveri ospedalieri. Il Paese, che conta 9 milioni di abitanti su un territorio grande più o meno come l’Emilia Romagna, ha messo in modo una campagna vaccinale molto efficiente ed è diventato in queste settimane un “sorvegliato speciale” per misurare gli effetti concreti dell’immunizzazione.

ampia copertura. La campagna vaccinale nel Paese procede 24 ore su 24 al ritmo di 200.000 persone immunizzate al giorno. Il 70% dei cittadini israeliani sopra i 60 anni ha già ricevuto la seconda dose del vaccino a mRNA di Pfizer-BioNTech e dalla terza settimana di gennaio il preparato anti-covid è stato offerto a tutte le persone sopra i 35 anni, oltre ai ragazzi tra i 16 e i 18 anni che dovrebbero sostenere nei prossimi mesi esami scolastici in presenza. Senza soffermarci sulle ragioni di tutta questa efficienza, di carattere logistico ma anche politico, vediamo quali sono le ricadute concrete di questa diffusione dei vaccini.

Dati incoraggianti. Le prime statistiche ufficiali del Ministero della salute israeliano, citate dal Guardian e basate su un campione di 715.425 persone, mostrano che soltanto 317 persone, ossia lo 0,04% del totale, sono state contagiate una settimana dopo aver completato la vaccinazione in due tempi contro la CoViD-19 – la soglia critica in cui scatta l’aumentata immunità al virus. Soltanto 16 delle persone vaccinate che hanno contratto l’infezione (lo 0,002% del totale) hanno avuto bisogno di un ricovero ospedaliero.

Aspettative corrisposte. Un altro studio condotto dal locale fornitore di assistenza sanitaria Maccabi Healthcare Services su un campione di 163.000 israeliani rivela che soltanto 31 persone hanno contratto l’infezione dopo due dosi del vaccino, contro quasi 6.500 del gruppo di controllo. I dati suggeriscono un’efficacia sul campo del vaccino di Pfizer del 92%, molto vicina al 95% annunciato (l’efficacia nel mondo reale è spesso leggermente inferiore a quella dimostrata nei trial sperimentali): insomma, un ottimo risultato.

Indizi ancora preliminari. Il Paese che può contare su un sistema sanitario altamente digitalizzato si sarebbe assicurato l’impegno della casa farmaceutica a fornire dosi continue dei vaccini in cambio di dati statistici continuamente aggiornati sull’efficacia delle fiale sulla popolazione. Ma anche così, ci sono alcuni fattori che potrebbero confondere le acque e che invitano a considerare questi primi risultati con la massima cautela. Il primo è che Israele è in lockdown, una condizione che già di per sé dovrebbe abbattere i contagi, il secondo è che il Paese è tuttavia alle prese con la “variante inglese” del virus, altamente trasmissibile. Forse proprio per queste due spinte contrastanti i dati sulla mortalità non sembrano comunque essere scesi quanto si sperava.

Bene tra gli over 60. Un indicatore che offre speranza è che la percentuale di over 60 che si ammalata in modo critico sembra in discesa, una tendenza non osservata nei precedenti lockdown, quando i vaccini non erano disponibili. Un altro dato significativo, guardato con apprensione in Inghilterra, è che il 42% degli 834 pazienti in condizioni critiche considerati nei primi risultati ufficiali sui vaccini in Israele aveva ricevuto soltanto la prima dose del vaccino di Pfizer: dopo la seconda dose, la percentuale di malati gravi è scesa al 2%. Da questi segnali sembrerebbe che una dose soltanto non sia una barriera sufficiente per arrestare l’epidemia, anche se altri studi farebbero pensare diversamente. 

Messi da parte. Ma Israele potrebbe diventare anche un monito di come il virus possa continuare a resistere in alcune sacche non vaccinate della popolazione: da un lato la comunità ebraica ultraortodossa, più resistente a sottoporsi al vaccino e ad aderire alle norme di distanziamento sociale, dall’altro i milioni di palestinesi che vivono nei Territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, per il momento esclusi dalla campagna vaccinale.

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