Iran, rischia di essere giustiziato Djalali, il ricercatore che aveva lavorato in Italia

Ahmadreza Djalali è in carcere in Iran da oltre tre anni, condannato a morte per spionaggio in un processo senza testimoni e senza prove, e ora rischia di essere giustiziato. Ieri sua moglie Vida Mehrannia, che vive in Europa con i loro due figli, ha ricevuto la telefonata del marito dal carcere di Evin, a nord di Teheran: le annunciava che l’avrebbero trasferito in isolamento e che la sentenza di morte potrebbe essere eseguita a breve, che quella avrebbe potuto essere la sua ultima telefonata. 

Djalali è un ricercatore iraniano esperto di medicina dei disastri e assistenza umanitaria, ha lavorato anche all’università del Piemonte Orientale di Novara, ha doppia cittadinanza iraniana e svedese: nel 2016 fu arrestato in Iran dove era tornato per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz. 

Iran, 134 Nobel per la libertà di Ahmadreza Djalali

18 Dicembre 2019

Amnesty International parla di “accuse infondate” nei suoi confronti e di un processo senza garanzie di difesa. “Le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui “confessava” di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Quando ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi”. Domani l’organizzazione ha indetto un presidio a Novara alle 18 per chiede il rilascio di Djalali. 

Nei mesi scorsi la moglie Vida aveva chiesto aiuto anche alle autorità italiane attraverso Repubblica: “L’Italia faccia il possibile per far tornare a casa Ahmadreza, che è innocente, è ostaggio di uno scambio politico ed economico, non ha fatto nulla”. Il 18 dicembre scorso 134 premi Nobel scrissero un appello alla guida suprema Ali Khamenei per la liberazione di Djalali. 
 
Con uno scambio di prigionieri invece è stata liberata Kylie Moore-Gilbert, un’accademica britannico-australiana detenuta in Iran da due anni e condannata a 10 anni per spionaggio. La notizia dello scambio è stata data da un sito di notizie vicino alla tv di stato iraniana: l’emittente Irib ha poi rilasciato le prime immagini della donna dopo la sua liberazione. 

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Nel video si vedono anche i tre uomini iraniani che sono stati liberati in cambio del rilascio di Moore-Gilbert: sono avvolti nella bandiera iraniana e uno di loro è sulla sedia a rotelle. 
 
I comunicati ufficiali dicono che i tre uomini sono imprenditori, e che erano detenuti a Bangkok, la capitale della Thailandia. Su alcuni canali Telegram legati alle Irgc, i guardiani della rivoluzione, il corpo militare conosciuto come Pasdaran, è apparsa la notizia che due dei tre prigionieri sarebbero Saeed Moradi e Mohammad Khazaei, che erano stati condannati in Thailandia nel 2012 per aver partecipato a un attentato contro l’ambasciatore israeliano a Bangkok. Moradi che all’epoca dell’attentato aveva 28 anni, perse le gambe con la detonazione di una bomba che aveva cercato di lanciare contro la polizia, ed era stato condannato a vita dal tribunale penale di Bangkok.

Negli ultimi anni l’Iran ha arrestato diversi stranieri o persone con doppio passaporto – Teheran non riconosce ai cittadini iraniani la doppia nazionalità – spesso condannabili per spionaggio ma diverse organizzazioni per i diritti umani accusano il regime di usare questa tattica per ottenere concessioni nei negoziati paralleli con i governi.  Durante la tormentata detenzione, Moore-Gilbert aveva denunciato pressioni e maltrattamenti nei suoi confronti. 

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