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I vaccini e le nuove varianti di coronavirus

Molto si è parlato finora della variante inglese del coronavirus SARS-CoV-2, che sembra diffondersi più facilmente rispetto alle altre “versioni” del virus e che è stata isolata in almeno una dozzina di altri Paesi, dopo l’allarme lanciato dal Regno Unito. Ma a preoccupare gli esperti all’indomani dell’avvio delle campagne vaccinali è soprattutto un’altra variante, quella sudafricana (501Y.V2). Inizialmente isolata il 22 dicembre 2020, questa nuova veste di coronavirus non solo si trasmette con maggiore rapidità, ma sembrerebbe anche sfuggire più facilmente agli anticorpi sviluppati in risposta a una precedente infezione da CoViD-19.

Questa possibilità di “fuga immunitaria” emersa in laboratorio agita il sospetto che la variante sudafricana possa essere più resistente alla protezione offerta dai vaccini. Fortunatamente, i dati della sperimentazione su larga scala di un vaccino effettuata in Sudafrica potrebbero consegnarci una risposta su questi timori già la prossima settimana.

Un salto di qualità. Tutti i principali vaccini anti-covid approvati o vicini all’approvazione sono stati messi a punto su un profilo genetico del virus condiviso un anno fa. Nelle ultime settimane abbiamo però avuto le prove della capacità del virus di evolvere per poter attaccare le cellule del corpo umano più facilmente. In particolare, nella variante sudafricana, il coronavirus SARS-CoV-2 ha guadagnato 23 mutazioni, molte delle quali concentrate sulla proteina Spike, la chiave che il patogeno usa per accedere ai recettori cellulari.

Sotto mentite spoglie. Da uno studio condotto dal National Institute For Communicable Diseases Of South Africa sul plasma convalescente e ricco di anticorpi neutralizzanti di una cinquantina di guariti dalla covid, è emerso che in quasi la metà dei casi la variante sudafricana non rispondeva alle difese attivate: gli anticorpi neutralizzanti sviluppati durante la prima ondata erano spesso incapaci di bloccare la nuova variante di coronavirus, perché non la riconoscevano.

Soltanto un sospetto. È un indizio preoccupante, ma fortunatamente i vaccini sollecitano un’immunità più completa e potente rispetto a un’infezione passeggera; oltretutto, nel corso dello studio si è visto che le difese immunitarie dei pazienti che avevano contratto la covid in forma più seria erano più spesso in grado di neutralizzare la variante sudafricana, e nel mondo reale non ci sono ancora evidenze di una maggiore capacità di reinfezione con la nuova variante di pazienti già colpiti dalla covid durante la prima ondata. Per conoscere l’efficacia dei vaccini sulle nuove versioni di coronavirus, non rimane che testare i vaccini stessi.

La prova del nove. Tra settembre e dicembre 2020, la Johnson and Johnson ha lanciato un trial mondiale di fase 3 sul suo candidato vaccino monodose contro la CoViD-19. Alla sperimentazione hanno preso parte 45.000 persone, migliaia delle quali in Sudafrica (forse 7000, anche se l’azienda non ha specificato il numero dei volontari per i singoli Paesi). Per una coincidenza temporale, proprio nell’ultimo periodo del trial, il Sudafrica ha assistito a una crescita esponenziale di contagi dovuti alla nuova variante, che è diventata prevelante e riguarda ora oltre l’80% dei casi di covid. I risultati sono attesi entro fine gennaio: se il vaccino risultasse meno efficace in Sudafrica rispetto, per esempio, agli Stati Uniti, sapremmo che la nuova variante è più resistente ai vaccini.

Correre ai ripari. Se così fosse si potrebbero studiare richiami che potenzino la prima dose, adattando le difese al nuovo profilo genetico del coronavirus, o aggiornare i vaccini che abbiamo, per esempio prendendo di mira altri antigeni del virus che cambino più lentamente rispetto alla Spike (un’operazione che però richiederebbe più tempo).

Fortunatamente, i primi studi su vaccini e varianti hanno dato segnali incoraggianti. Quello a mRNA di Moderna sembra proteggere anche dalle varianti inglese e sudafricana anche se, in test di laboratorio, gli anticorpi di individui vaccinati sono risultati sei volte meno efficienti contro la variante sudafricana rispetto a come rispondono al ceppo originale. L’azienda ha lanciato due nuovi studi per capire se un terzo richiamo, specifico per questa versione di coronavirus, possa offrire una protezione ancora più efficace.

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