sabato, Marzo 6, 2021

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«Una persona perbene»: Obama racconta Biden nella sua autobiografia

STATI UNITI

Alla vigilia dell’insediamento del nuovo presidente, molto istruttivo è il libro in cui l’ex presidente racconta la propria esperienza con il «vecchio Joe» come vice

di Eliana Di Caro

Usa, Washington blindata alla vigilia dell’inaugurazione di Biden

Alla vigilia dell’insediamento del nuovo presidente, molto istruttivo è il libro in cui l’ex presidente racconta la propria esperienza con il «vecchio Joe» come vice

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«Mantenendo l’impegno preso, feci sempre in modo che avesse l’ultima parola su ogni decisione. In cambio, oltre a ricevere saggi consigli, trovai un fratello». Così Barack Obama scrive nel bestseller Una terra promessa riferendosi all’allora “suo” vicepresidente Joe Biden, che si insedierà alla Casa Bianca in un clima che nessuno avrebbe potuto prevedere: lo sconcertante assalto “trumpista” del 6 gennaio scorso a Capitol Hill e l’impeachment votato dalla Camera a Donald Trump sono l’emblema di un Paese lacerato, con l’aggravante di centinaia di migliaia di persone uccise dal Covid.

Nelle pagine di Una terra promessa Obama racconta della sua famiglia d’origine, dell’interesse per i temi politici e sociali coltivato già da studente a New York, dell’incontro con la futura moglie Michelle, di come si è delineato il rapidissimo ed entusiasmante percorso che lo ha portato dal Senato dell’Illinois al Congresso, fino alla conquista della presidenza. Il volume, corredato da due inserti fotografici con i momenti e gli attori cruciali di questa parabola, si chiude con il blitz in cui i Navy Seal uccisero Osama bin Laden ad Abbottabad, il 2 maggio 2011 (in un secondo libro, annuncia l’autore nella prefazione, arriverà il seguito).

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Di Biden, che il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti ha sostenuto con grande impegno nella campagna contro Trump, naturalmente si parla a più riprese. A partire da quando Joe abbandona la corsa delle primarie democratiche, nel 2008, capendo di non avere chance di fronte alla dirompente novità del futuro vincitore e della prima donna candidata alla Casa Bianca, Hillary Clinton. Già da questa realistica decisione, presa da un uomo che pure era ben radicato nella scena politica e godeva di una diffusa popolarità nella base democratica, si colgono il pragmatismo e la capacità di leggere la società che porteranno Obama a sceglierlo al proprio fianco: «Non potevamo essere più diversi l’uno dall’altro. Aveva 19 anni più di me, e se io a Washington ero un outsider, lui aveva già trascorso 35 anni tra i banchi del Senato (…) La cosa più importante, però, era ciò che mi diceva l’istinto: ovvero, che Joe era una persona perbene, onesta e leale. Ero convinto che nei momenti di difficoltà avrei potuto contare su di lui. Non mi avrebbe deluso». Elemento non irrilevante, Biden avrebbe rassicurato quella porzione di elettorato eternamente scettica per il colore della pelle di Obama, per quel nome così poco americano e le origini miste (che pure allo stesso tempo furono il fulcro della vittoria di chi incarnava lo spirito unitario della terra promessa, del multiculturalismo e del sogno in cui ciascuno può credere: una visione ripetuta incessantemente con lo slogan Yes we can urlato da folle in visibilio).

L’esperienza di Biden

E poi, l’esperienza. Esattamente quella che mancava a Obama e di cui Biden era ampiamente provvisto. Approdato alla Casa Bianca, il neo presidente deve affrontare la crisi scatenata dai subprime che aveva travolto il sistema del credito e, quindi, colpito l’economia reale. Quando Christina Romer, designata alla guida dei consulenti economici, suggerisce un piano di stimoli da mille miliardi e il capo dello staff Rahm Emanuel obietta che una cifra che cominciasse «per mille non avrebbe avuto nessuna possibilità presso la maggior parte dei democratici, figurarsi i repubblicani», il presidente si volta per l’ultima parola verso Joe «che annuisce in segno di assenso»: infatti il Recovery Act, varato il 27 gennaio 2009, ammonterà a 800 miliardi e sarà Biden a supervisionare l’andamento del flusso di incentivi. «Alla fine soltanto lo 0,2% delle sovvenzioni sarebbe stato speso in modo improprio», ricorda l’autore.

Su un altro terreno, forse il più caratterizzante l’èra Obama, è decisivo l’apporto del vicepresidente: quello della riforma sanitaria, che viene approvata (pur bersagliata dalle critiche: da sinistra, perché è solo l’ombra di se stessa; da destra perché ritenuta una misura “socialista” che limita la libertà degli americani) proprio grazie all’abilità di Biden nel tessere la tela del consenso. Obama dedica 60 pagine alla battaglia sull’Affordable Care Act, molto dense e istruttive: si comprende perché i Democratici avessero fallito da sempre (l’ultimo a provarci era stato Bill Clinton) su una legge sacrosanta, quante dinamiche intervengano a condizionare l’esito di un provvedimento nel sistema americano, come l’interesse personale di deputati e senatori – soprattutto di quelli più a rischio negli Stati in bilico, e più preoccupati in vista delle elezioni di metà mandato – faccia premio su tutto. Nel testo approvato il 21 marzo 2010 dopo mesi di negoziati, bozze di legge, riunioni e trattative manca l’opzione pubblica, cioè la possibilità di ricorrere a una cassa di assistenza gestita dal Governo che avrebbe indotto le altre compagnie a tenere prezzi concorrenziali, ma la copertura sanitaria diventa obbligatoria e questo, scrive Obama, è «una promessa mantenuta».

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